Poetry Lab: Vincenzo Errico

 

Vincenzo Errico

Da dove viene la tua poesia?

Da uno stato, una percezione, una modalità di sentire.

Dalla preistoria del diario e dalla storia del taccuino.

Per chi scrivi, come immagini il tuo lettore?

Scrivo per mio piacere e per chi si lascia prendere dalla lettura e dalla scrittura.

Come vivi, con te stesso e con gli altri, il tuo essere poeta?

Non mi sono considerato poeta fino a ieri e oggi non sono sempre sicuro.

Apprezzo la poesia e vivo.

Penso che, come dice Sanguineti, “la poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi, in ogni caso, praticamente così:”.

 

Come hai iniziato?

Scoprendo le onde del sentire che si frangevano dentro il mondo che abitavo.

Scrivevo cronache, ammissioni di colpa, dichiarazioni d’amore e di scontentezza, preghiere, racconti.

Scrivevo, adolescente, in una stanzetta-deposito sul terrazzo di casa, come fosse una pratica proibita.

Un giorno, al quarto anno delle superiori, il prof. di italiano Aurelio D’Andrea lesse in classe delle poesie del fratello Ercole Ugo, un fuori programma che mi aprì lo scenario della poesia che esce dal libro e circola in forma di dattiloscritto autoprodotto, e aggiunse che la volta successiva avremmo letto le mie di poesie. Arrossii.

A diciassette anni, m’innamorai di Leopardi e di Rimbaud.

La frequentazione di chi praticava la scrittura insieme alla lettura dei poeti mi hanno accompagnato in un esordio silenzioso, una specie di prove tecniche di trasmissione che mi ha esposto alle critiche di solipsismo da poeta, come mi diceva Bruno Brancher che, lette le mie poesie, mi invitava a guardare il mondo fuori di me.

Continuai a scrivere  credendo nel “fuori” che io ero e nel “dentro” che era il mondo.

Come la Dikinson che viaggiava tanto pur non essendosi mai mossa.

 

Come ti veniva insegnata a scuola la poesia, che ricordi hai?

L’insegnamento della poesia era interessante quando i “maestri” erano illuminati.

Imparare a memoria le poesie era una forzatura, ma riuscire a dirle era anche un bel gioco. Mi è sempre piaciuto quando qualcuno citava brani di poesia in una conversazione. Mi piace il vento che la poesia fa passare tra le pietre della conoscenza.

A chi fai leggere per primo i tuoi versi? 

In genere e nell’immediato a nessuno perché, a parte rari casi, non ho un immediato leggibile. Leggo poi agli amici quando le ho riviste.

Usi la penna e/o il computer?

Uso la penna, perché un taccuino è tascabile e perché mi piacciono il foglio e la penna blu. Poi uso il computer, dove travaso.

Quanto viene di getto o è frutto di lunghe elaborazioni?

Di getto mi viene spesso, ma in forma grezza.

Poi provo l’abito, accorcio, taglio, incastro, metto a posto.

E’ un piacere tornare sulla scrittura e farla diventare voce dell’allora e qui, senza la paura di cambiare.

A parte le tue, quante poesie di altri pensi di ricordare a memoria?

Di altri ricordo alcune frasi. Tornerei a esercitare meglio la memoria con la poesia.

 

Un consiglio prezioso da passare agli altri.

Credere nelle proprie passioni e coltivarle con i mezzi a disposizione.

Leggere, esporsi, confrontarsi, ammutolirsi, sparire. Praticare insomma.

Credere nelle voci degli altri e nella propria.   

 

Un poeta su tutti.

In tempi diversi:

Leopardi

Rimbaud

Gozzano

Campana

Dikinson

Ungaretti

Montale

Pasolini

Acmatova

Caproni

Cavalli

Valduga

Magrelli

Lo Russo

Sanguineti.

 

da: TURBINANDO (1984 – 1991)

***

Ai critici tocca tagliarsi le unghie.

La gente rifiuta istericamente

la costruzione di concetti.

Io gioco

e poi ho anche gli occhi gonfi.

Che ne sarà di te

oh, pila di una radio?

*

AL SOLE DI GALLIPOLI CHE TRAMONTA A MARZO

Spegni tutte le cere

d’Oriente.

Qui

la terra è umida.

***

La mia è un grido, uno che ritorna.

Poesia dell’estremo lembo di terra

conquistata dai rumori del pensiero

ordinato.

Quale libertà ho che non la so?

Di questi tempi, in cui il pensiero si cela

nelle attività manuali e pratiche,

sento persone che stanno ferme

come scogli al mare

che si lasciano prendere

dal marino abbraccio.

Credo tante cose,

soprattutto quando ho fame,

quando lavo cucine, bagni e frigoriferi.

Vado avanti,

cioè affronto il capitombolo.

*

da: SENZA TITOLO, PER ORA (1991 – 1999)

  

TERRA MAGICA DI LUCE UCCIDI IL MIO NERO ASPETTARE

Per te

        scogliera

                dirompente

                        che frastagli

                                come corpo

                                        il desiderio

                                                di aderirti

                                        schiantandomi

                                                nell’acqua

                                                        fonda

                                                        azzurra             

                        di colori piena

                                                luce amarena

                                                e melograno

                                                e papavero

                                                tufo

                                        d’amore

                                a Gallipoli

                                altrove

                                ingoiando

                        partenze

                immaginando

        arrivi d’amore

pieni

***

Facendo la borsa per il viaggio

malvolentieri sistemo provviste,

libri, abiti.

Dimentico una giacca

azzurra.

Con la faccia di chi vive male

costeggio le ultime ore

prima di partire.

Mortifico i genitori

nel sacrificio dell’andare controvento.

Un saluto duro

lascio.

Un cenno di lacrime

e la sorte è tirata.

Partono carichi i treni che da Lecce

*

SULLA PIETRA BIANCA DI AURELIO D’ANDREA A CIVITELLA ALFEDENA

Tra boschi d’altitudini labirintiche ti cercai.

Sotto una fredda pioggia

dell’ultimo d’aprile

e un faggio che guardia ti fa.

Non ti avevo visto,

non avrei potuto,

non avevi lasciato traccia.

In un angolo, tuo padre

sembrava ghignare.

Poi indagando

chiesero di te i compagni in quel campo,

e gli occhi di quella donna si inumidirono,

mentre ci guidava verso

la tua pietra bianca di Maiella,

quasi tavola da apparecchiare,

senza nome e data,

accanto al tuo amico falegname.

Il punto era lì.

La fine del viaggio,

a ridosso d’un lago,

tra lupi invisibili e la tua voce

nelle mie orecchie di lince.

Ti ho trovato ancora

e ci siamo detti fingendo:

alla prossima!

mentre soli restammo

ognuno nei panni di chi sa.

Fermo come questa pietra,

col cuore che scioglie nodi di parole

orfane e gocciolanti,

mi giro e scatto la foto di chi non vedo,

nel lento tornare dei passi

su pietre colpite per caso.

*

X

 

     Il pescivendolo Alfredo

in mezzo alla via grida fresco

pesce fresco pesce

fresco pesce

 

     In un angolo

un bambino ripete pesce

fresco fresco fresco

 

     L’altro più piccolo

che gli siede accanto fratello

esce ecco esce ecco

esce

 

     Un gatto nero e bianco,

all’angolo di fronte,

sta

a guardare

 

     D’estate

una cicala canta

blu.

 

 

***

I MAESTRI?

Io sono quello

che manca a me

dopo l’ultima volta

che ne ebbi

uno.

   da: TACCUINO SCARSO (1995 – 1997)

***

Irreversibilmente

passando tra queste frasche salentine

osservo la vita fuori di me

        e resto male, andando via,

come una cozza  a cui hanno

spezzato il bisso.

***

E’ la faccia, la faccia

lo specchio di ciò che non dico.

A salutar saluto

 

 

***

“Lo scritto è il funerale dell’orale,

è la rimozione continua dell’interno”

dice Bene Carmelo.

Recidivo a questo morire scrivendo

non dico,

quindi rimuovo di nuovo

l’interiora.

***

Non pago, continuo a procedere

col fine di rendermi felice.

Non fili di lune

né orizzonti blu notte

poi questo insopportabile

dichiarare 

da: FRITTI – poesie in pastella (1999-2001)

 

 ***

Piove

e io faccio cadere queste frasi sciroccate

su una coscienza bianca di foglio.

***

Il semplice mangiare che digerire non fa,

l’amaro digerire che al digiuno inchioda.

Quotidianamente torna

l’appuntamento col dolore.

Gli occhi piccoli di papà,

castani come non mai,

la nobiltà del suo essere solo.

Così i giorni passano nonostante

le atmosfere di festa con prove di luci,

botti, tv, visite di parenti più o meno visitati.

Il mio modo di affrontare la vita

deve adattarsi alla nuova situazione;

intanto dolori allo stomaco

cominciano.

La carica degli amici è diventata

cerchio di conoscenze.

In questo la Buddità?

***

Niente biografia nella finzione del delirio.

Case su case, cose sotto le case,

case scasate, case mutuate,

case scarse.

Famiglia annoiata, scomposta.

Lavoro noioso.

Serata divertente,

silenzio sotterraneo,

scrittura che ricomincia.

Rapporto separato,

mutande mantenute, desiderio compito.

Una bella casa giù da finire,

una piccola su d’acquistare.

Ancora senza àncora.

 da: TACCUINO BLU (2009-2011)

*

SENZA TITOLO

L’imperativo della parola

chiede una voce.

Sono come nella periferia

di un paese del Capo sul mare,

con una vista e un vento battesimali

e navigo come viaggiatore con radici

a strascico.

*

POSIZIONE

E’ sempre il solito tragitto imperfetto che percorro,

senza mai traguardare il primo, il massimo, il soprattutti

e poco spazio resta per il comunque.

Comunque vada, sarò.

*

LES AMIES

Mostrano denti con lo spazio in mezzo

e mani che chiudono a metà un ventaglio di sorriso.

I capelli biondi fatti ad arte sanno di varietà

e sbadigliano le facce senza conclusione.

Ai piedi hanno infradito discriminanti

e alle braccia orologini d’argento

a prova della successione degli effetti.

Immagini in uno specchio,

specchio di una certa qualità.

*

SCHEMA SEMPLICE

Che poi un colloquio non si nega

se c’è l’urgenza e la necessità

e allora ti ascolto accorto e accorato

per niente dileguato nella giungla delle voci

sostenendo appena un teorema che si spoglia.

*

CRONACA MINIMA

Esigono prese di tono e compostezza di gesti

le conversazioni ingenue che poi si guastano

con una manipolazione da fumetto.

Come dentro un’esibizione da cronache felliniane,

giocare all’oca e raccontare

una singolare sola unica storiella che non c’è

e in attesa di chiudere lasciare aperto.

*

BOLLE

Con una scrittura di parole povere,

indago gli stati dell’anima,

in un corpo che come macchina va.

Il tempo libero ricerca il massimo dal minimo

e al solito arriva,

mi sfrego allora le mani come un villano

sdraiato sul divano che espone le sue lamentazioni.

*

DUALE

Per perdermi mi sono perso

in una serie lunga di boccate di fumo.

Che eleganza!

A ritrovarmi ci provo,

solo per qualche ora

poi divento ladro

perché non mi perdo

l’occasione.

*

COME UN CAMMINAR ACCOSTATO

Ferite tostate come fiori da mangiare,

sorprese  imbandite come involtini rivoltati

dall’incerto atmosferico tempo,

a primavera iniziata.

Quel che tira nella vita

è la pretesa di non muoversi,

disastroso proteggere sé stessi

dalle intemperie di sé stessi,

come un camminar accostato

lungo le case degli altri,

in cerca di quella

che sembra difficile abitare.

*

SENZA TITOLO

Qualsiasi parola va bene per iniziare un verso

anche se non trovo quella giusta per dire.

Sì, scrivo poesie.

Le scrivo in casa con quello che ho.

A volte sono ciambelle,

altre latte rovesciato.

Imbarazzanti quando sono franche,

dure quando scendono in basso.

Qualcuna sorride come avesse denti da mostrare,

altre invece vengono ammassate nelle casse

come foglie di tabacco d’esportazione.

E quando mi è negata la passione

mi scade subito il permesso

e chiudo allora l’intento linguistico,

per blocco formale.

Gli occhi intanto dormono

un sogno che poi non ricordo.

*

FIGURINE

Superata a mala pena un’angoscia da adorazione

per la povertà di supporti umorali, ieri sera.

Cosa non si fa per non avere pensieri che pesano,

ma quello che ci fa esitare non ci fa evitare

noi che ci troviamo a latere silenti.

E’ vero dunque che la calma rende forti

se si aspetta che passi la notte come una buona pena.

*

QUEL TRAM VIOLENTO DI ROTAIA

Quel tram violento di rotaia

gira strada e cambia via

lungo i marciapiedi la cioccolateria

a rubare sguardi che fanno scendere

chiamare forte e non sentire mai

cadere a terra e poi morire.

Versi fermi al rosso questi

gialli e verdi come pappagalli

senza penne e pure galateo

che sanno confondere nel cucire corpetti

di carta azzurra di un azzurro Cina.

Scendere di scala e rimanere cicala

trasparente e vuota

di metamorfosi kafkiana

e buona sia la notte

che è passata un’acrobatica giornata.

*

SENZA TITOLO

Voglia di fare zero in condotta

quella che porta dall’altra parte del mare

che lo sembra a Lisbona il fiume che divide

e che fa mettere alla finestra a guardare.

Non fare per piacere dualistico e morale

andare in centro e poi tornare

prendere il tram e dunque scricchiolare,

come dal Zivago la corsa a piedi citare

dietro a un visionario possibile amore.

*

HO MESSO IN VETRINA UN PO’ DI VERSI

Ho messo in vetrina un po’ di versi,

frasi impastate e lievitate molto

che appena cotte hanno acquistato colore

pur con una forma un po’ sbilenca.

Ho aperto quindi bottega questa sera

e qualche passante ha chiesto a me notizie

di quella massa che non sembra sfami

le pance bianche degli intenditori. 

*

SENZA TITOLO

Dopo giorni di casa

a sistemare le piante in giardino,

le carte di famiglia, le mie,

parto per Roma

lasciando – tra rossi papaveri

e margherite di campo –

chi amo e chi no

e chi un po’ soltanto. 

*

SENZA TITOLO

Non so se l’attenzione che occorre

nel girare una pagina –

quando fitta aderisce alle altre –

sia bravura che si acquisisce

dopo l’errore di girarne due

(di pagine), oppure sia

trepidazione di non seguire

lo svolgersi delle parole scritte.

Forse però è un problema

di umidità della carta

o delle  mani vuote di aggettivi.

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33 pensieri su “Poetry Lab: Vincenzo Errico

  1. L’appuntamento con Poetry Lab ha preso inizio nel settembre scorso e ci ha donato, con un intervallo più o meno di una settimana tra una proposta e l’altra, le riflessioni di diversi poeti sul loro fare poesia. Un piccolo spaccato di pratica poetica che si è rivelato un laboratorio aperto per tutti noi . Non tutti gli invitati hanno risposto subito, e del resto non ci siamo imposti affatto limiti di tempo; questa è la ragione per cui non ho mai completato il mio (mi riesce difficile forse fermare per un attimo il flusso e riuscire a dire qualcosa che “duri”) e questa è la ragione per cui ho deciso di proporre la pagina dedicata a Vincenzo insieme a tutte le poesie scelte. Potevo dirgli che per Poetry Lab chiedevo tre poesie appena, di fronte alla sua generosità? A Vincenzo mi unisce la stessa striscia di terra, il Salento, mi sento così di casa nei suoi versi, da distingure la sua parte di mare, quella jonica, di Gallipoli per intenderci, dalla mia, l’Otranto/ Santa Maria di Leuca . Grazie Vincenzo per questo tuo preziosissimo contributo.
    Abele

    1. Abele,
      ti ho quasi lasciato vicino casa questo pacco e sono andato via.
      Mi sono preso un pò di tempo nel prepararlo, per il tuo stesso motivo: fermare il flusso.
      Credo però sia difficile e perciò ho messo insieme riflessioni e poesie (più di tre) e te le ho “portate”.
      Grazie per il movimento che crei.
      Un abbraccio.
      Vincenzo

  2. E’ sempre nuova, questa piccola, antica felicità che crea palpitazione.
    Leggere è sentire l’immagine
    leggerti è realtà che si fa immaginazione,
    filo di spago che vibra tra parola e parola.

  3. Mi sembra una poesia che ha le caratteristiche del parlato più che dello scritto, ma non un monologo, un dialogo sembra ci sia sempre un interlocutore che a suo modo risponde, interlocutore che forse è costituito dai frammenti di cose e parole del mondo, ciotoli di mare, grida di pescivendoli che si attaccano al discorso come una calamita man mano che procede per la sua strada.

  4. “Scoprendo le onde del sentire che si frangevano dentro il mondo che abitavo” sembra essere l’inizio di un poema: quello che vincenzo Errico ha scritto e che ancora scriverà nel suo percorso di autore e di uomo. C’è in questa risposta un’unità metrica che sottende un modo spiccato di essere e che consiste nello stare in ascolto, nel sentire, nel percepire le onde di un mare vasto e sonoro che ci ri-suona dentro e che ci rende vivi ovunque noi siamo, in qualunque circostanza.

    Un saluto,
    Rosaria Di Donato

  5. Una piacevole sorpresa, mi sono messa in ascolto e lenta, come una voce che quietamente dispone il mondo tra le cose familiari, ho visto che andava configurando una casa in cui nulla mancava. Grazie all’autore e ad Abele. fernanda f.

  6. al di là delle atmosfere di una comune origine, di Vincenzo mi muove quel sotterraneo insistere su un’ acuta richiesta di senso, che fa alta la sua scrittura, come da:
    “Quotidianamente torna / l’appuntamento col dolore”.
    una poesia la sua, su cui fermarsi a riflettere, per coglierne la luminosa umiltà e il sapore quotidiano d’ironia-destino :
    “Sì, scrivo poesie./Le scrivo in casa con quello che ho./ A volte sono ciambelle,/ altre latte rovesciato.”
    a presto rivederti e “scambiare”, Vincenzo!

    1. E’ bello quello che dici, Annamaria, e ti ringrazio.
      “Il sotterraneo insistere, la richiesta di senso, il sapore quotidiano d’ironia-destino”: sembra esserci questo nella scrittura che si è manifestata e che attrae il mio interesse.
      Un abbraccio e a presto.
      Vincenzo

  7. Ho letto quest’intervista e le poesie che la seguono con vero piacere. Conobbi Vincenzo Errico molto tempo fa e apprezzai la sensibilità che sapeva esprimersi in selezionate e distillate parole. Ha continuato dimostrando la sincerità del suo impegno verso la scrittura (e verso se stesso).
    Un caro saluto.
    Salvatore.

    1. Sono particolarmente legato a Salvatore Colazzo che ha voluto offrirmi, un pò di anni fa, la bella occasione della prima pubblicazione…
      Mi fa piacere leggerti qui e ti ringrazio per l’energia che infondi.
      Un caro saluto a te.
      Vincenzo

  8. “Continuai a scrivere credendo nel “fuori” che io ero e nel “dentro” che era il mondo” (Vincenzo Errico).

    Trovo rivoluzionaria questa cosa, credo che la adotterò nel pensarmi e nel pensare al mondo.
    E il lampo abbagliante nel definire la poesia di Vincenzo Errico, da parte di Pasquale Vitagliano? “… è poeta “quotidiano” sensibile ma metallico, generoso ma tagliente”, sensazione che io stessa ho avvertito da subito, la poesia di Vincenzo è fatta di luce e calore ma scrive scattosa di taglio, tende a sorprendere il tempo, che incide di lato, un po’ come i gatti in guerriglia (un po’ ridenti e un po’ tremendi, quando schizzano in diagonale).

    Felicissima che tu non ne abbia lasciate solo tre Vincenzo, è stato un vero piacere leggerti.

    Doris

    1. Doris,
      che dire se non grazie per la “rivoluzione” che pensi di adottare, per il “lampo abbagliante” di Pasquale Vitagliano che condividi, per lo “scatto di taglio” e per il gatto.
      Un caro saluto.
      Vincenzo

  9. La poesia mi è sempre sembrata una lingua molto straniera e certamente non fra quelle che ho praticato, ma non credo di sbagliare se lascio anch’io una piccola testimonianza, non sulla poesia di Vincenzo, ma sui commenti degli altri. O meglio, su quello che mi hanno insegnato.
    Di poesia ne ho letta, ma mai veramente compresa, come se non ne indovinassi mai il registro o ne ignorassi il segreto codice, restando spesso perplesso come un profano di fronte ad un’opera di arte astratta.
    Oggi invece, come uno Champollion e la sua Stele di Rosetta, scopro nel confronto e nella coincidenza fra le analisi sulle poesie di Vincenzo in questi commenti e la mia esperienza di convivenza con lui, la natura della scrittura poetica: dev’essere una lingua dell’anima.
    Comprendo ora che chi scrive e chi legge parla con l’anima di anime: la propria, l’altrui, quella del mondo e delle cose.
    A voi “addetti ai lavori” parrà una scoperta banale, ma innanzi a me si è aperto oggi un nuovo e favoloso universo.
    grazie
    pierpaolo

  10. “Credere nelle proprie passioni e coltivarle con i mezzi a disposizione.
    Leggere, esporsi, confrontarsi, ammutolirsi, sparire. Praticare insomma.
    Credere nelle voci degli altri e nella propria.”

    Queste parole sono l’inizio, la scintilla che sta alla base dell’attività di ogni poeta e scrittore. Ho riconosciuto nel Poetry Lab e nelle poesie scelte di Vincenzo un fondersi indissolubile tra vita e poesia. Direi un non “accettare mai il compromesso” tra vita e poesia, ma unirle insieme passo passo, occasione per occasione, riflessione su riflessione, dialogo su dialogo, silenzio su silenzio … Un “Praticare insomma” a tutto tondo. :-)

    Ciao e grazie!
    Fernando

  11. I tuoi versi sono un alito di vento che viene da lontano e che riassaporo volentieri perché mi parla di Vincenzo..perché è Vincenzo.
    una bella emozione.
    grazie
    Irene

  12. di solito quando leggo poesia di oggi non capisco nulla e di conseguenza non mi piace… anzi, mi irrito pure….non capisco e mi irrito. Parole astruse e nessuna emozione..
    Quando invece le poesie dicon veramente qualcosa si fanno capire e sono pure belle… non c’è niente da fare…..
    E i tuoi giochi di parole sono proprio carini…

  13. “Scoprendo le onde del sentire che si frangevano dentro il mondo che abitavo”

    anch’io sottolineo la stessa frase indicata da Rosaria, e certo, Abele, non si poteva “dire di no” a queste poesie, che mi sono piaciute per il loro “lievito” fresco, per l’impasto finale quotidiano e ironico e anche per la loro messa in forma.

    Per usare i versi stessi:

    “Ho messo in vetrina un po’ di versi,/frasi impastate e lievitate molto/che appena cotte hanno acquistato colore / pur con una forma un po’ sbilenca”

    “Io gioco /e poi ho anche gli occhi gonfi. /Che ne sarà di te / oh, pila di una radio?”

    Grazie
    un saluto a tutti

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