Il viaggio selvatico di Gianpaolo G. Mastropasqua

Gianpaolo G. Mastropasqua

Da SUDARIA del “VIAGGIO SELVATICO INCOMPIUTO”

I cucinati

 

Chi ha posto un coperchio di sole sulle teste

per incantarci col sorriso rado delle nubi?

Chi ha portato l’acqua cristallina alle porte

per frantumarci nel vetro dell’immobilità?

Chi soffia il vento bruciante in piena faccia

per soffocare gli ultimi neuroni del respiro?

Chi accende un fuoco di terra sotto i piedi

per spingerci all’ombra della nostra ombra?

Qualcuno ruota le pareti d’acciaio azzurro

nel soggiorno che aggiorna retoriche immagini,

qualcun’altro cucina i sogni e assaggia la cottura

sciogliendo il sale della menzogna sul fondo.

Nelle padelle dei vicini un olio bollente

continua a friggere polpi e inchiostri

ma la pentola a pressione chiamata Sud

presto per saturazione esploderà!

*

La giostra

 

Donna che vieni a guardare le finestre

e porti le nubi nella stanza arrossata

al tuo passo melodico la morte s’imbambola

gli orologi ritornano alle piazze solari

il campanile sentimentale canta tra i vicoli

liberando dalle funi la potenza del creato

nel nome della lingua che danza il suo nome

facciamo sinfonia di tutta la nostra terra

scambiamoci i corpi, le madri, le foglie

nel nome dei padri e dei figli che urleranno

chi entra radioso nel buio incendio

possiede già tutti i poemi celesti!

Vita che passi nell’arco del corpo

e raccogli i millenni come frutti nudi

e sbuchi dal ventre vestita di pioggia

chiamando la neve e la mistica rosa,

vita che scopri la nuca e ci sfuggi

vita che fissi l’abisso e sorridi

vita che giri e rigiri la vita.

*

Da ADAGIO LIMBICO del “VIAGGIO SELVATICO INCOMPIUTO”

Ora catalana

 

Facemmo sogni definitivi e volgari

come figli o feti dalle vetrate

alzammo mondi circolari, tombe

a orologeria, genocidi apparenti

con mani predisposte o pazienti

come ladri vani, con case curate

fino al furto, fino alle rate.

E il mio amore giocherà a carte

con la morte, senza barare

tra le bare,  amore amore

cosa rubo se non il tuo nome?

Ci stenderemo nel fiato delle strade

nelle volte delle chiese che respirano

nella quiete catenaria, come minerali

come michelangeli d’aria tra le arcate

tra i colori monumentali di una specie

con le finestre più nere della pece.

*

Squarcio di materiali

 

Solo pochi soli hanno il calore

che non muore, e un cuore squarciato

dal giubilo del bruno che li assale,

il cielo della stazione non scorreva

emetteva partenze, anneriva, salutava

una panchina capovolta è decimata

nell’arrancare una visione con i freni

un arrivo del milleottocento stridente,

una volta c’erano gli uomini a vapore

che sbuffavano come carboni sorridenti

e stringevano le mani alle rotaie

un’amicizia di ferro battuto, scapola

e clavicola, una chiave segreta

di noi, che uscivamo dai toraci sudati

per respirare il secolo dormiente

tra i vagoni di un rapido resistere.

E voi che avevate le facce e l’odore

degli amici, abbracciavate il corpo

fino alle fusa, con la crudeltà degli amanti

come si fa con le navate innamorate

di un tempio, quando nessuno guarda.

*

Le viole

 

Suonate archi della prima volta

viole andanti come alberi al macello

su e giù per i visi che apparvero legni

bruciate le corde per una musica nuova

perdonati anni dove foste mitraglie

sulle spalle delle madri che ancora vi cercano

nei viali suonanti che furono nostri soli

e di quell’antica forza che tutto permeava

le lotte le fughe nate per ridere

tutta la vita che bevevano a fiumi

resteranno nel tempo di una sinfonia

eterna come il volto, come il leggio caduco

come l’ultimo accelerando del cuore maestro

sospeso come l’oceano da cui guardate.

*

Il vaso

 

Mondo è questa voce che toglie il fiato

più dello spazio logico è il seme

che scompare piantando la realtà nel suo vaso

una rosa senza spine può piegarsi ai fatti

il sangue punge sempre verso il basso

l’ubriaco è già bagnato sull’orlo della sera.

Escono come aghi dalla pelle punta

girano i tacchi e rubano le scarpe al tempo

le parole vanno vengono a carica lenta

ci ridono pagliacci dalle stupide colonie

ci fingono attori immensi come insetti

le coppie si agganciano nei circuiti amorosi

come quando non c’è più corrente

e ci si muove appena, come nascosti

nel rumore accecante di un labiale

un atto di bruciante fissità

dove ci si muore, per poco.

*

Gli arrampicati

 

Sulla schiena della sera arrampicati

per un soffio, una sillaba, un digiuno

mentre l’ombra ritorna nei suoi vicoli

con i fogli nelle tasche l’occhio fugge,

non guardate non seguiteci oltre

perché le case cedono il giorno

e gli amici sbucano dalle pareti

per ricordarci che l’ora è giunta:

*

In morte della Luna

 

Lasciò un bacio di otto anni e mezzo

sul comodino, per illuminare il letto

e il vuoto della specie, partì

con la notte, per offrire il suo cuore

ai macellai dell’alba, nel metallo intenso

di una corazza, come l’ultimo eroe barocco.

Intorno gli automi adescavano conigli rosa

dai fossati, ritornando come prede

alle famiglie meccaniche; i più casalinghi

avvolgevano il ventre in una videocamera,

gli innocenti più facoltosi avevano corpi

murati, nei palazzi di piombo dorati

e giornali per rivestire le pareti parlanti

con silenzi morti masturbanti bianchi.

L’atleta della luce ha tre giorni!

*

La nave dei fratelli

 

Ritorno al confine più sconfinato

oblio, amico mio, non ricordi

la trama transatlantica, le colonne

d’Ercole issate a poppa, la crociera

di una croce, gli invitati come spuma

nell’occidentale processione dell’acqua,

un pianoforte battesimale e notturno

tutti i toni del bianco e donne andanti

che venivano e divenivano note

e partiture nude della luna sonante,

la nave errante rigettò i suoi remi

per danzare con l’oceano in libertà!

Andammo nei mari delle morti sublimi

con l’accompagnamento dei delfini

col sorriso estivo ed eterno dei bagnanti

verso la nuvola dei paterni capodogli

che come dannati a vapore fumavano

sulla faccia azzurra della balenottere

e le ciminiere erano ancora una città

l’ultimo avamposto delle danze celesti

e dalla stanza accanto i vicini mortali

ciechi come orbi, dalle conchiglie armate

e dai muri acquatici, ascoltavano.

*

Acquatica

 

Dove nessun acquario in piena faccia

nessuna trasparenza infrangibile che guarda

nella luce delle branchie, dove piano si respira

liberando le correnti, risalendo o mutando

come l’acqua all’unisono tra le rocce

come cristalli in bilico tra l’altezza

e il suolo, quando il vento attraversa

e sfiora, perché fuggiva dal padrone

e dall’alba, come un ladro di raggi;

ed ecco l’infinita pazienza del movimento

la vita ansimante, corallina

che murena dal buio, sfreccia, brama

nella fornace dell’acqua che agita

che tutto avvolge e mesce e cresce

nella moltitudine verticale del vuoto

senza porte o finestre o mura o morte.

(Ma dove il cane nero galleggia o giace

si perde la lingua e la razza, qualcuno s’affaccia

come un braccio una rete dall’ombra

lo scaraventa al sole tramonta.)

*

Grafie della fusione

 

Le fotografie alle ombre perfette

del tempo – fermare voragini

allunga le braccia e le sue figlie

ogni luce geometrica è spezzata,

perché le terrazze hanno la luna

fino al gotico? La cattedrale è un viaggio.

Anche la pietra ha i sogni contati

eppure volto, quelle ombre siamo noi!

Avevo troppi amori e troppe vite

per salutarti, sapevo solo essere

l’ultimo, un giorno soltanto.

E quel fiore appassiva e fioriva

aveva un prato d’aria che adunava

non una terra terra, né una piccola casa;

ti avevo detto della mostruosità

l’avevi venerata, accolta, cullata

da tutta la vita, e ora furia

cosa trascini alla luce del sole?

È mezzogiorno in punto: uccidi!

*

Il Signor T detto Tempo

Sapeva accendere la morte a memoria

portarla alla bocca e baciarla, ad occhi chiusi

fino alla caduta, alla terra promessa

lasciando la vita come cenere al vento.

Sapeva sedurre con mani gotiche

con cattedrali di capelli mobilissimi

facendo cantare i corpi fino alla resa

al silenzio onnivoro del campo, alla brace.

Sapeva saltare nel baratro di un volto

scalare le altezze del fuoco e del fondo

e lanciarsi a picco nei meandri dell’enigma

come una cascata dalle rocce, come un mulo

dilatando le narici fino allo schianto, al volo

dell’angelo nel cassetto del macellaio.

***

GIANPAOLO G. MASTROPASQUA Medico e Maestro di Musica (clarinettista) è nato a Bari, vive migrante tra la Porta del Mediterraneo, il Colle di Santeramo e la capitale dell’Andalusia. Ha pubblicato Silenzio con variazioni (Ed. LietoColle, 2005, Premio Internazionale “Nuove Lettere”, Istituto Italiano di Cultura, Napoli, 2007) e Andante dei frammenti perduti (Ed.Lietocolle,2008), raccolto in una notte e in un’alba di cinque anni prima. Ha diretto il Lietocolle Sud Tour  Artisti contro il Bavaglio, curato l’antologia fuori commercio Se/dici/anni e co-curato per l’editore comasco LietoColle l’Antologia Taggo e ritraggo sulla Poesia ai tempi di Facebook. E’ presente in Antologie, Riviste Specializzate, in Quotidiani, Blog Letterari e Radio-Tv. Ha 31 anni.

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10 pensieri su “Il viaggio selvatico di Gianpaolo G. Mastropasqua

  1. Ho avuto il piacere di conoscere personalmente G.G. Mastropasqua, non posso fare altro anche qui che apprezzare il suo talento poetico.

    Grazie agli amici di neobar per averlo proposto.

    un caro saluto

  2. Parto dalla bellezza del titolo, dal sud ossimoro di sudore e aria, e che di sud si tratta non viene non solo ribadito ma reso chiaro come un manifesto: Nelle padelle dei vicini un olio bollente/ continua a friggere polpi e inchiostri/ ma la pentola a pressione chiamata Sud/ presto per saturazione esploderà! “Cucinati” sì, nel nostro stesso brodo, ma anche una carica dirompente che sconquassa i versi: scambiamoci i corpi, le madri, le foglie/nel nome dei padri e dei figli che urleranno/. Una visione barocca che parte da Lorca e ricorda Bodini. Grazie Pasquale per questo post, un poeta che seguirò.

  3. Poesia davvero straordinaria! dove la musica viene percepita e scandita come attraverso le vetrate e gli archi maestri di una cattedrale gotica. Luce e ombra che si fanno pietra. Illuminante il verso :” La cattedrale é un viaggio” come la vita sale si inarca, monta, e dall'”abisso fissa e sorride”. “Vita che gira e rigira la vita”.

  4. Giampaolo Mastrapasqua ha scritto un’opera importante che ho avuto l’onore di leggere in anteprima. leggetelo non ve ne pentirete.
    v

    p.s.
    un abbraccio ad Abele

  5. Anche io ho avuto il piacere di conoscere Giampaolo Mastropasqua, persona , medico, amico, musicista straordinario…modi essere che sicuramente influenzano il suo modo di vivere la vita e di comunicare….

    complimenti….
    Benedetta

  6. Ringrazio NEOBAR e Pasquale Vitagliano per l’invito, gli autori compagni di viaggio per gli interventi (Sblando, Tontoli, Bove), in particolare Vincenzo Mastropirro per l’onore mio di ospitare suoi spartiti inediti nel libro… e Benedetta, indimenticabile amica e musa di notti andaluse…nell’opera che verrà, come direbbe Campana, c’è tutto il sangue del fanciullo!

  7. Il frullato

    Allora
    un salotto di stucchi
    di mezzibusti e specchi
    era la via.
    Il battito di un cuore
    artificiale o vero
    era poesia.
    Scorribande di nuvole
    non di streghe
    erano un quadro,
    la fistula il fischietto il campanaccio
    dei bovi musica.
    Ora c’è stata una decozione
    di tutto in tutti e ognuno si domanda
    se il frullino ch’è in opera nei crani
    stia montando sozzura o zabaione.

    Accorcia l’ultimo tuo straccio
    Bernadette, beccafichi! ora che tutto oscilla
    come il latte alla portoghese,
    nessuno potrà dirti chi sei, chi eri,
    se fosti vivao morta, se hai saputo
    che il vero e il falso sono il retto e il verso
    della stessa medaglia, accorcia, butta via,
    non sostituire,
    lasciati andare sulle tue creme,
    a fondo non andrai,
    c’è chi ti guarda e chi t’insegna
    che quello che trema è il tic tac
    di un orologio che non perderà
    tanto presto la carica!

    Dal Diario del ’71 di Eugenio Montale

  8. Sono molto contento di aver presentato Gianpaolo G. Mastropasqua ai lettori di Neobar. Anch’egli è in “lotta” con l’eredità poetica del Novecento. Musicista con talento teatrale, la sua poesia risente di questa sua plastica dinamicità. I suoi versi si offrono con efficacia alla recitazione; sono tridimensionali. Hanno una potenza visionaria che li lega all’eredità orfica di Campana. Il costante ma discreto tono (auto)ironico ne segnano tuttavia una consapevole e promettente distanza.
    PVita

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