Cinzia Marulli Ramadori: Agave

 

L’agave viene dichiarata ad apertura, quasi a pre-testo, come metafora della scrivente, ma sembra essere anche metafora del figlio, del suo radicarsi nel corpo materno e fiorire una volta – ovvero nascere – e insieme sembra raccontare di un profondo essere figlia, nel sollevare una madre alla quale il volto cola come cera sul proprio male e un padre che l’ha già resa orfana ma ancora la sostiene, dall’altrove, perché – come in una cadenza d’inganno – questo libro è un inno alla chiarezza della vita e dell’amore, così condotto con la struttura botanica di una pianta che sboccia andando per una sola volta da radice a fiore. L’unicità del fiore spiega quanto sia duro e definitivo il fiorire, perché quello dell’agave è il fiore che annuncia la morte della pianta che lo porta come si porta uno stendardo finale.

Possiamo dire allora che queste poesie siano le orme del santo camminare della loro autrice, come recita un bel verso della penultima sezione, le tracce del suo avere camminato il mondo perché, come è tipico della poesia femminile, non c’è distanza tra la vita di Cinzia Marulli – al mare, con il figlio, dal logopedista, in ospedale dalla madre – e i suoi testi, i quali sono quasi bozzetti di quotidianità dietro la quale c’è lo specchio unico ed enorme del legame amoroso, e che paiono quasi scritti in una presa diretta sul mondo.

Ad esempio la bocca, descritta quale strumento di pena piegata a divorare addirittura se stessa che poi si piega invece a dire di una foglia gialla. Dunque siamo nella descrizione del mondo delle possibilità, dove una donna divora e restituisce quanto divora sotto forma di una inezia quasi, di una forma leggera di bellezza, che sia una foglia gialla o una poesia.

Il volume si chiude con la sezione Amore, composta di una sola poesia e di un contesto, ovvero la descrizione della genesi e del risultato di quell’unico testo nell’animo di una delle due destinatarie, una piccola creatura malata. In questa dedica e nel gesto della restituzione amorosa che chiude il volume viene fissato, come il fiore dell’agave, il senso di tutto quel caotico vivere, imbevuto e intriso di tutte le forme dell’amore che una donna può sperimentare: figlia di donna e di uomo, madre, amica, creatura immersa in una natura sororale, nei fiori e nel mare da dove siamo cominciati e che forse sarà il nostro fiore finale.

Maria Grazia Calandrone

***

 

Grembo

Nel mio corpo materia

sta crescendo un fiore

.

I suoi petali mi saziano

.

L’anima mia grida

E’ così forte il mutamento

è la sabbia che diventa mare

.

Il mio grembo esplode

al vagito della vita

*

Tornare nel grembo

Mi pesa il pensiero

mi affoga nel petto

.

Non so quanto manca

ma certo non molto

               stanotte o domani

               sarebbe lo stesso?

.

Un altro minuto

               un altro soltanto

.

per guardarla negli occhi

e bere il suo sguardo

per respirare il suo volto

e sfiorarle la mano

.

             un altro minuto

             mio Dio ti prego

             un solo secondo

per stringerla al petto

per tornarle nel grembo

.

in quell’ultimo alito è il mio vuoto.

*

 

A mamma mia

Ti ho lasciata oggi

ti ho lasciata

                   mamma

                   in un letto d’ospedale

avvolta dalle sbarre

legata ad una flebo

.

i tuoi occhi mi hanno inseguita

                      in essi solitudine

                      cantava a squarciagola

.

tra le mura dei corridoi bianchi

risuonavano

                       note dissonanti

                      di vene prosciugate

il mio passo

                      vigliacco e spaventato

correva come folle

                      tra labirinti di paura

*

 

Candela

Ho condensato nella cera

tutta la mia vita

ed essa si è sciolta in una lacrima

e

un cuore mi ha lasciato

al risveglio.

                                              A Silvia Basile

*

Gocce di luce

Gocce di luce

brillano sul mare

come stelle galleggianti

in attesa di tornare

nell’immensità del cielo.

*

Aria

Nell’aria che circonda il nostro fare

si respira il silenzio del destino

dormono accovacciate le occasioni

tremolano al vento i suoni del sentire

e ci sono gioie, lacrime e risate

tra le spine che scavano la pelle

volti amati ed altri sconosciuti

che parlano di chiodi arrugginiti

.

Si abbraccia nella quiete del mattino

la gioia sconnessa della vita

il lento perpetuare del dolore

la cieca e impossibile credenza

nel rosso setare della rosa

e nell’acuto pungicare delle spine

 *

Passeggiata nell’orto botanico

(in ricordo di un foglia gialla)

 

S’arancia il mio sguardo

nel riflesso del tuo profilo

tra i viali verdeggianti di stupore.

.

Il mio pensiero brilla

nei rivoli d’acqua colmi di luce

tra i ciottoli antichi della storia.

.

Le radici s’insinuano tra le zolle

percorrono sentieri sotterranei

si nutrono di buio

ma sono loro che sostengono

la chioma

che saziano di sole la gemma

.

Sorge tremolante la foglia

sul ramo piegato dal tempo

arieggiandosi linfa di speranza

.

Le tue mani scavano la terra

s’imbevono di umida fatica

afferrano stanche le sconfitte

ma sono loro che sfiorano

il mio viso

e mi saziano di chiarezza e di fiori.

                                                    A Carlo, 4 novembre 2010

***

Carissima Cinzia,

                                   in uno degli adagi più dolci e insieme coinvolgenti del nostro amato Confucio, per l’esattezza al libro XV dei suoi Dialoghi (dedicato a “Wei Ling Gong”), tanta e tale saggezza che ci è assegnata recita: “Il Maestro disse: ‘Se uno non considera quel che è lontano, soffrirà da quel che è vicino’.”…

   Vedi, io ho sempre pensato che la Poesiaci chiami sempre a esercitare, o meglio addirittura ad adempiere – in contemporanea – uno fiero sguardo lungimirante ma anche un docile visus ravvicinato, entomologico, sulla cose del mondo. Cose come a dire: accadimenti, pensieri, problemi e loro soluzioni, speranze, gemmazioni, silenzi o aneliti, travagli immancabile – beh, al solito, di tutto un po’…

   Così, in strano e meraviglioso gioco reciproco, intarsio raffinato e mentale, ogni poeta si trova a dover fare i conti con le percezioni d’intimità, dentro o accanto a lui – ma similmente con il punto di vista (e di fuga) di lontani, e allontananti, orizzonti sensibili, paesaggi epocali, scenografie – vorrei addirittura dire – gnoseologiche! Non c’era nemmeno bisogno del monito radioso e pausato di Confucio per capire che non si può scegliere: ed entrambe le visioni sono essenziali sia per la nostra comune Realtà che per l’altrettanto e condivisa Idealità…

   Tutta la tua poesia, in effetti, non fa che ondeggiare tra una tenera, tepida vocazione intimista e una ardente (e anche ardita, affilata) vena civile… Tu l’additi e la confessi nella giudiziosa, temprata quartina di “Inchiostro”, capace quasi di mediare tra sentimento e ragione, e dunque risolvere – o provarsi a farlo… – un’equazione segreta e indimostrabile, che probabilmente nessun Credo lirico può comprendere, svelare, o peggio ancora scalfire:

   Straripa l’inchiostro

   dagli argini della mia anima

   è un fluire nero e tumultuoso

   sul bianco foglio della ragione

   Nero e bianco – luce e ombra – si alternano, si affrontano/si confrontano (e correlano): in una dialettica baluginante e umbratile che è l’unica possibile, praticabile quaggiù…

   Agave, questa tua prima e organica raccolta, si affida dunque a un esotico, comunissimo mito botanico per costruire metafore tra le più generose, partecipi e prospettiche che ci sia dato d’immaginare (o ancora – e seguiamo coi verbi quell’umano destino di pianta incarnata a simbolo: respirare, assaporare, contemplare e odorare…). L’agave, con la diceria scientificamente comprovata, della sua fioritura estrema e definitiva (fiorisce e muore – cioè fiorisce per morire, per morire la vita e rinascerne!), è sempre stata, vorremmo dire, ben più cara ai poeti che ai giardinieri deputati a curarla, tramandarla così gloriosamente – e rarissimamente – fiorita, travagliata (ammettiamolo) di superiore, quasi astratta Beltà…

dalla postfazione di Plinio Perilli

http://www.lietocolle.info/it/marulli_cinzia_ramadori_agave.html

11 pensieri su “Cinzia Marulli Ramadori: Agave

  1. Agave è silloge suggestiva a partire dal titolo, felice e straordinariamente appropriato. L’agave è la bellezza di un’esistenza che si compie in vista di un fiore, un fiore che espreme la vita in tutta la sua compiutezza e ciclicità, ma che è anche fiore di morte. E vita e morte si accompagnano nella raccolta che nella struttura parte dalla radice per poi “disseminarsi” nell’aria, in amori, affetti, amicizie, che costituiscono i tasselli di un grande mosaico, di un ciclo “irripetibile”. Poesia lirica che trascende l’io, elegia sommessa e cristallina.
    Grazie, Cinzia.
    Abele

  2. Ti ringrazio infinitamente Abele per le tue parole così centrate. In effetti Agave vuole essere veramente “un inno alla chiarezza della vita e dell’amore ” come dice M.G. Calandrone. Perchè è nella vita che sorge la poesia, perchè amore è poesia sono una cosa sola. Credo che ovunque nel libro, anche quando viene affrontata la tematica del dolore, ci sia sempre una luce di speranza espressa e creduta; reale forse proprio perchè vissuta. Non è certo una poesia della negazione come potevamo trovare nel nostro Novecento, ma è una poesia di prospettiva che ha alla sua base una profonda fiducia nell’uomo. Il messaggio che ho inteso lanciare è quello della speranza nella vittoria di un amore universale che sia così grande e assoluto come quello che una madre può avere per il proprio figlio, perchè in fondo tutti noi siamo “madri” e tutti noi siamo “figli”. E’ una prospettiva che non dovrebbe abbandonarci mai nella relazione con gli altri.
    Colgo inoltre l’occasione per ringraziare pubblicamente anche Maria Grazia Calandrone e Plinio Perilli, entrambi carissimi amici, per l’attenzione e la cortesia che hanno avuto con me.
    Cinzia

  3. Quando ci troviamo di fronte a una pagina come quella di Cinzia Marulli, è un attimo scivolare nella voragine superficiale, quanto insensata, del: “Scrive in modo facile, semplicistico, diretto”. Accenti preliminari del tutto errati. Almeno per me.
    Nella storia della letteratura molti dei “grandi” sono stati così tatuati, quando possedevano, al contrario, un tono [dono] di scrittura solo “apparentemente” semplice e diretto.
    Cito, fra gli italiani, Attilio Bertolucci. Per gli stranieri: Kikuo Takano.
    Quando leggo Cinzia penso a loro, ovviamente nella diversità stilistica e tematica che sono proprie di una “voce”.
    La loro profondità era infinita. Sapevano cogliere il minimo dettaglio per poi trasformarlo mediante un prodigio alchemico. Quel dettaglio [quello, non un altro] era il pretesto per arrivare al giusto compimento dell’Idea.
    In Cinzia si compiono riti di passaggio: idea – ideale – idealità – concetto / nascita – vita – morte, e poi nascita – vita – morte. Trascendere parole-chiave, immagini-chiave, concetti-chiave: senza usare il chiavistello come finalità.
    La poesia di Cinzia raggiunge una concretezza sublime. L’emanazione di quei valori [lacci d’amore universale] è conquista durissima. Numerosi sono i passaggi, e numerosi sono i testi, dove l’autrice dà cenni a una materica, drammatica espressività.
    Lo fa giungendoci soffio, sospiro, battito d’ala… sospesa tra cielo e terra.

    A volte mi chiedo: Quale “voce” sceglierà? L’altezza soprana del cielo o il precipizio baritonale sul suolo della realtà?
    E’ bella, Cinzia, quando raggiunge il silenzio del Fuji. Un silenzio rarefatto, impensabile, se ci soffermiamo su quell’orchestrale amabile sorriso; o sulla genesi della speranza impressa sul suo volto.
    I versi aperti sono chicchi di riso sul palmo della sua poetica. Ce li consegna con umiltà, inondandoci di amore. Dietro questa forte necessità di amare [e si ama così tanto, credo, per l’inconsapevole necessità d’essere amati] io sento, comunque, una donna che ha scelto l’agave come simbolo.
    Il duale Vita/Morte s’equiparano come non mai.
    *
    Lasciati attraversare dall’acqua.
    Lasciati attraversare.
    Atman.

    Un abbraccio,
    Nina***

  4. Ti ringrazio Nina per la tua scrittura così profonda. Sai entrare nel senso senza lasciarti ingannare da un’apparenza che non è superficialità ma conquista della semplicità. Ritengo infatti che “la parola semplice” sia una grande conquista così come la sintesi. Del resto per me, che vengo dalla studio della cultura orientale, profondissimo è il desiderio di catturare l’essenza lasciando cadere tutto ciò che è superfluo. Certo il cammino è ancora lungo, ma io ho pazienza e desiderio e credo, umiltà. Sono stata lungamente indecisa nella pubblicazione di Agave perchè la sentivo come un percorso e molte sono le cose che, rileggendole, non mi si addicono pienamente (da un punto si vista stilistico, non certo contenutistico). Ma poi ho pensato che era anche giusto creare un punto fermo dal quale ripartire e da usare in futuro come parametro comparativo. E te e Plinio, miei maestri mi avete aiutato infinitamente nell’indicarmi il tratturo da percorrere, con il coraggio del pastore solitario.
    Cinzia

  5. Entro in questa stanza dopo un paio d’ore dall’aver incontrato Cinzia, parlato per la prima volta a lungo con lei come rivivendo una sorellanza rimasta sconosciuta in tutti questi anni, ma che oggi ha preso consistenza calda dalla sua vicinanza. Avevo letto Agave e gliene avevo parlato, e ne dico qui, ora che le maglie della sua poesia trovano ancora più senso nella luce che emana dai gesti, dalla sua vita raccontata. Trovo profondamente vera l’asserzione di Maria Grazia Calandrone in prefazione: in Cinzia non c’è distanza tra la vita e i testi. E’ questo il senso profondo dello scrivere, così semplice, eppure così arduo per i più, così labile. E anche se Cinzia, umile ed esageratamente severa con sè stessa prende un po’ le distanze dall’andamento stilistico , questi suoi versi d’esordio incantano per limpidezza espressiva, in quel suo voler abbracciare e offrire la totalità delle proprie visioni e dei sentimenti, come accade spesso nelle prime raccolte. Ed è una scrittura che sentiamo intensa evicinissima, che attraversa con profonda sincerità il turbinare dei giorni di una donna, il suo sentirsi figlia e madre. una donna che prende coscienza e insieme indica- con leggerezza- nella simbologia dell’agave, il nostro effimero destino. SI resta con la voglia di leggerla ancora.

  6. E’ con emozione che leggo le buone parole di Annamaria Ferramosca!
    Sono convintissima che non può esserci distanza tra la vita e la poesia e soprattutto deve, necessariamente, esserci coerenza. Il poeta, se è tale, non può scrivere in un modo ed agire in un altro. Se così fosse sarebbe solo una ottima esercitazione stilistica, una sapiente capacità dell’uso della parola scritta. La poesia richiede sostanza. Non a caso dei poeti amo conoscere la loro biografia, ma non quella asettica piena di date e di pubblicazioni, ma quella intima, personale. Perchè il poeta per essere tale deve essere in primis Uomo.
    Non mi dilungo oltre su tale argomento che potrebbe aprire una discussione lunga ed interessante. Colgo invece l’attimo per ringraziare infinitamente Annamaria per il suo dire pieno di incoraggiamento.
    Cinzia

  7. Cosa posso aggiungere ai commenti che mi hanno preceduta, così pieni di sentimenti e affetto, che hanno perfettamente delineato il libro e lo spirito di Cinzia Marulli? Prendo spunto dal commento di Nina Maroccolo – in verità è molto più di un commento, giacché oltre ad essere un omaggio all’autrice è una bellissima nota critica. Sono d’accordo con lei e specie quando scrive: “…La poesia di Cinzia raggiunge una concretezza sublime..”. “Agave” è, più che un libro sull’amore (inteso in senso lato), un libro d’amore, ed un libro “dedicato” perché Cinzia, come è stato giustamente ribadito, è una persona che “si dà” nella poesia così come nella vita, con tutta la sua energia e la sua pulsante vitalità. Non c’è affatto banalità nei suoi versi. C’è invece grande profondità e l’accesa sensibilità di una donna (materna) “sospesa fra cielo e terra”. Una donna “di catene avvinta” che dedica i suoi versi a chi ama e agli elementi della natura che più e tanto sono radicati in lei. Consapevole, con filosofica saggezza, delle due facce della medaglia della vita, che laddove c’è gioia si apposta un inevitabile dolore e che un fiore subirà un imminente appassimento. Così l’agave rappresenta proprio questo, la vita che sfiorisce e poi muore..perché tutte le cose che sono, giusto o no che sia, hanno una fine. Ma quando sbocciano lasciano un segno, come l’Agave di Cinzia.
    monica

  8. Carissima Monica, non posso non rimanere profondamente commossa dal tuo commento così intensamente dedicato.Ti ringrazio sinceramente per tanta generosità e considerazione. Tutto il bene possibile. Cinzia

  9. La bravura dell’autrice rende i versi musicali, le assonanze e le consonanze si inseguono in una danza propiziatoria di emozioni. L’evocazione di suggestioni e ricordi, attraverso lo straripare dell’inchiostro,che rompe le barriere dell’anima, porta il lettore di fronte alla consapevolezza che nel lento e costante fluire della vita, dove gioie e dolori si alternano in una ineluttabile giostra, in fondo c’è la speranza di un giorno migliore. Ed ecco che la pagina bianca si veste di segni e colori, lasciati dalla penna, antica e scomoda testimone del divenire.
    Brava Cinzia!
    Annamaria

  10. Felice d’incontrare per la prima volta i versi di Cinzia. L’impressione prima ricevuta è quella descritta da Maria Grazia Calandrone: “non c’è distanza tra la vita di Cinzia Marulli – al mare, con il figlio, dal logopedista, in ospedale dalla madre – e i suoi testi, i quali sono quasi bozzetti di quotidianità dietro la quale c’è lo specchio unico ed enorme del legame amoroso, e che paiono quasi scritti in una presa diretta sul mondo.” Molto apprezzati.

    Doris

  11. Perdonatemi la lunga assenza.
    Ti ringrazio infinitamente Annamaria per le tue bellissime parole e per il tuo sensibile intervento ad Agropoli. Doni che rimangono nel cuore.
    Cara Doris, in primis piacere di conoscerti :). Grazie anche a te per la lettura, l’interesse e il parere che mi hai donato. In effetti io sono fermamente convinta che la distanza tra vita e poesia non esista perchè l’una si nutre dell’altra e viceversa.
    Vi abbraccio
    Cinzia

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