Annamaria Ferramosca: Canti della prossimità

“dovrei fare di ogni pagina un balcone

sospendere a mezz’aria

questa brutale precarietà che a tratti

sembra fermarsi poi

lo strepito continua”

 

tre poesie da

 

Annamaria Ferramosca Canti della prossimità

 

 

***

LO SPECCHIO

Più che un auto-ritrarsi, un cammino
Ecco, parto da qui, da questo autoritratto di getto, richiestomi nel 2007 per il blog Erodiade. Perché in questi nuclei di riflessione ancora mi riconosco. E mi soffermo appena dopo a dilatarli per questo Quaderno del Poiein, con qualche pensiero in più nel frattempo maturato.

Autoritratto? Mille, o nessuno.
Più che dirvi chi sono, o come mi vedo -davvero non lo so ancora e mi piace scoprirlo ancora, ogni giorno- preferisco darvi qualche mia sensazione di ieri di oggi, brani di versi-desideri, luci che mi appaiono appagano con il loro sapore di vero. Il fatto è che vivo per intervalli (insaniae, forse), in continua azione-reazione, come una cellula che attende ogni giorno l’attimo osmotico con l’altro, l’in-out felice, l’incontro-scambio denso necessario per sentirmi viva. A 18 anni vedevo così la mia infanzia:
Ricciuta bimba scontrosa lacrimosa/alla finestra avevi terrore del mondo/nemmeno un chiodo ti diedero i distributori di spade/bimba risorta ogni giorno a ferite/ al mondo sei senza parole e guardi/un bimbo nuovo settentrionale, voci / di strana dolcezza afferri …
Il sapore misterioso-creativo della parola l’ho avvertito presto, come l’ebbrezza consapevole di poter dilatare all’infinito lo spettacolo del mondo che ogni giorno abbracciavo, tutta quella ricchezza e anche miseria, la natura i suoi piccoli grandi esseri i cieli le pietre e gli incredibili umani, quanti messaggi da decrittare! Mi sentivo come in un quadro di Chagall, figurina sospesa sul mondo, ma concreta, fluttuante ma vigile. Cercavo tra le innumerevoli orme i segni emozionali, i suoni-parole che placavano, le esperienze-contatti che scaldavano… La trottola era ormai innescata, sebbene a tratti la velocità somigliasse all’immobilità, ma le fasi -come di luna- innalzavano estri e maree, ogni volta lasciando detriti di sofferenza pure preziosi che mai riuscivano a spegnere l’incendio…
Il tuo arco di vita un incendio, ragazza/tieni abbracciato il mondo/coi capelli che cantano/la tua voce/ infinita/colora il miniappartamento del mondo/la tua vita è un’arancia/si sgranano gli spicchi/volano.
Una luce intensa riverbera dalle pagine lette, dalle innumerevoli voci da ogni dove, soprattutto da quelle innocenti, autentiche,con la loro volontà sincera di comunicare, senza competizione
… Come rischiara l’ascolto del tuo polso/unito al mio, se vola/in catena di prolungabili sussulti/a svolgere dal pozzo corde avviluppate/in salita leggera di parole-carrucole,/in carezza di voci/La più insensata invidia quella delle parole/ Luce da ognuno, a tutti…
Così mi si affollano mille domande, come in una spola si rincorrono assieme a ipotesi visionarie (che fortuna, che colpi al cuore, gli incontri visionari)
Se fosse/ pura coincidenza di parametri/ a tendere/ l’arco innocente della vicenda/ solo un’aria giovane/ profumo d’alga iniziale/ turbolenza di fango/ confuso ancora/ tra humus di stelle e tufo di conchiglie/ Se fosse/ amore solo un’eco parallela/ armonia di due eliche abbracciate/ a punteggiare/ di luci-amplesso il mare…
assieme ai mille tentativi di risposta. E mi rispondo che l’unico barlume di senso, per impossibile che sia accostarsi solo ai margini di un senso, non può che essere nell’incontro, nella volontà limpida di ascolto-comprensione attraverso il segno-parola
…Parlare come/ nascere agli altri, ogni volta/venire alla luce –bianca- dove/bianchezza è l’universo offerto delle note/ brusio d’angeli sopra berlino/sopra le regioni fuori dal dubbio fuori dagli equivoci/così i bambini parlano impastando la terra/col minimo dolore necessario…
Sensazioni di gratitudine non so a chi a che cosa, per la sola via d’uscita intravista in questo mondo disastrato: percorrere umilmente le vie dello scambio, quelle curve di livello che una sera nella libreria romana OdradeK, guardando vecchie affascinanti carte geografiche mi sono sembrate venirmi incontro, come grida dalla terra. Il loro grido, necessario e acuto, l’ho avvertito come la nostra richiesta inconscia di ricomporre ovunque equilibri interrotti, ricostruire legami di solidarietà planetaria di fronte alla rivelazione di fragilità del mondo. Un sogno utopico ricorrente, quello degli antichi cerchi attorno al fuoco, sì, proprio quelli dove i nostri progenitori condividevano i loro terrori, progettavano i loro passi, insieme colmavano di senso la loro vicenda…
…Ritorna il racconto attorno ai fuochi/il viso ardente l’aria sulla pelle/le braccia divenute leggere come ali/le parole essenziali come un pigolìo/(intorno rami e nidi)
Chissà, anche noi forse lasceremo graffite – su disco, questa volta, con il nostro tremore,
…le nostre figure in cerchio, sbigottite/il sole scuro, il fungo/l’incerta aurora
Allora tento il dialogo sempre e ovunque, anche attraverso la scrittura poetica, anche con qualcuno che, come è successo con l’amica traduttrice Anamaria Crowe Serrano, mi lancia un incipit in altra lingua e alla mia risposta in italiano, continua nella sua lingua e così via, felicemente co-creando …
To be a blank page/pulled from sleep/waiting for the rhythmic/rub of a pen /essere l’ultima pagina/di ogni libro,verifica/della fine sospetta, fruscio/del sipario che lascia nudi e muti / texts startled in reverse/undoing the laws/of tomes, tracts, edicts, acts/progress at its most perverse / come gatti selvatici ribelli/un salto di felpata magia/e la mano che scrive è bloccata, la mente/vertigine vortica / bellezza il suo indecifrabile ritmo.
Così ancora cerco compagni/compagne per un pluripoema collettivo, perfino anonimo, quale utopicissima provocatoria sfida! Eppure credo che potrebbe nascere qualcosa di nuovo e buono, possibile in questo mondo supercollegato, se solo fossimo disposti a rinunciare a individualismo e autoreferenzialità, per cercare una voce condivisa, corale, per questo più vera.
Perché alla fine ciò che resterà non sarà un nome, ma la parola che ha saputo incidere in tutti in profondità, l’impronta di un cammino riconosciuto.

***

Dunque la mia premessa è nel lasciare ogni nucleo di riflessione sempre aperto all’evoluzio-ne 2, perfino alla rivoluzione, se la sentissi necessaria al procedere nel cammino, a dilatare la percezione.
Ecco, la percezione. L’esigenza di interrogare. Di mettermi in ascolto, nello spazio e nel tempo, ma perforandoli, oltre ogni definito confine. In uno spazio dove risuonano voci ancestrali e insieme familiari, che ritornano come su un’orbita che è anche la mia. In un tempo che si mescola al passato e si svela intriso di mito.
Provengo da una terra, il Salento, mediterranea. Che attraverso il mare ha da sempre assimilato lo spirito di molti popoli, e questo flusso osmotico millenario ha lasciato come una sete residua, una tensione inestinguibile allo scambio con l’altro. Così mi accade spesso che voci e immagini dal mito- la mia Grecia poi, così vicina- mi giungano mentre scrivo. Le sento mescolarsi prepotentemente nell’immaginario come a sacralizzare il pensiero, come ad imprimere la traccia di una memoria genetica e insieme antropologica alla mia scrittura. È forse una variante di percezione riconducibile al desiderio di ascolto dell’anima mundi, di cui parlano Leopardi, Rilke, Celan, ma fortemente permeata di mediterraneità, che indica da una parte il valore etico dell’incontro, e dall’altra svela un remoto legame di continuità della vicenda umana tra la realtà attuale e le lontane scene delle origini. Inconsapevolmente una luce si accende su una vicenda evocata dai miti appassionatamente studiati, facendosi specchio di una situazione reale, ricreando e dilatando alla contemporaneità la suggestione mitica. È quella spontanea mitopoiesi del quotidiano di cui parlano Marcello Carlino e Donato Di Stasi nelle letture critiche dei miei testi.
Dalla tensione all’ascolto e allo scambio derivano i cerchi metaforici della condivisione, possibili solo attraverso il segno-parola, temi fortemente presenti fin dalla prima raccolta. Un desiderio lancinante che l’umanità giunga ad una solidarietà planetaria, unico traguardo di senso che vedo per un mondo sopraffatto dall’egoismo, disumanizzato e disumanizzante, dominato da un’ ipertecnologia senza direzione. L’unico imperativo “etico” in cui credo, che supera ogni religione e mi permette di convivere- conservando il tremore del dubbio- con il mistero della casualità del tutto, che non esclude l’abbraccio cosmico.
E le parole più dense di significato, capaci delle più forti indicazioni, sono per me quelle incontaminate dell’infanzia e quelle, sottili e intensissime, dalla natura e dall’oltre natura, che chiamo infravoci. Ho spesso imparato proprio dalla frase di un bambino, dalla sua spiazzante filosofia, che vede nell’esistere solo la felicità di essere vivi, essere con l’altro, all’altro mostrare l’umanità- giocattolo rotto con la voglia di ricomporlo dopo averne scoperto la miseria dei pezzi. E pure continuo a farmi tabula rasa in stupore, disponibile ad essere incisa degli innumerevoli segni che il codice della natura lascia ovunque, compreso il segnale – quanto loquace, a volte – del silenzio.
Ansia del condividere come sola dimensione capace di colmare la voragine esistenziale, che mi spinge fino a voler mettere in comune anche la gioia della creatività nella scrittura. La figura insistente del cerchio proietta il mio immaginario verso un futuro di città divenute “curve” per l’affollarsi dei cerchi, dove si potrà smussare ogni angolo di disumanità, dove l’uomo lentamente assumerà il profilo sontuoso dell’ibrido totale, di una ricchezza interiore mai raggiunta in passato (in biologia esiste una legge naturale che ha nome ” lussureggiamento degli ibridi”, che riguarda l’aspetto somatico dell’individuo, ma sono sicura che se ne verificherà la validità anche per le funzioni umane cognitivo-comportamentali ).
E lungo le mie pagine è anche facile imbattersi nelle tracce orgogliose della mia dimensione di donna. Sento, con Maria Zambrano, il femminile come “pensiero della nascita”, volto naturalmente alla salvaguardia della specie contro ogni forza distruttrice, all’accoglienza, alla ricomposizione, alla calda parola che nutre costruisce ricostruisce. Una dimensione divenuta per me nitida grazie anche alle luci derivatemi da menti meravigliose (Hannah Arendt, Marija Gimbutas, Simone Weil, Charlotte Perkins, e tante altre). La dimensione di donna-persona totale, per molti secoli sospinta nel silenzioso angolo domestico, che oggi lentamente ma irreversibilmente, si fa libera, liberando tutto il suo potenziale d’ intelligenza e creatività a vantaggio dell’umanità intera. E mi metto in ascolto della sua voce di verità originaria – l’eco archetipica di dea madre vigile e pacifica- mentre scaturisce da resti archeologici, da tradizioni millenarie e da leggende, mentre rivela la sua sapienza del rinnovare- accettare la spirale di morte-vita.

Credo allora, di star cantando la Prossimità. Nella vitalità delle sue incandescenti spinte, nel senso largo dello stare accanto, del voler accogliere e restituire ogni voce, anche dello scrivere per avvicinare, per assomigliare a chi mi si accosta, cercare di innescare l’osmosi tra ciò che scrivo e ciò che il lettore cattura. Così che chi legge possa allontanarsi un po’ dal suo buio, e, come afferma Elisabetta Liguori, 3) di nuovo avvertire “desiderio”, quello, transitivo, di sentirsi vivo rivolgendosi all’altro che gli è accanto. Una Prossimità che mi auguro possa divenire contagio.

NOTE 2 E 3

2-
– Poetica?
Trovo, nella frequente richiesta fatta all’autore ancora in cammino di estrapolare dalla scrittura anche sedimentata lungo gli anni la propria “poetica”, un possibile rischio, soprattutto se l’intento sia classificatorio: che accada una specie di involontaria sottile violenza. Per un evidente motivo, che attiene all’essenza stessa della scrittura poetica, che è ricerca insaziata, cammino impervio ondulante, dai confini sempre in espansione, mai rigidi, crivellati dai fori dell’inatteso, con possibili varchi anche al ripensamento. Anche se l’autore si imponesse dei binari, potrebbe venire continuamente sconfessato dall’imprevedibile spinta del poiein, che ha nell’inconscio il suo fuoco originario e contrasta ogni razionale “progetto” di scrittura. Pensiero questo, che ha il conforto di Borges (“E’ difficile intuire un percorso, se non alla fine del dire”) e Pound (“Poesia è concentrare su ogni verso il maggior numero di significati, perché ognuno poi possa riscrivere la sua personale poesia, cogliere la sua personale vertigine”). Una vertigine, dunque, ogni volta diversa, sia per il lettore che per il poeta, la cui lettura interpretativa è una delle infinite possibili, tutte legittime.
D’altro canto è sempre illuminante che insieme all’autore si esplorino di volta in volta i campi – fluidi – della sua percezione esclusiva, i territori della sua ricerca inconsapevole, quella più autentica.
-La forma
La mia lotta per raggiungere un mio personale linguaggio-stile, è stata veemente durante i primi anni di scrittura, quando, come nell’adolescenza, ci si allontana dai modelli amati genitoriali(per me Dickinson, Campo, Rosselli, Pizarnick, Lorca, Pessoa, Borges, Rilke, Heaney…) , ma continua ancora, come dev’essere per chiunque scriva immerso nella vita, con soste feroci di afasia, arresti crudeli sulla soglia del preverbale, inseguendo la grazia dell’equilibrio tra senso e respiro. Una guerra aperta, in particolare tra la naturale spinta poetica al sottacere, all’alludere, e la consuetudine galileiana derivante dal mio parallelo lavoro scientifico a chiarire, asserire, illuminare di razionale significato. Difficile attraversare le due soglie non lasciandosene invischiare, ma contemporaneamente i due mondi paradossalmente possono felicemente coesistere, in uno stile definito da D. Di Stasi mistico-scientifico,se il lessico trova nuove inattese suggestioni e l’immaginario altri fertili territori. Così gioisco ogni volta, alla rarefazione ottenuta dai tagli, al senso nuovo dei termini dalle scienze, dalla tecnologia, o di quelli polifusi che spontaneamente s’impongono, speculari al senso circolare dell’abbraccio. Ma insieme imparo, da maestri come Bonnefois, a superare le insidie della scrittura, nel suo farsi sogno, illusione di auto riconoscimento, dissipando ogni volta il sogno per aprire la parola a nuove risonanze. Credo che la forma in poesia sia un portato fortemente automatico, perché l’immersione nella contemporaneità guida l’evoluzione della lingua e l’esito di uno stile non è che il risultato di un attrito tra la sensibilità-cultura personale dell’autore , e la pressione esterna, vitale, della lingua comune. Così, dopo la fase ipnotica dell’ascolto-incanto che poi cola sul foglio, sono all’erta, divengo vigile e ancora operosa, consapevole che ”L’unico principio morale nella scrittura è la cura della parola”, come da Pound. [nota di A. F.]
3- Elisabetta Liguori, in Poesia-pane, ne Il Paese nuovo, 6-7, 1 apr.2009

la poesia anima mundi

per richiedere il libro: acquisti@puntoacapo-editrice.com
per richiedere il CD di Canti della prossimità: gianmario@poiein.it

 

32 pensieri su “Annamaria Ferramosca: Canti della prossimità

  1. Dopo la recensione di Pasquale del quaderno “poiein” di Giovanni Nuscis, presentiamo un altro quaderno della stessa serie: “Annamaria Ferramosca – La poesia Anima Mundi” con note critiche di Gianmarco Lucini, che ha anche curato un CD che può essere richiesto contattando Lucini: gianmario@poiein.it. Nel CD potete ascoltare Annamaria leggere la silloge “Canti della prossimità”, silloge concepita per questo progetto che propone inoltre poesie tratte da altre sue raccolte. Il libro, che si pone come utile strumento critico per approfondire il percorso artistico di Annamaria, contiene delle riflessioni della stessa, raccolte sotto il titolo “Lo Specchio” e qui riproposte.
    In “Canti della prossimità”, di cui potete qui leggere tre poesie in pdf, continua il viaggio intrapreso da Annamaria verso la scoperta dell’essere, e del femminile in particolare, in rapporto con la natura e l’universo; viaggio che sgorga nel caratteristico ampio respiro dei suoi componimenti e con la “misura” che determina il ritmo, la sintesi tra il prima e il dopo, il presente “teconologico” e i richiami, “lacerti” del passato, come quello, ad esempio, di un Salento “primordiale”, mitico. Leggere e ascoltare allo stesso tempo il CD, permette di apprezzare maggiormente tutto il lavoro sul “suono”. Scorgo in definitiva una dimensione sempre più “drammatica”, teatrale, nella poesia di Annamaria che nel suo interessante utilizzo di riferimenti e termini scientifici, tipici della postmodernità, contrappone un impianto classico, un ricucire la storia e le storie che riporta al teatro greco. E il teatro potrebbe essere una strada da percorrere vista anche la sua capacità di delineare, spesso con pochi accenni, forti figure femminili.
    Abele

  2. Ti ringrazio , Abele, per l’accoglienza. e ancor di più per il tuo dare luce a questo mio lavoro, soprattutto quando parli di legame tra l’inquietudine del presente e i richiami del passato. Mi sento, come sai bene, scorrere nel sangue il nostro mediterraneo, con tutte le stratificazioni e i frutti benigni delle sue culture. E forse, come sai presentire, davvero sto per incamminarmi nella dimensione amatissima e difficile, di antiche radici, della poesia-teatro. Vorrei qui subito dire anche il mio grazie a Gianmario Lucini , che ha attraversato tutta la mia scrittura restituendola in questo quinto Quaderno del poiein con quel di più di limpidezza e luce che ancora mi riempie d’ammirazione. E auguro buona lettura a tutti coloro che vorranno sostare sulle mie sempre insoddisfatte parole, grazie!
    annamaria ferramosca

  3. Fortunati voi che avete il mare che vi scorre, io me losognavo mentre lo disegnavo,sui fogli, per tanti anni è accaduto così, la vita aveva deciso questa specie di distanza. E la stessa cosa è accaduta per la parola,me ne sono statain silenzio,nel mio eremo di buio e ascolto, per motlissimi anni, non ho scritto, ancora una volta ho disegnato e sognato su quei segni quando mi sono trovata sulla soglia,tra il là e il qui. Leggo con molto interesse la presentazione di Abele, mi dispongo all’ascolto, stare alla finestra e sentire il mare di Annamaria Ferramosca,battagliare sulla riva della parola, icresparsi e farsi sale è come toccare tessere di un mutevole mosaico. Grazie.ferni

  4. @ Ferni, cara, grazie per stare ad ascoltare il mio” mare battagliare sulla riva della parola”.
    Sì, è proprio così, la mia scrittura è disperata ostinazione a raggiungere un approdo. Come accade a molti amici che scrivono in umiltà, arranchiamo per uscire dalla nebbia verso un lume che ci può rendere più consapevoli di ogni limite e solidali. In questo l’unica gioia.
    @ Natàlia
    grazie anche a te e buoni giorni.ti aspetto

  5. Ri-suona nei “Canti della prossimità” di Annamaria Ferramosca una lingua altra, non comune, che traghetta il corpo stesso dell’autrice, divenuto parola, fino alle sponde del nostro sent-ire. E’ poesia dinamica, in cammino, in ri-salita il cui ritmo è scandito da un battito antico che anela a fondersi con la natura ed a ri-creare la linfa vitale. E’ poesia-danza che coinvolge il lettore in un passo timbrico che pro-duce l’incontro con l’altro.
    C’è qualcosa di arcaico nel dire così nuovo di questo canto: il magico.

    BRAVA Annamaria!

    Rosaria

  6. Colori, suoni, di sommessa eleganza si rincorrono attraverso la profonda e acuta dimensione della parola… Il testo per Annamaria è come una rete che cattura istanti e si protende libera verso la magmatica bellezza dell’assoluto. Sciolta da vincoli troppo stringenti di carattere formale questa esperinza poetica brilla, commuove, esulta, nella più intensa umanità. La sua poesia si spinge fino a chiedere, sommessamente, ma con fermezza, un esame di coscienza che recuperi l’uomo integrale e solidarizzi con il mondo. Eppure insieme al fuoco del cuore, s’incontra la ragione, testimone analitica di quell’afflato. La poesia riesce così ad essere sottile nei riferimenti e nelle allusioni,. I versi occasionalmente citati, ad esempio, rivelano una perizia tecnica e nello stesso tempo una elegante noncuranza, come se le regole fossero solo occasioni per sostare, riflettere e dirigersi verso un traguardo spirituale pù perfetto, conseguito attraverso il superamento dei precedenti vincoli. Poesia come itinerario di incessante ricerca, al punto di partenza e a quello di arrivo sta l’uomo, da qui la circolarità del percorso che approda ad una dimensione, alta eppure quotidiana, del meraviglioso. Marzia Alunni

  7. “questa dis-lingua che solo sa asserire…” come si legge in “Infravoci” mi sembra un’ appassionata quanto struggente dichiarazione d’impotenza di fronte all’impossibilità di riuscire a comunicare in completa pienezza la bellezza e il mistero delle voci del creato. Invece, cara Annamaria, la parola penetra il lettore più di quanto non si sospetti e non ci si dovrebbe stancare di esternarla, anche di gridarla dall’ardita architettura di un balcone, nonostante la durezza del nostro “nodo siliceo”. Anzi, forse è una delle poche armi che riesce ad intaccarlo. Grazie per la tua bella (infra)voce.
    Annalisa Macchia

  8. Rosaria, Marzia, Pasquale, Annalisa. I vostri apprezzamenti che sento così sinceri perchè scaturiti dall’esservi offerti alla lettura con purissima empatia, mi fanno arrossire e insieme m’incoraggiano . Ma sono sicura che ciò che vi ha attraversato e che mi avete voluto generosamente restituire, ogni nota profonda, ogni risonanza , è qualcosa che vedete e riconoscete perchè è già vostro. Questa consonanza è la vetta scalata, l’emozione più profonda per un autore. non posso aggiungere altra parola alle vostre . se non il grazie commosso di una vostra sorella in poesia.

  9. “Così gioisco ogni volta, alla rarefazione ottenuta dai tagli, al senso nuovo dei termini dalle scienze, dalla tecnologia, o di quelli polifusi che spontaneamente s’impongono, speculari al senso circolare dell’abbraccio. […] Credo che la forma in poesia sia un portato fortemente automatico, perché l’immersione nella contemporaneità guida l’evoluzione della lingua e l’esito di uno stile non è che il risultato di un attrito tra la sensibilità-cultura personale dell’autore , e la pressione esterna, vitale, della lingua comune. Così, dopo la fase ipnotica dell’ascolto-incanto che poi cola sul foglio, sono all’erta, divengo vigile e ancora operosa, consapevole che ”L’unico principio morale nella scrittura è la cura della parola”, come da Pound.”
    Trovo queste tue parole straordinariamente consapevoli e sono pronto a sottoscriverle; forse con l’eccezione di , se ho capito bene il suo senso. La cura della parola come principio morale ancora lo raccomanderei a molti poeti nuovi. Mi piace sempre di più l’operosa vigilanza che è richiesta a chi non si affida all’improvvisazione e come diceva Eliot “vuol fare un buon lavoro”. Le tue poesie sono belle e si muovono di un moto costante e ascensionale, lirico ma accorto e calibrato sul vero che cerchi e sul sensibile che trovi, in apparenza senza sforzo, ma – credo – con sofferta perizia e intelligenza del cuore (che è quella richiesta ai veri poeti).

    1. Sono felice del tuo”sottoscrivere”, Francesco. so che hai letto l’intera silloge e accolgo volentieri l’aggettivazione di ” ascensionale, lirico e calibrato” che dai al movimento della mia scrittura. In un tempo in cui sento rabbrividire molti autori al sentire solo accennare la parola” lirico”, al contrario io , come te, me ne sento lusingata, soprattutto se alla definizione segue quel tuo resto di frase sulla ricerca onesta del vero e del sensibile,ahi quanto difficili da catturare.
      E’ questa cura, di forma che genera senso e viceversa, il lavoro continuo che mi sono imposta da “artigiana della parola” , chè tale credo debba chiamarsi chi in vita fa ricerca in poesia, almeno fino a quando un lunghissimo tempo e un larghssimo consenso non avranno autorizzato per chiunque il titolo tanto abusato di poeta.
      Capisco poi la tua riserva laddove parlo di automatismo della lingua, che sembrerebbe in contrasto con il successivo lavoro di cura, contrasto che in realtà non sussiste, perchè in quel brano del discorso mi riferivo al” modulo linguistico”, se vuoi a un dna del linguaggio capace di mutare in autonomia seguendo, anzi spesso precedendo, lo spirito del tempo; e’ su quella sagoma linguistica che l’autore poi incide la sua impronta visionaria e la sua cura
      formale. un abbraccio e una buona notte a te e a chi qui si sofferma,
      annamaria

  10. Pochi versi per dire la profondità di cui è capace la poesia e lo sguardo del poeta. Il desiderio di fare della pagina quasi un altare dove la vita, il suo essere impastata di effimero e di verità, possa fermarsi se non per sempre per qualche attimo. Se non almeno nella mente e nel sentire di chi la legge. E comunque mi pare in questi versi accade il miracolo di riuscire a far essere in un unico abbraccio l’esprimere il desiderio e il realizzarlo.

  11. Un grazie immenso a te, Annamaria, anche per quello che fai per la poesia. (a proposito del tuo duplice nome, la rima dice che eri predestinata ;-)
    abele

  12. Un saluto e un grazie ad Abele per questa proposta.
    Il mio commento arriva in ritardo, ma ci tenevo a riconfermare la stima e la considerazione che ho nei confronti di Annamaria Ferramosca. Sulla qualità e l’originalità delle sue poesie ho letto già tante belle e affettuose parole nei commenti che mi hanno preceduta. Ho apprezzato molto le liriche qui segnalate, ma soprattutto mi hanno colpito le sue parole, le profonde e vibranti riflessioni che lei stessa fa sulla – non solo sua – poesia. Perché Annamaria anche quando parla e scrive fuori dai versi fa, crea comunque poesia. In questa presentazione sono esposti non solo la forza lirica, ma tutto il pathos e la coerenza del corpus concettuale e ispiratore di una donna, quale lei è, energica, determinata e generosa.
    Per Annamaria è quasi un imperativo categorico comunicare attraverso la parola poetica, non è solo un desiderio ostinato ma un bisogno insopprimibile, un rito da officiare con gratitudine; comunicare col mondo per incontrarlo fino ad intrecciarsi con lui attra-verso i versi: “..vivo […] come una cellula che attende ogni giorno l’attimo osmotico con l’altro, l’in-out felice, l’incontro –scambio denso necessario per sentirmi viva…”. Ecco, quello che trovo nelle sue poesie è la vitalità, la (ri)nascita nel doppio ruolo di madre e al tempo stesso di bambina affascinata e stupita in cerca di sperimentare.
    Il mimetismo dell’io poetante che slitta sugli oggetti così vitalisticamente rappresentati: “…dovrei fare di ogni pagina un balcone/ […] è dal balcone che chiede aiuto/ e il muro il muro del grido si tende…”. Ed è vero, come è gia stato commentato, che si tratta di poesia dinamica, in movimento e pervasa da un ritmo incalzante e incessante, come nella poesia “Infravoci” dove “offre” tutta sé stessa pronta a mettersi in gioco “…spirito di capriolo sul dirupo”.
    monica

  13. Non è uno scontato grazie quello che qui ti rendo, Monica generosa. Davvero sono commossa per le tue parole -quasi una recensione- così accese e dense di riflessioni. Ti auguro un bel cammino in poesia, che spero potremo condividere a lungo.
    annamaria

  14. e… a proposito di condivisioni poetiche, approfitto indecorosamente di questo spazio-mi scuserai, Abele, in nome della poesia- per invitare tutti a fare un clic sull’icona di Poesia Condivisa sulla colonnina qui a destra . Leggete il progetto, il regolamento… e, se se vi piace l’idea, inviate la vostra proposta da condividere. L’autore da voi condiviso nella proposta, oltre ad una visibilità in rete, sarà premiato anche con un accuratissimo e-book.
    Grazie a voi tutti,
    annamaria

  15. annamaria, amica da lunghi anni, è poeta di antica fascinazione e di costante qualità ideativo_espressiva, sa poetare con leggerezza e sicurezza, ispira da sempre colori, musica, sensorio di femminile essere..

  16. Credo che la poesia di Annamaria sia fra le più incisive ed originali in circolazione.
    Con stima.

    Un saluto a tutti

    ( ciao Abele! )

  17. Un piccolo e personale pensiero sulla poesia di Annamaria Ferramosca

    Ricordo ancora l’emozione provata ai tempi dell’università, quando Maria Teresa Lucidi, ordinario di storia dell’arte dell’estremo oriente, mi consegnò un antichissimo rotolo di pittura cinese; iniziai a srotolarlo, dal basso verso l’altro e a leggere ciò che quei segni d’inchiostro nero tracciavano. Un mistero si stava aprendo davanti ai miei occhi. Sentivo il palpitare del pennello. Un universo-mondo racchiuso in un cilindro di carta di riso. E il segno grafico: magia alchemica del dire-immaginario. Quella stessa emozione ho provato quando ho srotolato per la prima volta la poesia-parola di Annamaria Ferramosca.
    Annamaria, che ho il piacere e la fortuna di conoscere di persona, mi ha subito catturato (inconsapevolmente, è ovvio) con il suo dire e con la sua capacità di rendere orale la parola senza trasformarla in solo suono, ma lasciandola integra, pura.
    Mi sono tuffata nel suo mare poetico sorseggiando i suoi versi, quelli di Other Signs Other Cicles, quelli dei Canti di prossimità e ne sono rimasta rapita. Rapita e ammaliata.
    Nel mio ultimo viaggio nel Salento ho poi voluto ascoltare (anzi ri-ascoltare), il meraviglioso CD con i Canti della Prossimità letti da Annamaria. Sentire la sua lettura bianca (come direbbe M.G. Calandrone) proprio nel mentre percorrevo le strade azzurre e verdi del Salento è stata un’esperienza di totale vibrazione sensoriale. Non credo che avrei vissuto la mia esperienza salentina con la stessa intensità e empatia se non avessi avuto con me e dentro di me la poesia di Annamaria Ferramosca.
    Con questo non voglio certo dire che i suoi versi si limitano all’espressione unica della sua terra, ma di sicuro da quella terra hanno preso il vigore e la forza, la dolcezza e la solarità. Mi sono sembrati cangianti come le chiome argentee degli ulivi salentini. Tronchi secolari con una chioma ricca di frutti maturi.
    Vorrei chiudere questo mio breve e di sicuro non esaustivo commento con quanto già scritto in merito alla poesia di Annamaria Ferramosca per Poesia Condivisa: La poesia di Annamaria Ferramosca ha braccia aperte: è un’apertura solenne e materna alla condivisione. Non è cosa da sottovalutare, affatto, è forse il senso più sottile e allo stesso tempo più verticale della parola. La parola che nella poesia della Ferramosca s’innalza a eco caleidoscopico del sentire, trova strade nuove, si scompone e si assembla, cambia perfino lessico, travalica i mari, si sposa con le sonorità anglosassoni, abbatte le barriere di confine forse a evocare l’unità del sentire umano, sfuma nel suono semplice che sorregge la sua profondissima potenza evocativa, ci avvolge di sensi e di sfumature nelle sue nuove creazioni; è, per usare proprio la parola della poetessa, “oltremusica”.
    In un tale contesto ultra-oltre-lessicale s’inserisce una poetica che travalica il sentire femminile per divenire sentire universale: “Parlare come nascere” è la poesia della poesia, è la sintesi estrema del profondo valore poetico.

    Grazie Annamaria e grazie Abele per questo bellissimo articolo.
    Cinzia

  18. il tuo pensiero, Cinzia – piccolo, dici- a me sembra una così larga distesa e vera e soprattutto che si lascia seminare d’emozione…da farmi restare quasi muta e incredula. Ma voglio dirti tutta la mia gioia nel sentire che mi hai trovata, alla maniera zen, nelle atmosfere della mia terra, nel mio arrancare sulle parole e soprattutto nella lingua che dice-prega della necessità di condivisione… oh quanto ancora dovrebbe essere incisiva la parola per questo traguardo che sempre sfugge.
    ora ti ho trovata, Cinzia, grazie alla poesia. ti stringo forte, so che non ci perderemo,
    tua annamaria

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