Scritte sugli angoli: Gae Spes – Un esito di pace

 

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“se al fondo non fosse tappato

il tocco pudico che insudicia il blocco”

cliccare sul titolo qui di seguito:

GaeSpes_-_UN_ESITO_DI_PACE[1]

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Scritte sugli angoli

un’antologia di poesie di autori gay a cura di Vincenzo Errico

Il Progetto.

Una sera d’inizio d’anno, questo, a Calimera, nella provincia di Lecce, seduti in una sala della biblioteca comunale, in attesa della presentazione di un’antologia di poeti pugliesi, Abele Longo mi chiedeva perché non pensare di realizzare un’antologia di poeti omosessuali, da pubblicare sul blog di letteratura Neobar, a mia cura.

La risposta immediata fu sì, ma che il progetto dovesse avere il mio coordinamento mi faceva esitare: mettere insieme più poeti, che pur sapevo, e presentare le raccolte richiedeva impegno e capacità che credevo di non volere e di non avere. Un po’ lo penso ancora, nonostante la prova documentale che ne è risultata.

Un’altra esitazione riguardava il carattere omosessuale dell’antologia, nel senso, naturalmente, di scritta da autori omosessuali: esiste un tale carattere nella poesia? C’è, per esempio, una poesia eterosessuale, transessuale e/o di genere?

Un carattere alla poesia può essere dato, certo, ma correre il rischio di codificare, limitando, una forma di espressione non mi galvanizzava. Ritengo che la poesia sia riconosciuta e riconoscibile attraverso criteri che possono prescindere dal contenuto della poesia stessa, dalla tecnica utilizzata e dall’orientamento in genere e di genere dell’autore. L’intenzione di Abele era, in realtà, quella di creare un incontro di poeti omosessuali per dare loro lo spazio che, istituzionalmente, non viene dato in Italia. Diciamo quasi un intento politico e civile.

Tornati lui a Londra ed io a Roma, è cominciato un periodo di decantazione, di progettazione e di proposta, seguiti dalla risposta dei poeti coinvolti che, ognuno con la propria testa e storia, hanno accettato l’idea, chiarendo meglio e integrando il progetto dell’antologia.

Registro che qualche esitazione sulla definizione di omosessuale dell’antologia poetica ha creato una certa discussione che è passata da: “come nell’Iliade, non esiste la poesia della guerra, ma la guerra raccontata attraverso la poesia”, così non esiste una “poesia gay (…), erotismo o temi di varia natura possono essere evocati o trasfigurati dalla poesia”, a: “la poesia può essere definita omosessuale, quando diventa testimonianza. È vero che il sentimento espresso in una poesia d’amore può essere il medesimo di quello di una poesia eterosessuale, al di là dell’oggetto che cattura l’attenzione, ma quando una persona omosessuale esprime il proprio desiderio testimonia proprio che l’amore è amore, al di là di ogni forma. La poesia è il genere più personale e autobiografico, e il tema dell’omosessualità può dare un valore aggiunto all’unione di autori con stili differenti. Ci sono di sicuro altri temi (generazione di appartenenza, stili letterari adottati, intenzioni dello scrivere), ma bisognerà valutare se possano essere un parametro condiviso, come lo è invece l’omosessualità che ci ha uniti in questa prima verifica del progetto”.

Così si diceva e tra riflessioni e dubbi c’era chi aggiungeva, proponendo un titolo all’antologia che contenesse il termine “eresia”: “in fondo ‘eresia’ è anche l’omosessualità, e il termine è in consonanza con ‘erodere’ ed ‘erotico’ (…) ecco che entra in campo la ereticità (…)! La àiresis, scelta di campo, è ardua, anche per me che non ho mai osato il coming-out”. E infine c’era chi concludeva: “credo che uno stimolo (…) ad eventuali riflessioni sulla connotazione ‘gay’ dell’antologia possa scaturire da ciò che (…) invieremo come introduzione alla nostra produzione e ideazione poetica”.

Seguì un ulteriore periodo di sedimentazione e, bandito un po’ l’inganno delle parole, si è arrivati  alla raccolta delle raccolte, non nel senso de la madre delle raccolte.

Il titolo.

Si è passati da un “Poeretici” o “Poeritacamente” al “Poesia dei Sensi” o “I Sensi della Poesia” e poi ancora da un “Antologia di Alfabeti” al “Alfabeti Eretici” e infine si è giunti, senza mai giungere, a “Scritte sugli Angoli”.

E’ l’immagine che ha vinto sulla funzione significante delle parole e sull’intento rappresentativo dell’unità degli scritti. Mi piace pensare che la scrittura riesca a fare foglio un angolo tra due linee che s’incontrano.

 

Ringraziamenti.

Ad Abele Longo per l’input. Ai poeti che hanno partecipato: Gae Spes, Paolo Cecchini, Antonella Montagna, Gianluca Polastri, Gandolfo Cascio, Luca Limongelli, Filippo Nigro, Alessandro Marconetti.

 Vincenzo Errico

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16 pensieri su “Scritte sugli angoli: Gae Spes – Un esito di pace

  1. Come dice Vincenzo, il mio era un intento “politico”. Passata quasi inosservata la giornata mondiale dell’omofobia, ne ho ancora più ragione. Certo, Vincenzo non sbaglia quando dice che la poesia non ha “genere”, e l’errore sarebbe proprio cercare una codifica. E mi sono quindi messo in ascolto e ho trovato molto belli i versi di Gae Spes. Grazie a Vincenzo, poeta solare e riservato, capace di grandi doni, come questi versi e gli altri che seguiranno, che ha raccolto per noi. Sono contento e orgoglioso che Vincenzo e gli autori di “Scritte sugli angoli“ abbiano accettato il mio invito e vi anticipo intanto che la seconda silloge sarà proposta agli inizi di giugno.

    Per quanto riguarda “Un esito di pace”, l’ho letta come una danza tra eros e tanatos. In principio c’è la poesia, molecola autonoma che si in” scrive in noi come da sola”. Premessa che serve a fare luce, e tutto ri-comincia da un bacio, il bacio di una madre. Segue il peccato, originale naturalmente:
    Ma la colpa s’è fatta metallo/ che incatena i colori/ che la fanno brillare./
    E non è “questa la fine”
    “questa trottola in fame”
    Il mare, l’abbandono, un’isola greca,
    Una liquidità che si allarga, alcol pioggia e altro
    “amore e quieto grido poi/ che un esito di pace v’è per tutto.”
    Poesia catartica, di grande musicalità.
    Abele

  2. Sono molto grato a Vincenzo. Per la sua generosità. Per la sua amicizia. Per il suo impegno civile. E per la sua poesia. Ha ragione lui. La poesia non può appartenere ad un genere (uno qualsiasi). La poesia è insieme medium e fine. Ringrazio Abele per la proposta.
    Molto bella ed efficace, l’immagine che presenta il progetto.
    PVita

  3. Tutti viviamo sotto lo stesso cielo, nelle stesse condizioni storiche, oramai, nel medesimo mondo globale…è la sensibilità di ciascuno che elabora in maniera personale una problematica, un sentimento, un’idea. Non penso che vi siano generi nella filosofia, nella poesia, nell’arte.
    I versi di Gaetano Speranza sono autentici, segnano un cammino di poesia.

    Un saluto,

    Rosaria Di Donato

  4. Bella iniziativa Vincenzo (e Abele input), a coordinare e raccogliere e attraversare le voci che si raccolgono all’ incontro di superfici e linee scritte, visibili e invisibili, a creare un angolo di ascolto, o spiegate “a fare foglio un angolo tra due linee che s’ incontrano”. L’ autopoiesi—molecolare, primordiale o no—non e’ piu’ sola e quando e’ poesia (poïesis) e’ sempre radicalmente identita’ aperta. Un saluto, Fabrizio

  5. Un grazie ad Abele per “l’ascolto”, per ospitare questa poesia e quelle che verranno su Neobar.

    Un altro grazie a Pasquale per le sue parole.
    La foto della copertina è tratta da una mostra allestita al Centre Pompidou di Parigi, quest’anno, dal titolo RÉINSTALLATIONS di François Morellet. Anche a me è sembrata giusta.

    Vedo che Rosaria e Cristina pensano che la poesia abbia un carattere universale, così come unico e generale è il cielo sotto il quale stiamo tutti. Ed è vero anche per me.
    Diciamo che qui si è voluto proporre una/più visioni delle cose dall’angolo dell’essere persone gay, senza voler creare categorie, miti o vittime.
    Altra cosa da legare a questo discorso è però quella delle emancipazioni mancanti/mancate che non favoriscono le persone omosessuali, che per questo si trovano un carico aggiunto nel processo di crescita personale, a causa dei condizionamenti da parte dei tanti /pochi che non vogliono vedere, ascoltare o lasciar vivere.

    La poesia di Gae Spes, legata – come lui dice – agli interessi della sfera matematica dall’idea unitaria di formula, è anche “motore di nessi”.

    “Una poesia si scrive in noi come da sola statua che con molecole di lemma s’infiltra per crisalidi passate e demoni di essere inevaso fino a foggiare un nume trapassato che s’erge limpido nel tempio del dilemma oltre chi partorendo la trascriva.”

    E mi piacciono vari versi come:

    “Ed è Grigio Il colore Del saper dare più Di quanto cede il tempo.”

    “Se al mondo così non s’avesse paura di dire l’amore per una affrettata risposta per tante negate occasioni per l’acido spettro del bello ed astio al duello d’antiche sfumate proposte…”

    “Ma la colpa s’è fatta metallo che incatena i colori che la fanno brillare.”

    “Non è questo il mio vento non è questa l’amore questa trottola in fame.”

    “Mykonos sfiora ed ignora, da luci che attendono alba tra frutici avari ed i sassi riarsi, gli abbracci nel cielo isolato, eletta alle veglie di nobile urbana.”

    “perché gli abbracci ad una pelle morbida sono come alle spighe in un camino i grani avvinti spesi nell’incendio.”

    “E adesso sei amore mio altra poesia.”

    “E mi percuoterai con alte corde tessute dall’invidia e tentatrice al falso sul falso dell’intingere a dolore… ma ti farò dolore insieme coi miei sassi e disperato
    amore e quieto grido poi che un esito di pace v’è per tutto.”

    E, come faccio sempre quando apprezzo, dico che questi di Gaetano sono dei bellissimi versi che dicono parole che mi piacerebbe dire per descrivere pezzi di vita.
    Vincenzo

  6. Mi onora molto il sapere che tra i miei versi si percepisca come catarsi quella “onda di mare” che mi avvolgeva al momento della scrittura, onda sia dell’incedere prosodico delle sillabe e delle cesure, sia del mio alternare articità così polisemiche da sfiorare spesso l’asemia agli sfoghi – che tracimano qua e là – di un cuore al contempo allineato e non allineato.
    Spesso i miei versi sono nati letteralmente e fisicamente sugli (o negli?) angoli. Di strade e piazze, di case o parchi, di locali gremiti i cui “centri” mi erano o parevano estranei.
    E a volte in casa, su un letto che non bastava o non pareva bastare, in quell’angolo di vita dove si condensano le diuturnità … che si chiama notte.

  7. molecola/monade e siamo alla curva, l’onda
    e molto azzeccata è infatti la foto, che dagli angoli, dagli spigoli la poesia sgorga
    di nuovo grazie a Vincenzo e a Gaetano
    a Fabrizio,che saluto caramente,
    a Pasquale, Rosaria e Cristina, per esserci.
    abele

  8. abitare, abito, ab-ito: mi piace lavorare su queste tracce, perché credo che ognuno di noi, con la veste che s’immagina, e con l’abito che gli è domus, non dovrebbe restare che domi-nato, non domato.La poesia è anch’essa traccia e tracciante,senza spigoli se non per noi, che abbiamo coni prospettici spesso acumi-nati,ma pungenti,penetranti.E il dolore è spesso dolo,per una sofferenza iniettata da falsa cono-scienza.La vita è vita ed evita il distinguo se non per eccedenza,di vitalità, appunto,non per classificazioni e categorie che pongano un basso un alto,un prima o un dopo,se non nella nostra elemetarietà del percepire tutto in fasce, a volte anche in fasci.Grazie,ferni

    1. La vita è vita ed evita il distinguo se non per eccedenza… e la poesia è senza spigoli se non per noi, che abbiamo coni prospettici spesso acuminati…perché credo che ognuno di noi, con l’abito che gli è domus, non dovrebbe restare che domi-nato, non domato.
      Rimescolando solo un pò le frasi di Fernirosso non posso che apprezzarle e condividerle e per questo ringraziare lei.
      Vincenzo

  9. Mi sembra un’interessante iniziativa, e anche difficile, ricordo a Milano due anni fa, la mostra ‘vade retro’ sull’argomento di arte e omosessualità, con degli artisti che mi interessavano in modo particolare, è satata spostata da palazzo reale a piazza dei mercanti, poi rinviata di un mese, poi all’anno successivo. Ho fotografato il manifesto, che sapevo non si sarebbe più fatta (non riesco ad allegare qui la foto).

    La poesia di Gae Spes mi da l’idea di un reticolo cristallino che a volte trattiene dentro di sè le emozioni, a volte le lascia libere di fluire al suo esterno come in esplorazione.

  10. Letto il titolo del post, inevitalmente la mia mente, in una frazione di secondo senza controllo,si è posta la domanda “perchè poesia gay?” Poesia è poesia. Poi ho letto la presentazione di Vincenzo Errico e mi sono rilassata. Compreso il perchè ed io lo condivido: lo spazio negato.
    Perché se così non fosse resterebbe il gay quando va di moda, quando fa comodo, quando sta al suo posto, quando non, se non, e poi ancora a patto che “non”.

    Una presa di posizione, sì, polica e civile.

    Vi è una sorta d’indifferenza intorno, ma che sa bene trasformarsi in un battibaleno in ferocia. Chi sa dell’amore, quello senza abito e neppure etichette, deve battersi per questo amore.
    Stretti un unico abbraccio e condiviso sentire poetico.

    Ho letto il pdf: un dono.
    Ne traggo un senso di forza e condivisione. Una certezza di umanità e amore che ancora mi porta ad avere fiducia in noi, piccole donne e piccoli uomini, spaventati dal nulla.
    Mi ero riportata alcuni versi a mio sentire più toccanti, ma poi sono aumentati fino a non poterli più evidenziare, tanti erano.

    Grazie di questo regalo a Vincenzo e Abele, ma grazie e complimenti soprattutto agli autori uno ad uno.

    clelia

    1. Grazie Clelia per il commento di condivisione e di apprezzamento: è bello quando dici che una certezza di umanità e amore porta ad avere fiducia “in noi, piccole donne e piccoli uomini, spaventati dal nulla”.
      Vincenzo

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