Nina Maroccolo: I cani di Pavlov

 

 

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Faust baratta trucioli di carne per qualche passo d’avvicinamento. I cani avanzano di tre passi, ne accennano un quarto. Si fermano. Mangiano.
D’amore incredulo sembrarono ricolmi.

cliccare sul titolo qui di seguito:

 

I cani di Pavlov – Nina Maroccolo

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28 pensieri su “Nina Maroccolo: I cani di Pavlov

  1. Pavolov avrebbe avuto vita dura fosse vissuto ai nostri giorni, rimane il dubbio che i cani salivassero per farlo contento. Ispirandosi agli esperimenti del premio nobel russo, Nina ci offre un’elegia sulle miserie umane che confluisce in considerazioni sullo scrivere. Come sempre, con fine ironia e profondità di pensiero e nell’eleganza del suo stile:
    1 – I cani sanno tutto degli esseri umani, gli esseri umani cercano se stessi nei cani.
    2 – La razza umana è capace di ogni nefandezza
    3 – La melanconia è una nota acuta
    4 – La vita è una continua giustificazione per la nostra assenza
    5 – I poeti sono dei cani di Pavlov

    Grazie, Nina.
    Abele

    “Antistene, considerato padre fondatore della scuola cinica, era soprannominato ‘il puro Cane’. L’etimologia confermerà la parentela fra l’animale e la scuola filosofica, e nel concetto troveremo un misterioso cane saltellante al sole e alle stelle di Atene.”
    Michel Onfray

  2. Caro Abele,
    grazie per le tue parole. E grazie per avermi ospitata ancora una volta su questo blog che amo tanto.
    I cinque punti che hai riportato conducono subito al nucleo argomentativo del racconto.
    Cinque buoni motivi per tentare di comprendere la natura del nostro essere “animali-umani” in rapporto con l’anima incorrotta degli animali “veri”: “figli dei figli di Dio”. Ma sul filo, anche, della mia “ossessione” di voler inseguire un dialogo con la Scienza.

    Più vado avanti, più mi rendo conto – invece – che l’Umanesimo non costruisce un completo consenso, poiché avverso alle logiche imperanti del mercato (interessi delle grandi industrie farmaceutiche, ad esempio), della globalizzazione, con la scienza a servizio della “morte”…
    E qui si apre un baratro storico di cui Ivan Pavlov è un protagonista decisamente minore, ma egualmente importante sul piano etico. Sicuramente la scoperta dei Riflessi Condizionati è un’acquisizione decisiva: bisogna – tuttavia – considerare “come” ci si arriva a tali scoperte – e vale per tutte le sperimentazioni similari, profondamente noncuranti del dolore inflitto a creature indifese, mute, deprivate di ogni volontà.

    Gli animali hanno una loro specifica volontà?
    Credo di sì. Come possiedono un’anima…

    Gli esperimenti sui cani, da parte dell’èquipe di Pavlov, non sono stati piacevoli.
    Il Dr. Pavlov, per dimostrare le sue tesi, ha dovuto usare sistemi come scariche elettriche, induzioni violente, costrizioni in realtà feroci.

    Si può, in nome del progresso della Scienza, ad ogni costo, passare sopra a tutto?
    E’ vero che anche il linguaggio non aiuta, sembra addirittura schiacciato su queste accezioni negative. Il vecchio modo di dire, ad esempio, “Vita da cani”… su cui Chaplin costruì uno dei suoi cortometraggi più belli.
    Dunque, il cane è il miglior amico dell’uomo. Purtroppo, non sempre, l’uomo è il miglior amico del cane…

  3. Cara Nina, l’Umanesimo viene ormai considerato un “accessorio”. Non rappresenta più neanche un incomodo, quel “timor dei” che nel passato se non altro si avvertiva ancora. E così bombardano la Libia senza neanche provare a discutere, si lanciano subito alla conquista fiduciosi del potere delle bombe, sempre più sofisticate. Quei cani, come mi dicevi nella tua mail, siamo noi. E “cane” bisogna esserlo, visti i tempi, ho citato nel commento precedente Onfray che sul cinismo ha scritto un bel libro e mi piace anche ricordare “La critica della ragion Cinica” di Sloterdijk, che in sostanza afferma la necessità di tornare a “mordere”, di vivere come i cani che ringhiano contro chi preferisce “l’indolenza”. E in questo senso il tuo testo e’ anche un bel morso “pedagogico”.
    Abele

  4. Gli “Esperimenti” di cui si compongono “I cani di Pavlov ” di Nina Maroccolo sono, a dir poco, agghiaccianti. Se non fosse per la prosa poetica dell’autrice sarebbe impossibile proseguire nella lettura ed arrivare alla fine.
    Se penso poi ai tanti profughi ammassati a Lampedusa in condizioni dis-umane avverto tutta l’impotenza degli esseri più deboli di fronte al potere.
    E’ uno scritto che fa riflettere profondamente.

    Grazie Nina!

    Rosaria

  5. GRANDE ABELE! E’ proprio così!
    Sottoscrivo ogni tua parola come una sacrosanta, benedetta verità.

    “E così bombardano la Libia senza neanche provare a discutere, si lanciano subito alla conquista fiduciosi del potere delle bombe, sempre più sofisticate.”

    Con quale facilità e inettitudine si “bombarda” oggi!
    Mi alzo nervoso e decido indiscriminatamente, IO, che ho il Potere poiché gli altri – NOI [nessuno si senta escluso] questo Potere lo porgiamo a quell’IO imperante; lo concediamo nelle urne, e non sono le foscoliane; protestiamo per caso o per necessità; si punta l’Indice proclamatore d’Ascolto Perissodattile [Ionesco docet!] verso il “Nemico”… – IO, lancio missili in nome della Democrazia e della Pace.

    Perché abbiamo sempre bisogno di un Nemico?

    Attenzione: Gheddafi non è un santo, ma le potenze europee, l’America e il Giappone disastrato – come hanno potuto decidere con tanta solerzia?
    Perché, fino a qualche mese fa, avevamo Gheddafi in Italia a pattuire strategie economiche?
    Perché la Francia se ne stava tranquilla? E l’Inghilterra?
    IL PETROLIO, molto semplice.

    Perché abbiamo sempre bisogno di un Nemico?
    Ci giustifica dalle assenze scolastiche, oppure:
    “La vita è una continua giustificazione per la nostra assenza”, come scrivi tu, Abele, nell'[esperimento quattro] della presentazione.

    E ancora scrivi e sottoscrivo:
    “Quei cani, come mi dicevi nella tua mail, siamo noi. E “cane” bisogna esserlo, visti i tempi […] Mi piace anche ricordare “La critica della ragion Cinica” di Sloterdijk, che in sostanza afferma la necessità di tornare a “mordere”, di vivere come i cani che ringhiano contro chi preferisce “l’indolenza”. E in questo senso il tuo testo e’ anche un bel morso “pedagogico” .”

    Mi sento un cane da sempre.
    Da sempre ringhio
    latro dolente nei giorni peggiori… – e mordo
    quando c’è da mordere.

    Ti ringrazio di considerare il mio racconto “un bel morso ‘pedagogico’ “…

  6. @ Cris, grazie a te…

    @ Rosaria: per scrivere “I Cani di Pavlov” ho impiegato due mesi! Più volte volevo mollare… Sono riuscita ad arrivare in fondo perché è stata la Scrittura a volerlo.
    Lei ha preso il sopravvento.
    Se hai letto la mia risposta ad Abele, decifrerai che non basta ringhiare. Talvolta DOBBIAMO mordere.

    Grazie per essere passata da qui.
    Caramente,

    Nina

  7. “Riesco a vedere l’altrui pena,
    E non soffrirne?
    Riesco a vedere l’altrui affanno
    E non cercare un dolce conforto?”.

    WILLIAM BLAKE

    A Pasquale, con tutto il cuore,

    Nina

  8. Oh, cara Nina, tu ti sei giocata questa metafora perpetua, inesorabile dei cani di Pavlov, per darci – giustamente – lo specchio abraso, un po’ oscurato, in cui verificare, chinare (fors’anche proteggere), il nostro autoritratto…

    “La voce bronzea del padre”… “Il Faust rurale”… “i catalismi d’anima”… gli stessi “figli cosparsi d’incerto”… ci proiettano subito nel laboratorio della nostra Psche (se vogliamo, anche anche nell’antro immenso della Storia!)… Ed ecco che i riflessi condizionati sono i nostri, ce li sentiamo addosso… Se poi c’è anche l’aggravante (scherzo!) della poesia, dei poeti confratelli puri, così come dei sodali “cinici” (ma l’aggettivo era per Diogene, forse un appellativo con ben altra valenza), tutto torna, e la tua lirica sentenza suona inesorabile:
    “Siamo tutti cani di Pavlov e non lo sappiamo”…

    Corollari e varianti: Non lo vogliamo sapere… Per goffo, “cinico” superomismo “canino”, ci sentiamo a volte Pavlov, e dunque immune da quei riflessi condizionati, da quella bava ancestrale che scatta al suono della campanellina…
    Se è vero che una poesia – un racconto – non dovrebbe mai lasciare nessun lettore immune, mai lasciarlo lo stesso – tu hai colpito il centro, e ci assegni una sentenza travestita da excursus lirico-narrativo, narratio gnomica… “Gesto e sguardo”, “incerto gemmato di fede”…

    Ma la cosa che più mi ha colpito è la scoperta (e dunque la ricerca) del “cane malinconico”… Unica forse autodifesa contro la Storia, il Tempo, gli equilibri instabili della Creazione, “Sua Maestà Pavlov dei cani” e soprattutto “l’interrogativo della parola”… “l’esclamazione dell’irrisolto”…
    Tra tante scritture modaiole e patinate, trasgressive per target, insomma clonate al paradosso e al regime del Moderno, queste code svilite, questi guaiti dolorosi ci restano dentro… Ci abruttiscono per miracolo di redenzione: e gl’intestini ritratti sfiorano quasi il sogno e l’utopia di un “asteroide”…

    “Occhi di cane in occhi d’uomo”. La vescica cede, sì, Nina – ma anche il brivido dell’umano riappropriato in basso, in humilitate, già ci pervade…
    E forse già tutto torna a convogliare, a unirsi, a tenersi lancinantemente insieme – anche i nostri archetipi più scomodi ma consacrati… San Francesco che parla al lupo di Gubbio, Kafka durante e dopo la “Metamorfosi”, Pasolini notturno – maledetto e randagio, Celan e la sua “Luce coatta”… E la tribù ferina con cui Kubrick comincia “2001”… L’osso gettato in aria è già la Storia…

    “Continuerà l’effetto-dolore,
    persiste – unica libertà rimasta,
    la vulnerabilità
    muta di cani
    l’esistenza incattivita…”

    Ripeto, se uno scritto riesce a riportarci a quel turbamento purgatoriale, a quella latente o riaccesa paralisi, all'”inferno doglioso delle emozioni”… ha rispettato il suo dovere.
    L’anima – diresti tu – poi… “puoi ritagliarla a tua discrezione”!
    Un abbaccio vero,
    Plinio Perilli

  9. A partire da quel verso splendido:
    “I cani di Pavlov tendono alle campane.”
    dove il verbo “tendere” è un vero è proprio orecchio come riflesso al/del vicino, anche in allerta all’estraneo,
    di più allerta o riflesso al divino, o emotivo al/dell’amore (come non rispondere-sbavare al “Din-Don! Din-Don! Din-Don!” delle campane :))

    dicevo a partire dalla tensione alle “campane”, le gaussiane dell’esistenza uman, di variabili più spesso dipendenti, veri e propri vincoli – riflessi condizionati,
    questo bellissimo pdf di scrittura e arte. per questo “il cane delle torbiere allevato dall’uomo delle palafitte”, legato alle catene delle proprie nevrosi (“Le nevrosi mi occorrono”), capace di “banchettare con esse” e per esse sbranare/sbavare, o abbaiare (“Così abbaiarono i cani di Pavlov”), magari -e sempre- alla luna.

    Come Plinio Perilli considero preziosa l’intuizione del “cane melanconico”.
    Ho scaricato il pdf per leggerlo ancora. per intanto aggiungo che non solo il pdf, ma la ricchezza dei commenti che si sono alternati, è l’ulteriore ricchezza di questo post!

    grazie a tutti perciò
    un caro saluto

  10. guardare i cani di Pavlov come Nina li guarda. ne sento la lacerazione necessaria, oggi più che mai. metafisica degli abissi umani. scoprire che siamo canidi solo per empatia, ma sprovvisti di quei recettori- sublimi e superumani- che il cane di melanconia ha, quel suo alarm di perdono, quel riflesso di indulgenza infinita verso il suo aguzzino.
    Nina, fossero in tanti, come te, a sentire le note acute dissonanti, versare in scrittura l’universale vuoto ululato, in ogni tempo. e’ questa modalità di percezione e comunicazione che spero dilaghi nel canile mediocre del nostro mondo indifferente.
    un abbraccio di sintonia e di grazie a te, ad Abele, a tutti voi che il contagio di Nina ha fatto parlare con così limpido accorato assenso,
    annamaria

  11. leggere questo, come altri testi di nina, anche minimi, è sempre un’esperienza al limite, quasi devastante: non so dire se sia l’anima che mi cataclisma, ché non so cosa anima, o se sia la scatola cranica a esser scoperchiata a ché il màlleo groviglio si rimpolpi maturando il frutto la sua propria acerbità, o se all’interno della gabbia si sprigioni un sussulto d’intermittenza tra sistole e diastole, un frullo che vieppiú mi frulli rendendomene un vitale respiro di morte, un mortale respiro di vita, o se ancora, discendendomi periclitantesi per il corpo e gli organi miei disorganati, l’idea quanto mai altre peregrina che ho di me si concretizzi evacuando di ritorno i bisogni primarj: come se tutto, tutto il nulla della mia ominità, mi si oscuramente palesasse: l’esser privi del privato concedendo se stessi a chi che sia, questo è il piú grande dono che ricevo dal testo: l’essere spoglj d’ogni abito, il mostrare le proprie carni scarnite & ignude agli occhi di chi sa ascoltare, alle orecchie di chi sa vedere, e qui, nel susseguirsi dei commenti esemplari, ce n’è una gran copia: noi si muove il nostro passo immoto di tra l’incerto e lo smarrirsi, umidi umorali quali che si sia, costanti nel variare, varianti nell’immutare: ecco, ecco che ognuna d’esse variabili misteriche del continuum iperbolico davvero è per trangugiar pasti diversamente indigesti: la melancolia amorosa s’ingemmizza in primordj di rami ramificanti, in abbozzi di lievi foglie al vento, in germoglj di fiori solitarj o di infiorescenze a gruppi di simillimi

  12. @ MARGHERITA

    Tu sei come me, se ho intuito bene: molto, molto esigente nella scrittura.
    Esigente perché il tuo “tendine” lo vuoi forte, al massimo delle sue capacità. E infatti tiri, tiri, tiri, senza temere che quel tendine si spezzi (ti ho letta…).
    Nobiltà e coraggio, chiamerei questa tua/nostra caratteristica.

    Ti ringrazio per essere entrata con sensibilità ed attenzione fra i cunicoli del testo. Mi hai reso contenta per aver apprezzato anche le immagini, il loro montaggio “narrativo”.
    Pavlov lo faccio sparire pian piano: quel che resta di lui è una nuvola, una sembianza vaga. Si dissolve questo Faust che nel 1904 vince il Nobel per la scoperta dei Riflessi Condizionati.

    Il Cane Melanconico esiste.
    L’Uomo Melanconico esiste.
    Occhi di cane in occhi di uomo – per comprendere, da una pupilla all’altra, che sbaviamo insieme per una forma di automatismo d’origine -probabilmente – più che arcaica.
    Poi, nel poi del poi, accadde e avvenne la Scienza…

    Ancora grazie, Margherita:-)
    A presto…

  13. @ ANNAMARIA

    Traduco il tuo bellissimo incipit: “guardare i cani di Pavlov come Nina li guarda” in “guardare i cani di Pavlov come si guarda a un amore”.
    E, infatti, cara Annamaria, la forza di scrivere, la forza dello scrittore “attivo” – e non mi riferisco al poeta “civile”, al poeta di “denuncia”, al poeta di… tutti questi appellativi si autonegano da soli – ; quella forza è solo la dinamica dell’amore. Con il tentativo di renderla autentica quand’è così vicino, vicinissimo il confine fra “trasparenza” e “trasparenza falsata”…
    Questa è una problematica che mi sono posta da sempre.
    Più vado avanti, più si fa pericoloso il sentiero.

    Inabissarsi nell’oscurità, scavare, scavare, scavare, non è solo lacerante.
    Il rischio è lo stravolgimento interiore e psicologico, qualora la mente vacilli.
    La mia, ti assicuro, ha dondolato molte volte e per lungo tempo (due mesi).
    Ho perso centralità, l’ansia in continua crescita.
    Spesso mi chiedevo chi fosse il cane, chi l’uomo, chi il Faust: li contenevo tutti, ciascuno con la sua verità.
    Ho pianto moltissimo.
    Sentivo la voce di Melanconia, il latrare degli altri cani, i trisavoli. Il laboratorio di Pavlov si era trasferito dalla Russia in Italia, dentro una Nina del Terzo Millennio nella città capitolina. Dentro una “non-Nina”, poiché nell’immersione cerco d’impormi su un aspetto: perdere l’Io… Non è possibile. Forse, possiamo sfiorare l’idea di perderlo. E sebbene si crei un’illusione, questa può risultare efficace.

    Ci saranno contraddizioni su ciò che scritto fino adesso. In fondo, all’interno del racconto, esiste anche il personaggio “Nina”. Quest’ultima vuole mantenersi integra. E’ Nina.
    Dal momento in cui mi pronuncio ogni buon proposito fugge via.

    Chiudo, carissima! L’anima è tornata integra…
    Grazie di cuore…

  14. @ TEQNOFOBICO

    Lo so. Ne sono consapevole.
    La mia scrittura è “devastante”, “al limite”, “agghiacciante”…
    Potrei scrivere in modo più lineare, portare in luce argomenti di carattere storico con parole più “dolci”, porgerle su un vassoio d’argento.
    Purtroppo, non mi riesce. Se mi riuscisse, farei di tutto per vietarmelo.

    Credo che qualche scossone possa far bene se fatto con lealtà, amore e dedizione. Diversamente, a cosa serve scrivere? Per sfogarsi? E’ l’alternativa allo psicoterapeuta? E’ tentativo di salvazione?
    Cosa vuol dire “dedicarsi alla scrittura”?

    Vogliamo raccogliere la provocazione di Abele quando dice se il poeta è un cane di Pavlov?
    Rispondo.
    Il poeta, e lo scrittore (stessa cosa), “diventa” un cane di Pavlov se si prefigge come obiettivo la “carriera”. Dimentica il valore imprenscindibile del proprio operare.
    Perché, mi chiedo, tanta ansia di riconoscimento?
    Ammettiamolo: è un problema. Un grande problema se sfugge di mano.

    C’è un momento particolare della nostra esistenza che è l’infanzia… I bambini vivono, coltivano, sviluppano le loro prospettive proprio in quest’arco fanciullesco.
    La difficoltà è il passaggio: diventare adulti mantenendo intatte quelle prospettive, che in epoca bambina esistevano senza una precisa coscienza o consapevolezza; e che in epoca adulta possono divenire concrete previa autorizzazione della ratio e dell’inconscio. In contemporanea.

    Bisogna dimenare il destino. Se testa e inconscio non s’incontrano, le antiche “prospettive” restano fisse, come congelate, e se non emergono inizia l’ansia, la sofferenza, la disperazione per quel vuoto che, in realtà, vuoto non è. Qualcuno o qualcosa ti porta a pensarlo “vuoto”, oppure “fallimento”. Di fatto, la società pretende lo “status”.
    Paradossalmente, da bambini riusciamo a districarci meglio, vuoi per la purezza, vuoi per l’assenza di condizionamenti (veri colpevoli, quest’ultimi).
    Non a caso gli artisti sono i più colpiti.

    Ho visto artisti veri manifestare felicemente la loro attitudine. Poi, colti dal vuoto improvviso, deviare o peggiorare in un microsecondo. Se il mondo non ti riconosce come un Picasso, un Wright, un Michelangelo, precipitare nel dolore è semplice.
    Così, prendi altre strade. Per sentirti un ipotetico Picasso del tuo presente, fai di tutto. Compromessi inclusi. Politica inclusa. Conoscenze e straconoscenze incluse.
    Pur di raggiungere il famigerato STATUS, il riconoscimento universale, pian piano vai a perdere la bellezza ch’era in te. E che faceva di te non la finta copia di Picasso, ma il pittore Arcangelo Buozzi.
    Lo conosce qualcuno?
    E’ stato un grande. Talmente grande, e non conforme ai patti giurati, che nessuno sa chi sia…

    La carriera. Orrore!

    Sto cercando di rispondere a ciascuno di voi…
    In ogni caso, carissimo Giò, ti ringrazio per le parole belle che mi hai riservato:

    ” […] l’esser privi del privato concedendo se stessi a chi che sia, questo è il piú grande dono che ricevo dal testo: l’essere spoglj d’ogni abito, il mostrare le proprie carni scarnite & ignude agli occhi di chi sa ascoltare, alle orecchie di chi sa vedere […] ”

    Ma sei veramente sicuro che a rimanere in nudità sia proprio io?

    Un forte abbraccio!

  15. Appena si comincia a leggere l’esperimento Uno si è immediatamente catapultati nell’immaginifica, palpitante e magmatica scrittura di Nina Maroccolo. La sua forza e intensità narrative riescono a rendere poetico qualunque tematica o argomento, anche quelli scomodi e che mettono a disagio. E se per Pavlov i cani non avevano alcunchè di divino, Nina nel suo racconto riesce davvero a “divinizzarli”. Certo sono fragili, incolpevoli e inconsapevoli. Di più: hanno un’anima, “l’anima dell’uomo”…”Sono figli privi d’eloquio. Figli cosparsi d’incerto…” La descrizione del cane melanconico avviluppa il lettore, lo incanta e al tempo stesso ne scopre i nervi. Nina scrive: “I cani sono passivi, come passivi siamo noi di fronte all’emozione. Forse siamo tutti cani di Pavlov – e non lo sappiamo.” Emozione e dolore paralizzano sia cani che umani, ci rendono vulnerabili e ci inchiodano. E qual’è la reazione? O quale dovrebbe essere? E’ che fatalmente siamo tutti mossi da riflessi condizionati, è vero; ma non totalmente catalogabili, questo no, neanche Pavlov con tutti i suoi esperimenti ci è riuscito. C’è sempre qualche riflesso che sfugge ai (in)condizionamenti, qualche scheggia impazzita… E se perdersi è vivificante ed essenziale , lo è ancora di più ritrovarsi! “Le nevrosi mi occorrono. Sono alibi. La giustificazione per l’assenza da scuola…” Trovo questa metafora semplicemente stupenda e vera. E al di là di ogni apprezzabile sentimento animalista, il testo di Nina ci trasporta in un’atmosfera religiosa e psicoantropologica che ci turba e sprattutto fa riflettere.
    Grazie Nina
    Monica

  16. Cara Nina, i tuoi cani di Pavlov sono una tempesta su ciò che siamo, o siamo diventati
    noi occidentali di questo tempo e la tua scrittura è …”un’ascia nel mare ghiacciato che è dentro di noi”, come dovrebbe essere la scrittura. Va riletto più volte, ogni parola è un mondo, una scoperta, un’incendio di memorie e rivelazioni.Ma quanta umanità e speranza .

    Grazie per avermi portata qui a scrivere queste poche righe e a leggere le parole degli altri.
    Marzia

  17. Bellissimo! Complementi Nina!
    Tutto il discorso che si dipana e si espande dall’intuizione iniziale e tocca corde inaspettate, in un viaggio senza tregua, scoperta dopo scoperta.
    Spero di conoscere meglio la tua opera!
    Ancora complimenti!

    Ciao Nina e ciao e grazie ad Abele per aver condiviso! :-)

    Fernando

  18. Come spiegare, Nina, cosa sia stato leggere… e non solo una volta e non tutto in una volta; la portata empatica, la permeabilità alla tua (come la chiamo?) “visione poetica” di straziante profondità, dove un susseguirsi di straordinarie intuizioni non concede scampo, non concede via di fuga, è qualcosa di lancinante, capace di atterrire nella sua manifestazione… “morso pedagogico” certo, di straordinaria, fine, pura bellezza. Commovente e devastante. Sei unica Nina, leggerti è un’esperienza. Indimenticabile.

    La domanda che resta (occhi in occhi senza nome) è: Chi è il cane di Chi?

    Non credo possa risultare fuori luogo se questa volta mi firmo (gli amici lo conoscono) con quello che ho scelto da molto come mio nome dell’anima… Zannabianca.

  19. @ MONICA

    Grazie, cara Monica!
    Sai, quando ho scritto questo racconto non pensavo affatto alla questione “animalista”. La mia ricerca speculava altrove (uso il termine “speculare” in senso positivo) – e dirti quale “altrove”, bè, resta ancora un mistero… Rileggendo il testo, ci sono parti oscure. Oscure a me stessa… Sei tu, siete voi tutti che mi state aiutando ad aprire varchi nuovi di comprensione.
    Abele per primo.

    Forse “scrittura” è anche questa.
    Un mistero a noi stessi. Si disvela – poi… Dal poi – nel poi…
    Sicuramente l’aspetto della “religio”, la sacralità, il fattore antropologico sono esistenti perché viventi. Vivi. Vivificati.

    Oltre ogni cosa, c’è Vita. Anche in Melanconia: il Cane triste, il cane -forse- che eccelle proprio per la sua acuta, disarmante ipersensibilità. Di cui, io – come Lui – soffro…

    Ti abbraccio,
    Nina*

  20. @ FERNANDO

    FernandoDP, hai colto nel segno!
    E’ un viaggio… Questo scritto invita a viaggiare insieme, mano nella mano o -se preferisci-, zampa nella zampa:-)

    Ti ringrazio molto, Fernando. Conoscerai altro di me: Io&Scrittura siamo inseparabili!
    Tra le altre cose, sta per uscire il mio quarto libro… Ne parleremo. E così ti accorgerai che il viaggio continua…

    Grazie di cuore*

  21. @ DORIS

    Cara Zannabianca,
    amica del grande Jack London, dell’oro dei pionieri nell’Alaska dei ghiacci, dove ghiaccio può diventare il cuore- per timore, terrore ancestrale dirimpetto a tanta potente fragilità… Sta lì, tutta insieme. Cristallina. Dirompente nel silenzio; nella vastità; nell’immane imponenza della Natura. E noi: piccoli piccoli di fronte ad essa.

    Zanna Bianca è un cane melanconico?, mi chiedo.
    Non credo. La sua pertinace presenza, l’amicizia amorosa espressa al suo “padrone” -quello buono, quello che lo riporterà in California salvandolo dalla malvagità di altri uomini… dunque, amicizia amorosa ricambiata con altrettanto amore, è l’espressione di una “volontà” non messa a tacere.
    Zanna Bianca, splendido animale selvatico, non tace mai.
    Si ribella. Preferisce morire se deve morire… Ma London lo porta con sé. Lo avvicina, lo cura, gli parla, lo accompagna dolcemente alla comprensione della parola “Fiducia”.

    Ivan Pavlov, paradossalmente, non maltrattava i suoi cani. Li amava di un amore altro, quando “altro”, per lui, significava “Scienza”.

    NATURA SELVATICA. FIDUCIA. SCIENZA.
    Qualcosa già stride.

    Nella biografia di London emerge quanto la natura sia l’architrave della sua esistenza. Del suo peregrinare in luoghi impervi, pericolosi, “dannati”.
    Senza fermarsi. Spingendosi sino all’estremo.

    Doris,
    e se fosse lui Zanna Bianca?
    Se quel cane polare rappresentasse l’alter-ego dello scrittore Jack London?
    Se la natura avesse donato la lingua dei cani agli umani?

    London non si dava mai per vinto. Basta leggere “Il popolo degli abissi”.
    Zanna Bianca non si dava mai per vinto.
    Occhi di uomo in occhi di cane? Oppure, due pupille all’unisono?

    “Chi è il cane di Chi?”
    Melanconia è il NOI… Anche se il suo IO non appartiene a nessuno. Nemmeno di fronte agli esperimenti: Melanconia li subiva insieme agli altri cani pavloviani.
    Sbavava durante ritmi condizionati NON SUOI. Bensì, inflitti.
    Zanna Bianca non era stato quasi ucciso da gente priva di scrupoli?
    A questo punto, la scelta.
    Addomesticarlo per il suo bene o lasciarlo morire.
    London ha deciso per la vita. Anche Zanna Bianca.
    Ha prevalso FIDUCIA e VITA, senza smembramento alcuno.

    Sei dolcissima, mia cara Zannabianca…

  22. Giungo in ritardo, mi si perdoni, non per trascuratezza, ma per via di quei mille orpelli quotidiani che spesso ostacolano il cuore e la mente.
    Ho letto e riletto I Cani di Pavlov, ma li ho sentiti anche lacrimare dalla voce stessa dell’autrice, Nina Maroccolo. Non donna, non scrittrice, non poeta, ognuna di queste definizioni è limitativa di fronte alla straziante genialità di Nina.
    Perchè Nina non scrive una storia, Nina diventa quella storia e sulla sua pelle, dentro la sua anima ella urla la sua vocazione, l’inchiostro si trasforma materia e graffia, incide, percuote l’arida indifferenza del foglio bianco.
    Ogni frase, ogni singola parola è frutto di una scelta intensa e penata.
    Io sono certa che Nina ha sofferto quanto e più dei cani di Pavlov, perchè in essi lei si è incarnata e per assurda traslazione anche in Pavlov stesso: solo così poteva scrivere, perchè per Nina la scrittura è assoluta sacralità. Non può esistere finzione, la devozione è totale a tal punto da accettare la crudele sofferenza pur di urlare al mondo distratto l’occulta crudeltà. Qualsiasi dolore, ma non l’indifferenza.
    E Nina dunque urla le sue campane, sono di rimando a quelle di Pavlov, lei sbava d’amore e con gli occhi melanconici dichiara al mondo intero la sua Umanitas, la sua universale chiaroveggenza, la sua ferrea tenerezza. Sempre, sempre in Nina, in ogni suo scritto riscontro la presenza della “compassione” nel senso buddistico del termine. La sua anima è votata alla dimensione del bodhisattva che sa rinunciare al suo bene (Nirvana) per il bene altrui.
    Ritengo che lo stile letterario di Nina sia un esempio elevatissimo di scrittura, un basamento insostituibile, una cima innevata da scalare.

    Cinzia Marulli

  23. “I cani sono passivi, come passivi siamo noi di fronte all’emozione.
    Forse siamo tutti cani di Pavlov – e non lo sappiamo.”

    Ho letto e riletto questo testo di Nina Maroccolo. Dico : la poetessa, l’artista Nina Maroccolo e non semplicemente Nina, perché non è l’amicizia profonda che mi lega a lei a farmi dire quanto segue.
    Dunque, ho letto e riletto questo testo *spaziale* e ogni volta mi meraviglio alla possibilità di una prosa poetica o poesia in prosa che dir si voglia di questa classicità: ricercatezza levigata della parola che affonda nell’animo di chi legge e vi proietta universi polisemici.
    Universi, perché questo è un testo apocalittico, intenso e pieno di echi, per chi sa o vuole leggere, per chi ritiene la lettura poetica davvero un’inchiesta al di sopra – o al di sotto – della comune razionalità e ragionevolezza.
    Siamo noi dei cani di Pavlov? Vittime degli esperimenti di Qualcuno che vuole provare la nostra umanità? Siamo davvero umani e dove sta allora la nostra umanità?
    Queste sono alcune delle domande che mi ha fatto suscitare questo testo.
    La bella discussione che ne è seguita dimostra ancora di più quanto le parole dei cani di Pavlov siano latrati laceranti che obbligano a una lettura approfondita di sé.

    Ci sono testi che possono essere paragonati a degli specchi, perché spietatamente e umanamente, troppo umanamente cercano di riflettere la nostra comune esperienza.
    I testi di Nina Maroccolo sono degli specchi. Specchi dalle cornici che è troppo facile definire barocche: non gli arzigogoli di un manierismo sperimentale fine a se stesso, ma le volute perigliose percorse da chi crede nel potere sciamanico, visionario e perché no? persino terapeutico della parola e del suo significante.

    Come dice bene Cinzia, Nina Maroccolo e la sua poesia sono insostituibili.

  24. Eppure cane è un’esortazione, e vuol dire canta. Ricordo ancora quando in un rigo di latino la prima volta vidi un “cane nero” e poi altre volte vidi, cane per cane, il nero del vuoto di tanti can-tori, senza alcun canto. Conti, tanti conteggi e ponteggi tra noi e le ere, le evoluzioni della specie, una in mille forme difformi, in cui ci tuffiamo a capo-fitto di idiozzie, ipo-tesi, pròtesi noi tutti, verso una spiegazione che non abbiamo mai avuto,che non daremo se non per azzittire la nostra paura, quel morso micidiale che ci azzanna alla vita e la toglie. E abbaiamo noi, per avere una spia di salvataggio in questo nostro nero carnevale dei sensi in semi nati da un cane che qui e là saliva, lasciando di sè il segno.Semiotica del senso, posto in pasto alla fantasmagoria di una terapia collettiva, che alza il collo sopra il colletto quando duole il dente conc ui sta arrampico sugli specchi di se stesso. Cane canuto l’uomo sciamato da sè in se stesso. Ciao Nina.ferni

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