Francesco Marotta: Da un’eternità passeggera

 

*

Mike Worrall
*

più chiare nascite

senza memoria di parole

nella voce,

profili

in trame di muschi

cresciuti nel grembo caldo

della luce –

dove

la pelle è un paesaggio

che si apre

a mani da semina

e consiste, limpido,

nell’oblio di polvere

del futuro

(viste dall’alto,

da un prima di distanze,

versando dentro i calici

l’arte che ci perdona

del sapere)

 *

sul labbro

sente le sillabe

intrecciare favole di nebbia,

geografie di resina e

notti immaginarie

tradotte al guado di

lampade profonde: –

la lingua assorbe tempo

dai pori del respiro,

l’infanzia

fa cenni di luce

da cieli di rimpianto

che ora svaniscono, ora

si impigliano alle fronde,

nel grido di chi sbaglia strada

e senza il dono dell’orma

va nel giorno

*

ieri

gravido di lune franate

nell’abisso

salino

di un grido –

al laccio un viola

d’ombre di crepuscolo,

negli occhi

la rotta dolente

di vele sopra mari

inesplorati: –

non altro si annuncia

in questo lento fluire

di spazi

arresi a regole d’azzardo,

solo vorticose cadute

di saggezza

nella quiete che scolora

insieme al liquido bruciato

di una bottiglia vuota –

costellazione

imprevista

di petali, silenzi

fermentati

dagli umori densi

del sangue delle rose

*

incoerente rotta nell’azzurro

disegnata dall’ultimo volo,

dalle pupille di una rondine

in rallegrati lumi

invernali –

quando il tuo sguardo

cede all’incanto

di quel lampo compiuto

da sciami di cielo e

la notte frana come un porto

all’inarcarsi di onde

millenarie, poi

lacrima nell’erba nevi

elementari, argille d’isola

per modellare transiti

di epoche: –

si muore

nella calma di uno stelo

reciso dal gelo,

col passo che profonda sete

in ripetute lettere del sonno,

un breve sorso

alla ferita immobile

del sole

*

estasi annunciate

dal ritorno di ali recluse

tra orizzonti di vertigine,

in quel volo radente

che, sul nascere,

a nessuno germoglia

cristalli contro il fuoco,

ma rose aguzze

che

nel chiarore

cercano accordi con la spina: –

le senti rosseggiare,

crepitanti

resine d’inchiostro,

assomigliarsi agli astri

sfiniti tra rigagnoli di mura,

al tempo che si estenua

nel lievito di un grido,

a questa dura pace

dell’aria che regna

nel guardare

*

vegliano i giorni

la stele irrivelata dei canti,

reliquiario di pensieri

spesi in muta grazia

e trapassati, ombra

dopo ombra,

al sonno delle sabbie,

indecifrabili

come lacrime sognate

da respiri ardenti d’oasi –

pagine di fiume

dove il senso emerge

in labili segnali di corrente

cancellati dall’aurora,

un’altra resa,

una rosa di silenzi

unica nel suo alfabeto

senza requie: –

di tante voci

gridate sull’orlo dell’abisso

solo la sete dura,

accampata

sulle labbra di stelle

incapaci d’occhi,

dismesse

radure dell’eterno

*

occhi gonfi di mare

sul tracciato che dalle labbra

conduce a selve di visione,

alle mani fitte, fiorite

dell’aprile –

il carro vola

e una fiaccola arde

la parola ricordo che respira,

si descrive in lettere

tenaci d’onda

trapassando spine aspre,

rovine aperte al gelo

che dilegua per immutabile

legge del risveglio: –

tenebre e rime recate in dono

al dio che dall’abisso

porge la carta, l’inchiostro,

il segno, il solco

della nuvola che spazza

il dolore nell’incanto –

a gloria futura

di un prolungato nulla,

un prossimo, lento declinare

sullo stelo

*

trasuda agli occhi

palpiti di nido,

piume in fiamme

nelle camere del gelo,

appena un viaggio alle fonde

lanterne di una lacrima,

questa sete perenne

che non tace,

spesa con giudizio

sopra bocche di spina,

come se il vento macchiasse

di chiarore la sorgente,

l’attesa di un mare

che sanguina di rose

e dispera il misero

ordito di una vela,

primalingua d’abisso

per quante morti

contiene il naufragare

*

passi vegetali

sui muri inanellati

di viluppi d’edere

alla cui ombra gli angeli

trovano riparo –

si riconoscono

dagli occhi di spina

e i loro doni tardano a venire

come promesse affidate

a eliche di vento,

alle labbra ingiallite d’aria

sotto l’ultimo carico di voci: –

forse un tempo, ardenti

nel ferro di un’intima rinuncia,

incespicanti tra comignoli

di notti, il volto a specchio

scivolava come pioggia

alle pareti –

erano creature di neve

che il cielo lievita

in quegli spazi aperti al volo

di stagioni alla deriva,

indecifrate mappe

marcate in pause di respiro,

i segni controllati

con lenti di ordalia

*

archi segreti di stupore

inventati dall’acqua

che si trascina resine,

muschi di anfratti

visitati al buio delle pietre,

paesaggi di ferite,

occhi incrociati

al verde delle mura,

abiti, ritratti familiari

di luci in difficili ritorni: –

tutti murati a volta

da liquide sapienze di mani

arse dal fuoco della foce –

in quel passaggio d’albe

dove il vento cifra

messaggi di marea

agli sposi infedeli della luna

*

dissociate sostanze d’alberi

al tocco della voce

che porta autunno

a completare

la ronda delle foglie,

sul sentiero lunare

che immiserisce al rovo

disposto a specchio

per rimirarsi

in estasi di neve,

farsi nido per la furia

placata di un volo: –

i rami si guardano

intrecciando nenie

per il vuoto,

e l’acqua spenta

penzola ingiallita

finché la pietra

che la trattiene a riva

vampa di brume –

tanto lontano l’accordo

con la parola cielo

che va a svanire

nell’impensabile notte

dei suoi accenti

*

impressioni di luce

nel dolore elementare delle foglie

appassite

in mausolei di rami,

nel pianto dei fiori

che si oscurano

al vapore silenzioso degli specchi

come farfalle anestetizzate

da più voraci spilli e

bocche d’aria

illuse da un recupero di neve: –

qui la notte è madre

sconosciuta

che brilla inavvertite voci d’alba

dai roghi che trascina

sepolti dentro il palmo –

e noi, il labbro che si spoglia

delle sue lune d’erba

e cresce parole senza seme,

aride di allucinata,

improvvisata vita

 *

FRANCESCO MAROTTA

DA UN’ETERNITA’ PASSEGGERA

http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/francesco-marotta-da-uneternita-passeggera2.pdf

Da un’eternità passeggera è parte di un progetto di scrittura dal titolo Per soglie d’increato, ideato e realizzato tra il 1991 e il 2004. Dell’opera complessiva sono state finora pubblicate due sezioni in due distinti libri: Postludium. Al tempospazio di un sillabario serale (Verona, Anterem Edizioni, 2003) e Per soglie d’increato I (Bologna, Il Crocicchio, 2006). Da un’eternità passeggera raccoglie testi scritti tra il 1996 e il 2003. Può essere considerato il seguito ideale di Per soglie d’increato I, visto che i testi fanno parte della stessa sezione del progetto da cui è tratta l’opera edita.

29 pensieri su “Francesco Marotta: Da un’eternità passeggera

  1. Della silloge di Francesco “Da un’eternità passeggera”, ho scelto alcune liriche come chi coglie rose e si ferma a contemplare. La rosa e le sue spine (la scrittura), il sangue delle rose (“resine d’inchiostro”). La rosa, ma anche il giglio, insieme agli angeli, come nelle elegie di Duino, che ci dicono se non di noi, dell’eternità del momento, del nostro viaggio: “alberi” attraverso le stagioni della vita, Anche qui come in altre raccolte di Francesco (invito a leggere il post dedicato da Margherita su Vdbd http://viadellebelledonne.wordpress.com/2011/02/05/il-dono-di-eraclito-di-francesco-marotta/ ) una forma che segue il contrappunto malinconico di un’elegia e “fissa” la vita in uno squarcio di luce.
    Abele

  2. Grazie per la graditissima ospitalità, Abele. E grazie a Gianluca per la benevolenza.

    Nel caso servisse, sono qui nei paraggi.

    Un caro saluto.

    fm

  3. Come al solito la sintesi del commento ispirato di Abele è perfetta, non solo nell’indicare «la rosa e le spine» ( “le rose aguzze” e il loro cercare accordi -anche di suono- “con la spina”),
    a immagine piena di questa poesia
    punta profondamente dalla scrittura che ne fa sciogliere e fluire il sangue (quelle “ lettere / tenaci d’onda” dove “ si descrive” “la parola ricordo che respira” “ / trapassando spine aspre”)

    ma anche nell’evidenziare la forma elegiaca come «malinconico contrappunto» che « “fissa” la vita in uno squarcio di luce» (mi piace in particolare, a fronte di “un’eternità passeggera”, quel “fissa” messo efficacemente fra virgolette)
    Aggiungo che più leggo la poesia di Francesco Marotta, più mi immergo nel trascinamento del fluire iridescente, raffinato e musicale dei suoi versi, sul quale le increspature rappresentano al lettore (tendono al lettore) i nodi esistenziali come offerte di senso (oserei dire votive, cioè come dono, sguardo, tensione auguranti),
    o, detto altrimenti, e riprendendo la bella immagine di Abele delle nostre esistenze – “alberi” dentro lo scorrere del viaggio, come resistenze allo stesso appiattirsi e svanire delle e nelle onde,
    resistenze d’alberi (dritti o storti) dentro le correnti che “in quel passaggio d’albe /dove il vento cifra /messaggi di marea “ , come detto in questi meravigliosi versi, ci fanno ” sposi infedeli della luna” .
    Grazie davvero di questo post e della musica, nonché dell’immagine associata (tutti strepitosi)
    (nel grazie comprendo anche riferimento al post su vdbd!)
    un caro abbraccio a tutti quanti.

  4. “Un’ eternità passeggera” la ritrovo soprattuttto in “incoerente rotta nell’azzurro” dove la vita e la morte si fondono in uno sguardo circonfuso di luce che tutto accoglie nella brevità del verso e nel suo inesorabile fluire in un barbaglio di sole. E’ poesia-filosofia che riflette sul senso dell’essere nostro con umiltà e vigore: è parola che rischiara.

    GrazieFrancesco,

    Rosaria

  5. Provo ad articolare una piccola riflesione su qualcuno degli innumerevoli spunti che riesco a cogliere nei vostri interventi – dei quali vi ringrazio, così come dell’attenzione che mi dedicate.

    La sostanza ossimorica del titolo di questa sezione di “Per soglie d’increato” è, molto probabilmente un lascito eracliteo ormai talmente sedimentato in me da fare tutt’uno col mio rapporto complessivo con la scrittura; così come il “contrappunto naturalistico” del “movimento discensionale” che caratterizza tutti i testi affonda le sue radici in una lunghissima (di parecchi anni) frequentazione-meditazione su quello che per me è uno dei libri cardine della modernità, lo “Zibaldone” leopardiano.

    Sulla possibile “natura elegiaca” di questo “movimento” – dall’astrazione pura alla “corporeità” dei “nomi” e delle “immagini” riferibili agli “enti” di volta in volta ri-chiamati (con-vocati, creati) dal trapasso della materia di forma in forma – non mi ero mai soffermato, e vi ringrazio per avermi offerto l’occasione per rifletterci. A me serviva, sostanzialmente, un rallentamento (o un raffreddamento) del magma poematico, e mi sembrava che scaraventare nel “lontano” e nel “vago” la “materia affiorante” potesse aiutarmi a tenere a bada (facendolo assorbire dall’”immagine di immagini” che veniva configurandosi) il “soggetto” con tutto il conseguente carico di “memorialità a fior di pelle” che, inevitabilmente, si trascina. Nel mio caso, una “infanzia contadina” che ha strutturato il mio immaginario su quelle “figure” – con relativa sedimentazione della loro carica simbolica – e non su altre.

    L’esplorazione a cui la ricerca tende (o tendeva) è una “oltranza” – quella nei territori che si aprono allo sguardo quando si sporge a contemplare l’abisso che si apre sui “margini” della pagina: quello spazio dove il “pensiero”, con le sue categorie, ha “voce” solo e unicamente se si osserva negli specchi del suo divenire “altro”, del suo essere “riflesso” di ciò che, divenendo, contiene la sostanza e il senso, inafferrabili, dell’oscurità su cui si staglia.

    fm

  6. Sono saltate un paio di virgole all’inizio del secondo capoverso, ma spero che il senso sia abbastanza chiaro lo stesso.

    fm

  7. Caro Francesco, tra le immagini che si intrecciano, tornano in nuovi sviluppi in un contrappunto rigoroso, come in un “rosario” laico, l’immagine della rosa mi ha riportato al mio vissuto, alla mia infanzia in un paesino del Salento. Non certo un’associazione automatica visto quanto la rosa a partire dagli stilnovisti “significa” nella nostra tradizione letteraria. Quest’associazione deriva dal fatto che le tue rose non sono mere figure simboliche ma costituiscono invece tutto un tessuto esistenziale, in cui la loro bellezza originaria è stata tradotta, con tutte le sue spine, in ciò che ora più si avvicina a quella luce, la (tua) poesia.
    abele

  8. Sì, Abele, quando parlavo di “simbolico” intendevo esattamente quello che dici tu, al di là della ricezione del termine attraverso la lente della “tradizione”: uno “spazio interiore” dove il “vissuto” personale restituisce l’ordine esatto dei nostri passi con la sua lingua, la sua grammatica e il suo alfabeto – molto spesso contro ogni “intenzionalità” preordinata. E, forse, il “luogo della poesia” è tutto nel perimetro, interminato, che quell’alfabeto riesce, per un attimo, a visualizzare.

    fm

  9. la bellezza è proprio nella non intenzionalità preordinata. è un linguaggio(per fortuna c’è chi ne ricerca uno, non limitandosi a fotografare la scena/oggetto)che si dilata su “l’oltre” con la chiarezza in viso. dalle radici attraverso le radici di un contorno a cui Francesco restituisce la voce primordiale senza prendere le distanze dal reale e qui il pregio (alberi sedotti e maree incantate sono delle perle.

    [..]

    nell’oro della sera –
    in quei silenzi che
    parlano di oscuro
    quando la rosa che si osserva,
    rabbrividita
    nella luce assente,
    costretta nell’acqua
    stagnante del suo sguardo,
    copula inavvertite albagie
    di fiume, il suo diario
    di amori appesi al cielo,
    a strapiombo
    sulle rapide dell’alba –

    sento il fiore/dolore – non simbolismo per acuire (dice bene Abele). la rosa ch’è percorso: dalle costellazioni ai primi bagliori fin giù fra acque e terreni fertili dove germina Scrittura e Identità con la costante partecipazione della natura: [una parola/che di umano ha il rantolo/sgomento della luce/quando profonda/nelle rapide in secca/dell’autunno]

    – la parola ricordo che respira, si descrive in lettere tenaci d’onda trapassando spine aspre,rovine aperte al gelo che dilegua per immutabile legge del risveglio

    questa, la poesia di Francesco, e tanto altro che spero lasci il segno che merita.

    1. Caro Vincenzo, oggi il dilemma è proprio questo: spingere oltre i confini di una lingua, fino a far dire alle parole qualcosa di sé, ciò che nascondono all’insaputa dell’uso e degli abusi omologanti; oppure fotografare il dato, limitandosi ad enunciare una innocua volontà di cambiamento che, inevitabilmente, finisce per fare tutt’uno con le logiche che uno vorrebbe sovvertire. A quanto sembra, chi si muove nel solco della prima opzione praticamente non esiste…

      Ciao, grazie di cuore per il tuo intervento.

      fm

  10. un caro saluto ad Abele a cui dico grazie per aver ospitato Francesco con questa bellissima raccolta.
    carissimo francesco approfitto per salutarti e abbracciarti con affetto
    vincenzo

  11. Sempre continua a stupirmi nella tua poesia Francesco, l’uso di parole comuni al lessico della poesia che sono spinte in un vortice surrealista (appena ricordo come non esista in Italia nessuna forma di surrealismo) come all’infinito: l’effetto, nell’ottanta per cento dei casi,genera noia, accumulo. Nel tuo caso mai, e si viene spinti sempre avanti, attraverso la ripetizione del gorgo. Qui abita un segreto che ancora occorre vedere.

  12. Francesco Marotta riesce con forza carsica nel suo intento di “rallentare il magma poematico”. La sua poesia è focalizzata sul levare. L’universo è scavato all’osso, fino a fissarne in una sola immagine, e in una sola parola, la sua anima più intima e misteriosa. Gli alfabeti sono ricondotti all’armonia universale del silenzio. E’ “l’ arte che ci perdona del sapere”, che altimenti sarebbe dodecafonico e irriducibile ad unicum. Il rallentamento che opera FM non è tensione all’immobilismo, come “farfalle anestetizzate da più voraci spilli, ma un prossimo, lento declinare sullo stelo da liquide sapienze di mani”. Si può trovare conferma al valore maieutico della disarticolazione del verso e della metrica lungo una ricostruzione della parola poetica in tutta la sua primigenia potenza semantica. FM insomma è un maestro.
    PVita

  13. sulla scia di tutte le verità qui emerse, mi lascio trascinare anche dalla metrica, cammino sulle note interne ai versi e sui loro bordi-pause come ascoltando, appunto, sottili sequenze sinfoniche (che Abele ha con sapienza messo come allusione in apertura) che dilatano il senso .così il viaggio della parola attraversa figure della natura e spazi del ricordo, ma non vi si ferma, continua a espandersi su altre invisibili corde

    sul labbro
    sente le sillabe
    intrecciare favole di nebbia,
    geografie di resina e
    notti immaginarie
    tradotte al guado di
    lampade profonde: –
    la lingua assorbe tempo
    dai pori del respiro,
    l’infanzia
    fa cenni di luce
    da cieli di rimpianto

    e in questa sottrazione che addensa, è anche il pregio della tua ossimorica poesia, Francesco. una geometria che sento rispecchiare una tua serenità profonda, raggiunta facendoti largo tra le spine della vita, dell’ inquietudine domata negli anni.

    annamaria

  14. Ringrazio Marco, Pasquale e Anna Maria per le loro generose considerazioni.

    Sul “lessico” e la “disarticolazione” del verso.
    Parto dal presupposto che le parole contengano molto “più” di quanto immediatamente richiamano, un fondo di “realtà irrivelata” refrattaria tanto alla norma quanto all’uso. Cerco, attraverso il mio “modus dicendi”, di avvicinarmi alla “radice prima” dove il suono si genera, cosciente che l’inoltrarsi sempre più in profondità equivale alla perdita, nel corso della discesa, della rassicurante armatura semantica della comunicazione. Ogni “parola”, per me, è un “abisso” tutto da esplorare, alla ricerca di un “alfabeto nuovo” che fa dell’inappartenenza la ragion d’essere della sua esistenza. Ho scelto (o sono stato scelto da) un certo (limitato) numero di parole, sempre riferibili all’ambiente naturale, semplicemente perché sono quelle intorno alle quali si è venuto costruendo, fin dalla prima infanzia, il mio immaginario, il mio “sguardo figurale” sulla vita.

    La “disarticolazione” del verso ne è una conseguenza immediata: “spostare oltre” le pareti della gabbia metrico-sintattica canonizzata è un’operazione di “libertà”: ogni squarcio che si apre, lascia intravedere distese tutte da esplorare, dove lo “scarto” è sovrano, dove le coordinate dell’uso e della rappresentazione hanno senso solo se diventano tutt’uno con la visione che all’occhio si offre.

    Grazie ancora a tutti.

    fm

  15. sempre più ammirata dalla fluidità trascinante e visionaria di una poesia potente che sa andare oltre la parola e il senso lasciando vibrare nell’aria il suo liturgico suono…restando avvolta nel mistero.
    Grazie, Francesco, per le tue illuminanti parole.
    lucetta

  16. posso dire solo che ne sono affascinata e avvinta?
    spero di sì, perché di fronte a tanto, sarebbe sempre poco il mio dire.
    Francesco, tu comprendi, lo so.
    grazie di farmi apprendere anche il tanto.
    cristina

  17. Un grazie a tutti anche da parte mia e di nuovo a Francesco per la sua disponibilità e per le riflessioni illuminanti. Ne e’ nato un incontro grazie a cui, come dice Cristina, abbiamo imparato tanto. Il commento di Lucetta sintetizza e definisce magnificamente: “fluidità trascinante e visionaria di una poesia potente che sa andare oltre la parola e il senso lasciando vibrare nell’aria il suo liturgico suono…restando avvolta nel mistero.” Aggiungo che se di mistero si tratta, e’ il mistero dell’esistenza; un toccare con mano cio’ che per natura ci sfugge.
    Abele

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