Marina Pizzi: Soqquadri del pane vieto

Marina Pizzi

1.

è qui l’altrove del rantolo di fame

questo statuto che sa di Colosseo

verso i cani bastardi, randagi quanto

un dì del mese scorso. scorribanda

di eclissi starti accanto io che ti amo

oca di mamma guardarti nel passo.

dove ti ammacchi io so che mi ami

ugualmente lo stesso e senza ansia

bambina darsena col cerchio senza avaria di salto.

viadotto della cometa chiedere asilo

ai quartieri proletari dove i tarli ammucchiano

e le madonne scempiano. io spendo dio

per dirti del canile abbandonato al dolo.

i comatosi stanno zitti e i morenti urlano

come mio padre erto sulla fronte ubriache le guance

gli occhi spicchi di coltelli per la bramosia di pace

*
8.

non farò caso alla malia del timbro vuoto

la possibilità di essere chiunque

lo stallo di un ergastolo

la baraonda di un amante

oggi mi basta il fischio della fionda

la dura prova di chiudere a chiave

le inferriate delle lanterne vizze.

in coda all’alamaro della rotta

perdo la spugna per asciugare il sangue

acquisto le nomee di golfi senza attracco.

*
14.

scottature di calce questa manfrina

che gioca con i verginei sassi

a ribassare il suolo per far giocare

i bambini. in bilico sul manuale d’ascia

so imparare a fendere il palazzo

sotto le membra che scaldano i papaveri

do diluire un pugno da una carezza.

la forza del messere signore assente

comunichi col brano della preghiera

dica se può magnificare la rendita

della fortuna. con poche eclissi ci

sarà riguardo verso lo scempio

di perdere il viso.

*

15.

da tempo sta morendo la mia diaspora

quel fannullone intrigo che mi perseguita

in guisa di nullaggine giornata

sotto il gingillo della luce pavida

per un vernacolo d’inedia in far di spada.

D’Annunzio rabbrividisce perché guerriero

Pascoli mi ama perché usignolo

Pasolini m’incoda nel dolore.

la fame è sedata sugli scalini del metrò

dove chi corre è un manipolo d’ascia

un polo di preda per chi è vile

e mozza la cometa della malinconia.

un sudario di madonne l’idroscalo

dove finì la madre Pasolini

e la vergogna è un inguine di tram.

l’ultima uccisa è una bambina bionda

cipresso di se stessa per la felicità

di nascere appresso ancora appresso

una venia per la forca di rinascere.

poi si vedrà chi ha cervello d’anima

per accovacciare i morti resi bambini

in un brevetto di chissà qual senso.

*

17.

ho finito col domare il mio panico

a forza di bestemmie. in mano ad Alice

non ho visto nessuna meraviglia. semmai

la caviglia è sporca di fango a forza

di cammino. in straccio alla diaspora

la spora non porta fiore. vorrei

piangere la foga della vergine

quando quaggiù si giunge alla ventosa

altalena e si smorza l’amore ben comunque

futile. l’altalena l’andare fa conquiste

con le nuvole. in mano alla filandra credo

avvenga l’odissea del filo pagato

dallo sguardo. Domodossola la città

della villa di Contini. i grandi critici

si contano in un abaco di coma. è

finita la norma di credere al futuro

è tutto una blasfemia di torri in esuli

mattini. qui si accorcia la vita in una

mattonella di morgue. il sasso occiduo

non basta a giustificare la morte una nel

simbolo del semaforo verde.

qui l’acuta fandonia della stirpe

solitudine cruenta sulle spalle.

*

20.

a ridosso del muro la farfalla

non esce più. gli angeli dell’afflato stanno inerti

verso le tattiche di perdere la vita

nei gironi del plasma. immune solo resta

un cancelletto di siepe che Leopardi

prescrisse da maestro e fanciullo sommo.

in mano alla maestria del sillabario

nessuno è randagio ma domestico colto

dai vespri di capire la crisalide

che si ostina nel fantasma di farsi.

con il periglio di perdere staffetta

questa lunatica fiamma di sterpaglie

impigliate all’addendo di capire

perché giammai la fionda è così perfida

da uccidere uccellini da nido o appena evasi.

i cercatori nella mondezza hanno uncini

da far paura a chiunque si avvicini.

chissà che tempo intralcia il mio destino

sorpassato da eventi di costrutto

esule comunque nella pigrizia.

già tomba la nenia di capire

perché così sia valso il mio destino

stinco di atleta anima di grinze.

*
27.

nell’oasi che frantuma il dettato

sono partigiana. gioisco con il sì

della farfalla. le baraccopoli dell’ombra

attivano le coccole del vano.

in vena di cantuccio e molta nenia

le sillabe che fioccano la cantica

per dire le bravure del vulcano.

in casa della sciabola retratta

sta l’erba voglio si fa prendere da tutti

i giocolieri intrisi di vaghezza.

meringa la sorpresa della gioia

quando t’inchini all’impresa della gara

nell’ultima finestretta della torre.

*
28.

certi abusi stringono le ossa

verso il sudario degli asfodeli

le unghie intrise solo di vecchiume

verso la zattera del malcontento.

in verità vorrò stringere baracca

con l’unguento di dio il più bonario

così da ergermi felice. sono un rattoppo

con rischio di guasto appena la miniera

delle povere cose urta il mio gomito.

meringa del diaframma poter respirare

bene. culla di perigli l’andatura del pupo

che gioca a ballare. in tutta la sfinge

che riparte il mio zero sono elemosina

moria comunque uno stridio di crepe.

*
33.

qui ti fa gola il sillabario smunto

questo canuto antefatto del dado

quando lo tiri in aria soffia il numero

del tirassegno bieco. in meno di una nascita

ti volgi zitto pavone che non sa insegnare

la bella aureola di starsene guardato

da tutti gli astanti torno torno.

in mano alla domenica è strafare

finissimo ricamo di nonna analfabeta

dove non ride il gelo di cometa.

tu non piangi che fegati di cimasa

lassù le case eruttano bontà

per le rondini che girano in pericolo

di botto. così il paese è un sudario

smilzo. sotto il sudario che trabocca

libri per scarafaggi. ormai la casa di Pascoli

predice solo tarli. la tesi di Pasolini è andata

dispersa. così l’alunno spaccato dalle ruote

del cimelio di esistere la morte.

*

42.

l’istinto della forca è tra le dita

forsennato anemone albino

senza pietà snatura di cometa.

qui si gioca ad elemosine tardive

quando la madre è morta da caligine

e la civetta giura sopra il ramo

di difendere pargole le rondini.

era amuleto credere le gole

contro l’urlo della morte.

ora invece le gerarchie del fato

ridacchiano le onde che permettono

materne le darsene con le senili ronde.

donne d’epitaffio le madri indimenticabili

più che perenni. la mia fu un furetto fiorentino

imbastito con la lingua di Dante da piccolo.

di lei porterò l’acume e il brodo

insieme alle rendite dei fiori.
*

da Soqquadri del pane vieto (2010-2011)

***
Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55.
Ha pubblicato i libri di versi: “Il giornale dell’esule” (Crocetti 1986), “Gli angioli patrioti” (ivi 1988), “Acquerugiole” (ivi 1990), “Darsene il respiro” (Fondazione Corrente 1993), “La devozione di stare” (Anterem 1994), “Le arsure” (LietoColle 2004), “L’acciuga della sera i fuochi della tara” (Luca Pensa 2006), “Dallo stesso altrove” (La camera verde, 2008, selezione), “L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), “Il solicello del basto” (Fermenti, 2010);
***** [raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web: “La passione della fine”, “Intimità delle lontananze”, “Dissesti per il tramonto”, “Una camera di conforto”, “Sconforti di consorte”, “Brindisi e cipressi”, “Sorprese del pane nero”, “L’acciuga della sera i fuochi della tara”, “La giostra della lingua il suolo d’algebra”, “Staffetta irenica”, “Il solicello del basto”, “Sotto le ghiande delle querce”, “Pecca di espianto”, “Arsenici”, “Rughe d’inserviente”, “Un gerundio di venia”, “Ricette del sottopiatto”, “Dallo stesso altrove”, “Miserere asfalto (afasie dell’attitudine)”, “Declini”, “Esecuzioni”, “Davanzali di pietà”, “Plettro di compieta”, “Segnacoli di mendicità”, “L’eremo del foglio”, “L’inchino del predone”, “Il sonno della ruggine”, “L’invadenza del relitto”, “Vigilia di sorpasso”, “Il cantiere delle parvenze”, “Soqquadri del pane vieto”; il poemetto “L’alba del penitenziario. Il penitenziario dell’alba”];
***** le plaquettes “L’impresario reo” (Tam Tam 1985) e “Un cartone per la notte” (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); “Le giostre del delta” (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto tre premi di poesia. *****

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4 pensieri su “Marina Pizzi: Soqquadri del pane vieto

  1. Grazie a Marina per questa poesia densa e “spezzata”. L’essenza stessa è nel richiamo a poeti come Pascoli e Pasolini, nel tentativo di ricomporre, con lucido disincanto ma anche a livello affettivo, quel filo conduttore che parte dal primo e attraversa l’altro, di fronte allo sgomento per un presente in cui non ci riconosciamo.
    Abele

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