Mario Schiavone: A casa della rana

 

Victoria De Almeida
Andai a vivere con mia nonna paterna a quindici anni e di colpo mi sentii come se mi avesse ingoiato una grande balena malata. Non volevo andarci in quella casa ma ci finii perché mio padre così aveva stabilito in seguito alla morte di mia madre. “Non posso guardarti, ho un lavoro”- aveva commentato lui per chiudere il discorso senza varchi nè aperture possibili per un discorso lungo più di due minuti. E io avevo accettato la sua decisione come si accetta il dovere di svolgere una preghiera dopo una confessione.

Le crepe  sulle pareti  della casa in cui mi aveva relegato mio padre mostravano a me quell’abitazione con un altro aspetto: me le immaginavo come  ferite di una bestia marina con alle spalle anni e anni di vita. Il colore della vernice era passato dal bianco ad un giallo stantio che mi ricordava la carne dei pesci malati che muoiono arsi sotto il sole d’estate.

 La bestia però era ben sorvegliata da occhi ammalati ma sempre vigili: erano gli occhi della vecchia rana.

“ La nonna ti vuole bene, fai sempre quello che ti dice lei e non lasciarla mai sola, vedrai che lei non ti abbandonerà mai” – mi aveva detto mio padre, prima di scomparire e farsi vivo solo in alcune incursioni festive come il giorno di natale o quello di pasqua.

Non si era sbagliato: la rana, mia nonna, cercava di controllarmi a vista quando trascorrevo le mie ore nel suo regno. Forse temeva che  scoprissi i suoi segreti o che la  derubassi dei suoi tesori.

C’era, nella sua stanza da letto, un armadio di legno tenuto chiuso sottochiave. Era pieno di documenti, pietre preziose, denaro e – a volte- alcuni insaccati che la vecchia riceveva in dono dagli allevatori agricoli della zona.

 L’armadio era facilmente visibile, perché la stanza da letto, come ogni porta interna di cucina, bagno e soggiorno, non aveva alcuna chiave. L’ unica chiave che la vecchia utilizzava era quella con cui chiudeva l’armadio segreto. Quella chiave era custodita dentro un fagotto di pezza tutto sudato che portava sempre addosso, legato ad una bretella del reggiseno. Dentro tintinnavano i soldi in moneta e  marcivano le banconote che mappava per  nascondere meglio la chiave dell’armadio. Fuori proveniva un odore cattivo che andava via solo quando le figlie decidevano di aiutarla per i suoi lavaggi corporei.

 In quel mobile-forziere finivano per lo più: cibo (la nonna soffriva di diabete e i dolciumi li nascondeva, per poi mangiarli di notte quando nessuno poteva vederla) e  ricevute di cambiali pagate da vicini e parenti. Custodiva quei documenti fino a quando non passava un parente o un amico di famiglia per dirle che ormai erano scaduti.

Non leggeva gli importi economici di quei documenti, ma li custodiva gelosamente dando loro una certa importanza forse distinguendoli  dal colore dell’inchiostro o dalla qualità della carta. L’avevo scoperto da come guardava in controluce quelle carte prima di nasconderle nella custodia di plastica che riponeva nell’armadio.

Spesso  la vecchia si lamentava, diceva di non potersi affaticare neanche per le pulizie del proprio corpo ma io l’avevo vista alzare con estrema facilità interi prosciutti di maiale che contadini amici di famiglia le mandavano a mezzo ambasciata di figli e nipoti.

 Apriva quell’armadio in totale solitudine; per poterla osservare ero costretto a nascondermi sotto il lettone della sua camera. Dal mio nascondiglio potevo osservare diverse volte la rana che posava o prendeva soldi, cibo, documenti e altri oggetti che lei reputava preziosi. Fra i molti oggetti che la rana teneva fra quelle mensole di legno puzzolente, vi erano alcuni pezzi che ricordavano la vita di persone morte e altri che parevano annunciarmi la  morte futura di persone ancora in vita. Quell’armadietto puzzava di morte e custodiva gli oggetti di persone ancora in vita.

In uno dei tanti appostamenti vidi della carne fresca da cui gocciolava sangue: come un ventricolo di un cuore metà di quell’armadio perdeva sangue che scendeva lungo le pareti di legno e andava a impregnarle di un odore che avevo sentito solo quando per gioco, nella macelleria del padre di un mio amico, avevo infilato la testa nel secchio degli scarti di carne.

 La rana era brava a sottrarre quello che desiderava dalle case dei malati terminali con la scusa delle visite di cortesia.  Rubava oggetti dalle piccole dimensioni perché più facili da nascondere nel palmo di una mano.

Non sapeva né leggere né scrivere, ma sapeva contare  i soldi ed era in grado di riconoscere i numeri telefonici che componeva sul vecchio telefono a disco ancora marcato sip.

“Commare Delia, posso venire a trovare quel vostro parente malato?” domandava al telefono e poi partiva per andare a trovare le sue vittime. La rana era bassa, grassa e dalla pelle viscida e scura. Aveva mani tozze e capaci di avvinghiarsi ad ogni superficie in caso di pericolo: si muoveva a vista fra le case del vicinato ed il mercato rionale, con la sua grande pancia ovale e quel colore scuro della carnagione che le dava un aspetto ancora più animalesco.

La nonna-rana si spostava in modo lento e goffo e quando non ce la faceva si fermava all’ombra di un albero o sulle sedie che i vicini lasciavano davanti i portoni delle case in attesa della compagnia degli altri abitanti del quartiere.

Un giorno il postino si era fermato davanti al portone più del solito, perché fra la corrispondenza aveva confuso lettere indirizzate a persone con lo stesso cognome ma residenti presso un numero civico diverso. La rana era apparsa davanti al postino e dopo averlo guardato in faccia aveva gridato ad alta voce “Vattene, tu mi vuoi derubare. Vattene e fammi portare la posta da altri. Se torni ancora qui a via fiume ti cavo gli occhi e li do ai gatti del quartiere”.

L’aveva fatto senza motivo, forse solo perché non gli piaceva la faccia di quell’uomo. Di queste cattiverie legate alle facce delle persone la rana ne combinava tante e nei luoghi più diversi.  Era accaduto che accompagnando uno dei miei cugini da un dentista, dopo ore di attesa, solo guardando in faccia il medico  aveva detto ad alta voce: “Non mi piace la faccia che tiene questo cavadenti, questo a te ti fa morire, nipote mio. Andiamo da un’altra parte” e così avevano convinto  zia a cambiare il dentista di mio cugino.

Quando toccava a lei andare dal dentista, cosa che accadeva di rado, ovvero solo in occasione di ascessi dolorosi che la tenevano sveglia tutta la notte, diceva sempre: “ Dottò pure stavolta mi avete tolto un dente e portato via un pezzo di salute, voi mi farete morire povera a me. Tanti denti nel mio armadio e pochi soldi in tasca”.

Poi, con la scusa di raccogliere  il dente estratto, dava le spalle al medico e ne approfittava per  allungare la mano sulla vaschetta dei ferri del dentista e  rubare una piccola pinza o uno scovolino.

La vecchia teneva a mente il proprietario di ogni oggetto e  se questo moriva, o se accadeva qualche disgrazia ad un suo familiare, lei si liberava di quell’oggetto per paura che la colpisse il malocchio.

L’unico oggetto rubato ad una persona ormai defunta, ma che seconda lei non portava sfortuna, era una zuccheriera che non nascondeva più nell’armadietto. L’aveva rubata a mia madre nei giorni in cui faceva la chemioterapia per poi tirarla fuori solo qualche settimana dopo la sua morte per riempirla di zucchero, tenerla bene in vista  in cucina vicino al barattolo del caffè in polvere.

“Lianora mi voleva bene a me, per questo mi tengo la sua zuccheriera in cucina. Penso a lei ogni volta che mi faccio il caffè”- diceva la rana. E se le dicevo: “Nonna ma tu soffri il diabete, non puoi mangiare lo zucchero.”, lei rispondeva: “Lianora mi voleva bene a me, questo zucchero non mi può fare male se lo conservo dentro la sua zuccheriera”.

Se l’armadio era il cuore pulsante di quella creatura in cui vivevo, gli occhi erano i due televisori sempre accesi in casa: uno in camera da letto e uno in cucina. La rana, quando era a casa, trascorreva gran parte del suo tempo guardando  quiz-show delle reti nazionali o qualche sconosciuta soap opera passata da reti regionali. Odiavo quelle trasmissioni e passavo gran parte del mio tempo leggendo fumetti manga che compravo rivendendo alcuni testi scolastici presso la libreria d’usato che c’era di fronte alla scuola.

  Vivendo con la rana imparai presto a diffidare della qualità del cibo con cui voleva crescermi: la pasta che comprava era di un giallo spento e sui pacchetti in cui era contenuta compariva la scritta:

 Aiuto cee, genere alimentare non destinato alla vendita.

 Per cucinare usava due tipi di pentolame: un set che faceva lavare alle sue figlie e che teneva sempre riposto in un mobile che apriva solo nei giorni di festa o in caso di visite di amici e parenti e un set unto e lercio per l’uso quotidiano. In una padella da uso quotidiano, mai sgrassata ma solo pulita in fretta e furia con una leggera passata di spugna umida, cuoceva della carne di suino livida e violacea.

Nemmeno l’acqua che bevevo mi appariva sana: le bottiglie che comprava dall’alimentari di quartiere non le condivideva con me ma le usava solo, come diceva lei giustificandosi “ quando prendo le medicine e quando viene a trovarci qualcuno”.

Le bottiglie vuote si andavano ad accumulare vicino la cassettina che conteneva legna per la stufa, quando non venivano utilizzate per accendere il fuoco venivano riutilizzate come contenitori di acqua di serino che la vecchia rana raccoglieva da una fontana del cortile. Non era tanto il rubinetto (dalla bocca verde muschio)  del cortile a preoccuparmi, quanto le voci che giravano in paese sulla qualità dell’acqua delle condutture.  Diversi vicini dicevano che in quella rete idrica  qualcuno scaricava liquami tossici. Le voci andavano e venivano e a seconda dei mesi dell’anno mentre il prezzo dell’acqua in bottiglia acquistata presso il negozio di generi alimentari del quartiere saliva o scendeva a seconda delle buone o delle cattive voci. Nel frattempo avevo costruito un minidepuratore utilizzando i consigli trovati in una rivista per boy scout che avevo preso in chiesa durante il corso di catechismo. Depuravo di notte l’acqua che mia nonna mi faceva imbottigliare di giorno e prima di berla dicevo sempre qualche preghiera.

Col tempo cominciarono gli incubi notturni. Nel peggiore di questi vidi la vecchia che raccoglieva animali morti dal ciglio dell’autostrada. Gatti e cani randagi finivano in cucina, scuoiati e fatti a pezzi. La vecchia, dopo aver preparato quei pasti orridi, invitava tutto il quartiere a pranzo. Gli abitanti del quartiere fra grida di festa e versi mi spingevano per farmi sedere proprio a capotavola, poco dopo mi legavano e uno di loro prendeva un cucchiaio per imboccarmi.

 Feci altri  incubi fino a quando non cominciai a mangiare presso casa dei miei compagni di classe. Trascorrevo almeno quattro giorni la settimana pranzando e cenando lontano dalla casa della vecchia rana. Quando i giorni restanti tornavo a casa se c’era un piatto pronto ad aspettarmi fingevo di mangiare con fame mentre la rana era assorta davanti al televisore. Non appena andava a letto, riempivo interi sacchetti con  quel cibo: buste di plastica che parevano delle vere e proprie molotov a base di sughi per la pasta e di poltiglie fatte con carne di maiale. Mi sbarazzavo di quelle bombe “alimentari” solo quando andavo a gettare la spazzatura in piena notte. Stavo bene attento a chiudere il secchio, in modo da impedire che cani e gatti randagi si nutrissero di quegli scarti.

 Una notte, a causa della fretta, dimenticai di chiudere il coperchio del secchio di quartiere. Il gatto della vicina, Nerino, riuscì a intrufolarsi nel secchione. Lo vidi uscire dal secchio con un lembo di carne marcia che gli pendeva dalla bocca tremolante come la coda di una lucertola appena presa. Qualche giorno dopo Nerino venne a morire nel forno in cui la rana faceva  il pane con le mie zie. Lo trovammo raggomitolato su sé stesso, come se stesse dormendo. La vecchia lo sfiorò due volte con la scopa poi lo raccolse con la pala del forno e lo tirò via dal forno come una pagnotta di pane, solo che Nerino era duro e freddo. Il gatto portava legato al  collo un collarino con un campanello. La vecchia rana non ci pensò due volte: chiamò una delle sue figlie per farsi aiutare e tolse dal collo del gatto il collarino e prima di riporlo nell’armadio si fece il segno della croce, sussurrando parole a bassa voce.

 Probabilmente la vecchia rana sbagliò uno dei suoi scongiuri contro il malocchio perchè qualche mese dopo il ritrovamento di Nerino morì d’infarto, nel sonno, e finì al cimitero di fianco alla tomba del marito, mio nonno.

Quando le figlie delle rana, sorelle di mio padre, si ritrovarono per sistemare gli oggetti della vecchia a momenti si afferravano per i capelli. Tutte e cinque non vedevano l’ora di aprire l’armadio della rana nella speranza di trovare chissà quale quantità di denaro nascosta. Finì che trovarono diversi pezzi di carne insaccata e avvolta in stracci e divorata dai vermi, un nido di topi (avevano fatto il loro ingresso attraverso un buco sul retro dell’armadietto) e tanti inutili cimeli che aveva rubato in giro: attrezzi del dentista, spugnette colorate, bottoni di grandezza smisurata, il collare di Nerino e altri oggetti di poco valore. In cima alla ricevute delle cambiali c’era la distinta  di un orafo: nel conteggio riportava il pagamento di diversi bracciali, orecchini e altri monili in oro che aveva acquistato dalla rana. Il tesoro della rana era finito nel cassetto di un orafo, i soldi probabilmente spesi prima in dolciumi per rendere quieta l’anima, poi in medicine per curare il sangue.

 Una delle figlie della rana, mia zia Lina, disse: ” La vecchia ci ha derubate pure da morta” e le altre zie annuirono con la testa senza dire neanche una parola.

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12 pensieri su “Mario Schiavone: A casa della rana

  1. Ogni racconto di Mario aggiunge dei ritratti singolari alla sua galleria caleidoscopica di autentico affabulatore. Un realismo che sa tingersi d’incanto senza rinunciare a uno sguardo critico e consapevole. Uno “spiare” alla vita che riporta in superficie un vissuto di tanti. Il racconto ci appartiene non solo perché una delle nonne è immancabilmente cattiva ;-), ma perché finiamo per scontrarci con il nostro stesso retaggio culturale.
    Abele

  2. L’acqua di serino… quanti ricordi… e come è vivida l’immagine di questa donna consumata da una vita buia ed unta… ma poi?
    Mario continua così, ogni tuo racconto apre infinite immagini che meritano di trovare ulteriori spazi che con le tue parole riesci sempre a creare….

  3. Molto bello questo racconto. Per un attimo leggendo mi è venuta in mente la vecchia uccisa in “Delitto e castigo” di Dostoevskij e sono stato catapultato nel tempo e nello spazio in un’altra epoca, dove ogni cosa nelle case dei più poveri era marcia e scadente. Poi sono ritornato al presente con le soap opera e i quiz televisivi, la chemioterapia della madre del protagonista e i ferri del dentista. Un racconto pieno di emozioni e accattivante per le sue note grottesche e decadenti, mischiando sapientemente un passato a noi non troppo lontano e un presente vivido che rigetta e rifiuta il modo di vivere “antico” dei più umili e delle persone che ci appaiono diverse o anche parzialmente estraniate dal nostro vivere presente.

    Complimenti a Mario e grazie ad Abele per avermelo fatto conoscere. Sono rimasto veramente colpito.

    Ciao

    Fernando

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