Simonetta Bumbi, Carlo Mieli: Perché la memoria non ha parole

 

Felix Nussbaum

Io non so di cosa fosse fatta la terra prima del nostro arrivo lì, non so se davvero ci fossero dei fili d’erba a sorvegliare il sole o soltanto il niente ad aggrapparsi al tempo facendo scivolare le ore. Non ho mai chiesto risposte, ma di domande ne ho fatte molte.

Il freddo, quando apre le porte, si dimentica delle altre stagioni e lascia scivolare il tempo a marcire; ed è sottile, come le foglie sotto le suole delle scarpe.

Non ho mai saputo se il giorno si vergognasse ad arrivare subito dopo ogni notte, o se le stelle; le stelle, quando le vedevo; cosa pensassero di noi. Non ho mai cercato di inseguire una nuvola, la stanchezza era grande, e il sogno bruciava troppe energie.

Dicono che l’incubo finisce quando ti svegli, ma nei silenzi fatti di sbarre e odio, nelle albe di rigurgiti e peccati del mondo tu sei lì, a voler imparare, a dover ricordare un meccanismo che ti aiuti a risolvere il terrore del prossimo appello; una formula per non dimenticare, un teorema semplice che continui a far scivolare aria nel profondo dei polmoni, un numero, solo un numero.

Io respiravo e conquistavo un altro po’ di tempo per trascinarmi dietro l’agonia che riecheggiava negli occhi di chi avevo accanto, e sapevo che oggi era il futuro, oggi era già un altro ieri raggiunto.
Vedevo; allora c’ero.

Non so quanti compleanni abbia vissuto ogni giorno, sì ogni singolo giorno che lentamente passava aveva nel suo interminabile ripetersi di eventi una cadenza ritmata, un compleanno.
Ogni singola ora isolata era un nuovo sasso da ammassare al ricordo, ogni ora cosparsa da piccoli inutili interminabili brucianti minuti, poteva essere semplicemente una vita.
Un compleanno.
E quanti ne sono trascorsi per quelle fauci calde e nauseanti, quelle trappole per la vergogna che adesso tutti chiamiamo forni.
Trappole per la vergogna, quello è il marchio che abbiamo pagato; la vergogna; quella la nostra colpa.
So che non si spegnevano mai e si recitavano le memorie contando le costole di chi ancora cercava di festeggiare l’attesa.
L’attesa di altre ombre scendere da un treno, il desiderio di trovare altrove, al di fuori di noi, di me un corpo che sostituisse il mio, la speranza di non essere io il nuovo pasto.

La speranza.

La-spe-ran-za.

Fobia, distillato di ricordi a intossicare la mente, scappare dal mio corpo quella era la speranza, e pendeva come acido sul bordo degli occhi al solo pensare di averla; scivolava giù solcando il viso; e gli occhi bruciavano, bruciavano nell’ingoiare lacrime amare, e ancora più aspra era la perdita senza capirne il motivo, amaro il saluto dei propri cari, o di tutti gli altri, sconosciute immagini legate insieme solamente da quella stella, e da un colore.
Nuovi bocconi a sfamare quelle bocche, nuovi numeri da cancellare da chissà quanti elenchi, un letto in più da riempire e una bocca in meno da sfamare, un vagone in più, da fare giungere e svuotare.

La pelle lasciava spazio all’egoismo, si lasciava stracciare giorno dopo giorno in un susseguirsi di brividi sempre uguali, nell’inseguimento di piaghe gemelle sull’anima invecchiata.
Come carta velina.
Non c’è assorbenza se non si schiudono le braccia, non c’è riflesso se gli occhi non vedono e la paura, la paura di non riuscire a resistere sbracciava i polmoni sfinendo il corpo ancora più in profondo, e il ghiaccio si impossessava del petto quasi a voler firmare con il suo passaggio la nostra forma ricurva in tacita attesa.

L’attesa.

L’attesa.

L’attesa di cosa, l’ho capito solo più tardi, solo dopo essere stato in grado di ricordare, solo quando ho voluto ritornare ancora a solcare quella forma di terra impietritasi nella memoria, l’attesa di finirla con quella vita di fango.

Io non so se una bambola di fango e acqua ha un cuore, non so se i suoi passi fanno rumore o se i suoi grandi occhi possono vedere, ma so che noi, bambole di uomo, respiravamo, e a volte era quella la condanna più grande, era quella voglia nonostante tutto, passo dopo passo, di continuare a lasciare le nostre impronte dietro di noi, e di vederle sempre più leggere, sempre più inutili e sottili, e di bere come se fosse acqua la mortificazione più grande, l’impotenza, l’impotenza di non poter essere per noi stessi, niente di più di una piccola ombra ebrea, niente di più.
Niente di più.

Le giornate si alternavano alla notte con una cadenza segnata solo dal rimbombare degli appelli, io ero stato tra i fortunati che erano stati scelti per lavorare nella fabbrica.
Gli altri, quelli che erano scesi dal treno insieme a me, avevano avuto la fortuna di smettere prima con quella vita.
Forse.

Ogni mattina dopo il primo appello venivamo portati in quella fabbrica lì vicino; quella grande struttura di ferro, mattoni e lamiera sembrava soltanto una grande bocca affamata che ogni giorno ingoiava centinaia di noi.
Lì, non c’erano solo quelli come me, ho visto lavorare anche gente diversa dalla mia, gente inferiore comunque, nei loro sguardi normali, ma non c’era molta differenza; all’apparenza non c’era molta differenza, anzi, noi eravamo quelli con qualcosa in più.
Un numero sulla pelle.

Le ore si accavallavano, come quando da bambini si giocava a fare castelli di carte, una su l’altra, in un equilibrio precario come quello degli acrobati sospesi.
Da piccolo ho sempre amato vederli così, sospesi con le ali, fermi immobili in alto a decine di metri.
Ma solo in quel campo, in quelle baracche di legno e pensieri ho capito che non erano ali quelle che avevano, ma allenamento all’altezza, fatica e allenamento.
Il segreto è solo quello, sofferenza e abitudine.
Anche io sono diventato un angelo volante, dolore e allenamento, a non essere un uomo.
Il segreto è solo quello.
Solo quello.

Ricordare quei visi, tracciare il perimetro di quelle giornate adesso sarebbe come riparare un vecchio registratore, significherebbe ricalcare la storia su carta carbone e ossa, significherebbe dare voce alla memoria di una vita stracciata tra gas, terra, e sguardi di fango.
La memoria non potremo mai lasciarla alle spalle noi, ci basterà guardare il braccio.
La memoria non ha parole.
Ha due occhi, un cuore solo, e un numero sulla pelle.

(2003)

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13 pensieri su “Simonetta Bumbi, Carlo Mieli: Perché la memoria non ha parole

  1. “Trappole per la vergogna, quello è il marchio che abbiamo pagato; la vergogna; quella la nostra colpa”.
    Sì, mi sembra giusto in questo giorno declinare la vergogna in tutte le sue valenze, passate e presenti, collettive e private.

  2. Simonetta Bumbi, Carlo Mieli .. due anime finissime a ricordarci con estremo pudore ciò che non si può e non si deve dimenticare. Grazie a entrambi dal profondo del cuore.
    Gianna

  3. Beh, parole NON servono, molti però non sembrano ancora aver ‘imparato’ purtroppo…. e per questo è giusto SEMPRE ‘ricordare’, affinché una parvenza di ‘memoria’ anche nei più restii, a qualsiasi livello e di qualsiasi religione….filtri….

  4. “Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi . Eccoci trasformati nei fantasmi visti ieri sera.
    Allora per la prima vola ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo.
    In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo.
    Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
    Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che sia così.
    Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara.
    Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile, di venirne privati, nel nostro mondo, chè subito ne ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre” (Primo Levi). Non ho potuto fare a meno di citare in questa occasione un UOMO che mi ha toccato l’anima. La memoria ci fa umani… Lu

  5. mi è stato chiesto, a chi ci siamo ispirati.

    credo non occorre essere ebreo per sentire il dolore degli altri.
    è frutto del nostro sentire, quello che è sempre in comunione con chi soffre, nel presente o nel passato.
    perché nulla viene mai dimenticato, nemmeno da chi non ha vissuto…

    ci sono mille condivisioni di pensiero. ed è vero, quando si dice che non ci sono parole da aggiungere, ché l’orrore parla da sé. ma ciò che è stato è ancora, e lo è sotto altre forme. il dolore non ne ha. è dolore e basta, ma non bastano mai le parole per dire, quando c’è ancora chi soffre.
    io so che la memoria è ogni giorno. ogni istante.
    quando mi specchio, vedo gli altri.
    poi, esco di casa, e purtroppo mi accorgo di essere sola.

  6. Ho quarant’anni, un figlio e una vita mia, a modo mio. Ho letto ho visto ho guardato ho studiato e cercato, tanti anni fa per scrivere questo….vedo e leggo ancora oggi e capisco che la memoria è purtroppo acqua corrente, un liquido che scorre via con la negazione del passato quasi a voler creare così un nuovo alibi per ciò che si potrebbe fare….
    Non sono fiero del mondo che troverà mio figlio, e troppo spesso mi sento incapace e inpotente semplicemente guardando.

    Grazie

    Carlo Mieli

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