Pasquale Vitagliano: La forma delle città e l’anima della civiltà. La poesia civile in Italia

 

 

La forma delle città e l’anima della civiltà. La poesia civile in Italia

Può esserci poesia civile senza terra di appartenenza? Senza un legame intimo, materiale ed etico, con il territorio sul quale si è nati; senza senso e sentimento di appartenenza alla storia di quel luogo, così come si è dipanata nel tempo, ed alla volontà di perpetuarla nel futuro? Può esserci poesia civile, dunque, senza cittadinanza?

Il terreno è paludoso. Porsi queste domande nella patria della retorica carducciana, dentro la storia, appunto, di un paese che ha vissuto in passato le forme più pompose del nazionalismo e del patriottismo, crea qualche imbarazzo. Per reazione, nell’Italia repubblicana concetti quali Patria e Nazione, Territorio hanno assunto una connotazione negativa e sono stati cancellati dal novero dei valori da celebrare. Lo stesso termine cittadino ha assunto centralità solo in tempi recenti, in seguito alla crisi delle ideologie ed alla conseguente necessità di riscrivere (o riscoprire) un nuovo lessico di valori e nuove classificazioni di identità individuali e collettive.

Sullo statuto civile della poesia, i poeti stessi hanno cominciato di recente a riflettere. Gianni D’Elia e Alberto Bellocchio già dal 2003 hanno dato vita ad un laboratorio su questi temi nella città piacentina di Bobbio. Né va dimenticata l’esperienza del Festival di poesia civile di Vercelli. Dunque questa premessa storico-politica è necessaria in una riflessione sulla poesia civile, sopra il suo attuale statuto e la sua funzione. Se la poesia è un viaggio della parola dentro la propria anima,  dentro l’anima dell’altro e del mondo, la poesia civile cos’altro è se non un viaggio dentro l’anima della propria storia individuale e collettiva? E ci può essere storia senza case, luoghi, piazze, paesi, torrioni e campanili, chiese e municipi, oltre il tempo che passa in modo inesorabile? “Fatta l’Italia, adesso bisogna fare gli italiani”, tutti noi abbiamo ripetuto a scuola il motto risorgimentale di Massimo D’Azeglio. E se, invece, per ribaltamento storico, non esistessero gli italiani perché non esiste ancora l’Italia? Resta allora tutta da costruire un’entità politica nazionale con una propria forma e una propria anima dentro cui riflettere l’ identità di uomini e donne, di cittadini.

Fare poesia civile, allora, è impresa ardua. E’ un’operazione ambiziosa, che, pertanto, dialoga continuamente con il fallimento e la caduta. Si può essere retorici e vuoti anche senza dire Patria. Questo, per esempio, è accaduto quando al formulario poetico del trono e dell’altare si è sostituito quello della strada e della lotta.

Se la poesia senza aggettivi è inerte (almeno intenzionalmente) verso l’esterno, la poesia civile deve muovere all’azione, partendo da un’identità autentica, per giungere al luogo di appartenenza più intimo e struggente. La poesia civile, dunque, non può rifarsi a luoghi senza vita, ad utopie senza storia, a mondi senza terra. Altrimenti, come si è detto, succede solo che il Partito sostituisce la Patria. Le storie private non vibrano più della passione della “meglio gioventù”.

I tedeschi hanno fissato nella lingua questo legame tra cultura e terra. In tedesco, infatti, due parole distinte possono essere usate per dire patria: heimat e vaterland. Heimat è la casa natale, il luogo degli affetti, la terra natia. Vaterland è la terra dei padri. Se questa patria è quella tragica dello “spazio vitale”, della conquista e della caduta. L’altra patria è quella della lingua-madre, cui tornare per comprendere l’origine di ogni tragedia collettiva.

In Italia è mancata una riflessione seria sulla nostra heimat. E dunque la poesia civile è stata sempre costretta tra la retorica della vaterland e quella, altrettanto conformista, antipatriottica e rivoluzionaria. Lo sguardo della poesia, in realtà, si traduce sempre in azione civile. Anche quando si diffonde dalle torri d’avorio di biblioteche cieche. Il poeta civile, dunque, non può essere indifferente. Ma non è la poesia che può cambiare il mondo. Non può confondersi né con l’azione politica, né con il linguaggio della politica. Deve piuttosto indicare un luogo. Scuotere il cuore e indurre ad una visione collettiva. La poesia civile deve essere la bandiera di un luogo (anche virtuale) di appartenenza, da difendere, realizzare o conquistare. Non ha nemmeno il compito, dato una volta per sempre, di “avvelenare i pozzi”, come diceva Franco Fortini. Lo “scandalo” può finire per svolgere una funzione conformista che consolida il vecchio “spartito” storico-sociale, invece, di scompaginarlo. La poesia civile deve mettere in azione. Ma deve farlo rispetto ad un luogo. Ed un luogo diventa civile, diventa Heimat, solo quando, fuori della retorica e del mito, la storia di quel luogo, tutta la storia di quel luogo si riflette nelle storie e nei vissuti personali e ne viene, a sua volta, riverberata. Diventa civile la poesia che sa parlare anche degli sconfitti e di quelli che hanno avuto torto.

“Tutte le sere, tutte le notti, la mia vita consiste nell’aver rapporti diretti, immeditati, con tutta questa gente che io vedo che sta cambiando”, ha scritto Pier Paolo Pasolini. Quello che nessuno è riuscito a fare con la storia del novecento. Pasolini è riuscito a farlo per quello scampolo di storia civile italiana che sono stati gli anni della modernizzazione e del boom economico. Pasolini è riuscito ad illuminare con la sua poesia questo breve arco di tempo. Ma lo ha fatto con la luce di una meteora. Anzi, di una lucciola. La crisi della modernità deriva dalla perdita del legame ombelicale con la propria terra. Siamo tutti alla ricerca di un posto dove poter stare. Dove sentirci a casa.

“Qui non c’è acqua ma soltanto roccia (…)/  Fra la roccia non si può fermarsi né pensare (…) / Non si può stare in piedi qui, non ci si può sdraiare né sedere/ non c’è neppure silenzio tra i monti/ ma secco sterile tuono senza pioggia”. La poesia civile è l’acqua che può rendere ospitale la roccia sulla quale ci è stato dato di nascere e vivere. La terra desolata di Eliot di “questo non sentirsi a casa”, di questa ferita insanabile è il canto luttuoso eppure profetico di nuove speranze. E non è un caso che questa poesia sia dedicata a Ezra Pound. Questi è il poeta folle che vaga alla ricerca della propria città. Senza sapere che proprio la sua città lo ha cacciato ed è la causa del suo vagare. I Canti Pisani sono il lamento elevatissimo di questa diaspora civile. La “sua” terra è la stessa di Dante e di Cavalcanti. Ed infatti anche Dante è stato un poeta in diaspora; un altro poeta che ha dovuto proiettare la sua  poesia civile fuori della storia, addirittura fuori del tempo. Eliot, Dante, Pound e Pasolini. Pier Paolo Pasolini è stato l’ultimo poeta civile del Novecento. Anche lui poeta della diaspora. Anche lui poeta fuori della storia: proiettato verso il futuro dell’umanità, ma avendone la visione di un’ineluttabile frattura con la radici, il passato, il territorio. Pasolini vivrà questa frattura come una dolorosissima lacerazione, come un’insanabile contraddizione che lo rende allo stesso tempo rivoluzionario e conservatore. “Spero che una poetica follia giustifichi questo mio conservatorismo, che mi ha spinto a piangere di vere lacrime, vedendo i villaggi delle Madonie (…) sacrilegamente intonacati coi soldi spediti dai giovani emigrati in Germania; e vedendo la distruzione delle mura di Sana’a nello Yemen”.  

Anche Pasolini ha vagato su questa terra alla ricerca della propria heimat. Ha inseguito così l’anima delle città, fissandone la forma, come fece nel documentario – che porta proprio il titolo “la forma della città” – trasmesso dalla RAI nel 1974. “Le case popolari di Orte”, si domanda Pasolini, “cosa vengono a turbare? Vengono a turbare, soprattutto, il rapporto fra la forma della città e la natura. Ora il problema della forma della città e il problema della salvezza della natura che circonda la città, sono un problema unico”. Il viaggio di Pasolini si è fermato tragicamente su una spiaggia di Ostia, sopra una striscia di terra senza forma e, dunque, senza anima. Eppure, nella sua tragedia, Pasolini ci ha consegnato il testimone: il poeta civile per cambiare il mondo deve mettersi in gioco. Fino all’ultimo respiro.

Pasquale Vitagliano

 

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7 pensieri su “Pasquale Vitagliano: La forma delle città e l’anima della civiltà. La poesia civile in Italia

  1. Un grande grazie a Pasquale per questo prezioso contributo. Alcune riflessioni: L’Italia ci è stata imposta, insegnata, sbandierata, ma non è mai stata fatta, e non l’abbiamo (ancora) saputa fare. Esistono paradossalmente gli Italiani, come conseguenza e per reazione all’Italia che non c’è. Ma anche quell’essere Italiani si basa su falsi miti, primo fra tutti quello di “brava gente”. La Germania, riprendendo il confronto di Pasquale, ha fatto i conti con il Nazismo, sia pure tra tante contraddizioni. Da noi invece il Fascismo è stato “compreso”, sminuito, e ora re-innestato. Non esiste un concetto di identità, e quindi di unità, nazionale perché il concetto si è fin da subito basato su un divario: Nord e Sud. Per un Paese non all’altezza delle cosiddette potenze europee, il colonialismo diventò (anche) un affare interno. Il vero divario è stato tra campagna e città: anche al Nord i contadini erano analfabeti, venivano sfruttati e cercavano fortuna altrove, sottoponendosi a volte a viaggi a piedi di centinaia di chilometri. La cultura contadina poteva essere l’unica Italia possibile, ma anche quello era un “mito” e se ne rese conto, amaramente, lo stesso Pasolini. E comunque la campagna ha costituito lo stesso tessuto delle grandi città, un insieme di paesi con il proprio campanile come punto di riferimento. Poi si è arrivati alla città diffusa, all’abbattimento dei confini con la campagna, alla scomparsa dei campanili appunto; di quella voglia sana di discutere che portava in piazza. Era l’Italia dell’incontro, dove anche la poesia sapeva essere festa. C’era un tempo in cui la parola aveva più forza e poesia civile, riprendendo la definizione di Pasquale, significava “un viaggio dentro l’anima della propria storia individuale e collettiva” (non c’ero a Castelporziano ma nel mio piccolo ne ho vissuto lo spirito). Ora la poesia ha un compito più arduo, deve prima contribuire a porre le basi per un possibile viaggio insieme.
    Abele

  2. L’Italia
    che amo, che festeggio e che voglio costruire
    ripudia la guerra,
    lotta contro la povertà,
    taglia le spese militari,
    investe sull’educazione,
    rispetta i diritti umani,
    cura la Terra.

    La campagna “Bandiere di pace” prenderà il via sabato 1 gennaio 2011, giornata mondiale della pace, e si concluderà domenica 25 settembre 2011, giorno in cui si svolgerà la prossima Marcia per la pace Perugia-Assisi.

    Tutti i cittadini sono invitati ad appendere la bandiera al balcone di casa (ufficio, negozio, scuola,…), scattare una foto e inviarla all’indirizzo redazione@perlapace.it.

    Aderisco a questa iniziativa che intendo anche diffondere.

    Buon Anno a tutti!

    Rosaria

  3. pasquale vitagliano ha, da buon erede della felice scrittura pasoliniana, colto molti aspetti di questa nostra italica inciviltà a cui, credo, ci sia poco da aggiungere, lottare e continuare a lottare per germi fecondi di civiltà questo sì, tra impegno, poesia, colore.. almeno penso così tra amarezza e disincanto..

  4. la poesia, è una ferita, aperta. ché dal costato, nasce sangue…

    non so dire, abele, se non grazie. grazie a pasquale, ed a te.

    simonetta

  5. Diversi e puntuali i rimandi di questo post, con punti focali quelli relativi all’Heimat e al “passaggio di testimone” di Pasolini. Grazie a P.Vitagliano (nomen omen, un’asserzione un po’ scontata, ma volevo farla :))
    Bello anche l’intervento nel commento di Abele.

    Ciao a tutti

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