Poetry Lab: Giancarlo Locarno

 

Autoritratto-emulsione fotografica e acquerello

 
Da dove viene la tua poesia?
Dall’adolescenza, in quel tempo decisi di tenere una sorta di diario, nel quale segnare però solo i sogni, i pensieri  strani e le fantasie impalpabili, che altrimenti sarebbero stati persi e dimenticati. Anche oggi, senza nessuna regola, continuo in questa attività, e mi annoto anche cose fatti o fantasie di altri, quando me le raccontano e mi sembrano interessanti. Da questo calderone, che è un’adolescenza persistente di memorie e infantilismi, e dal suo intrecciarsi alla vita quotidiana, penso che sgorghi lo spunto per la maggior parte delle mie poesie.

Per chi scrivi, come immagini il tuo lettore?
Immagino un lettore già interessato alla poesia, utilizzo tutto il materiale linguistico e i riferimenti  che ho a disposizione, e credo, che questo difficilmente attragga chi non è già di per sé interessato a queste cose. A diverse persone che mi sono vicine  le mie poesie non piacciono.

Come vivi, con te stesso e con gli altri, il tuo essere poeta?
E’ un progressivo sentirsi liberi nel linguaggio, un progressivo abitare il linguaggio e perdere la ’vergogna’ di scrivere certe cose, ad esempio un verso come:  ‘la resgiora del quanquàn è ancora viscora’  vent’anni fa non avrei avuto  il coraggio di scriverlo. Di riflesso, nel mondo, è come perdere progressivamente la ‘vergogna’ del vivere,  e un  sentirsi più liberi anche  nel decidere e nell’agire.

Come hai iniziato?
A sedici anni, quando ho scoperto Rimbaud, studiavo francese e cercavo di tradurlo, poi frustrato ho stabilitol’impossibilità del farlo, mantenendo quella musica e quel senso, e ho cominciato invece a scrivere   qualcosa di mio, qualche poesia e due racconti. Il quaderno con la copertina rosa, non lo trovo più, ma sono convinto che sia Ancora in solaio, e ogni tanto lo cerco.

Come ti veniva insegnata a scuola la poesia, che ricordi hai?
Alle scuole elementari avevo un maestro severo, con la bacchetta, ma che scriveva d’arte sul quotidiano locale ‘la Prealpina’, e aveva inventato  un’esercizio che chiamava ‘pensiero e disegno’. Bisognava avere un pensiero, scriverlo e poi illustrarlo col disegno, a volte dava un argomento guida, spesso una poesia, a volte era completamente libero. Se ci penso, è ancora quell’esercizio che  rivive in quello che faccio adesso.

 A chi fai leggere per primo i tuoi versi?
A nessuno.

Usi la penna e/o il computer?
Ho un quadernetto dove segno il materiale  estemporaneo che sicuramente dimenticherei  nel corso della giornata. Però preferisco il computer, quando dispongo di tempo e calma.

Quanto viene di getto o è frutto di lunghe elaborazioni?
E’ il frutto di molteplici micro-ispirazioni che arrivano di getto, intervallate da lunghi  periodi di ‘sonno’, e dal lavoro intermedio di scelta della parola esatta, la precisione è l’ossessione che da il ritmo e mi consente di concludere il lavoro, e forse ne costituisce anche il senso. E’  come se fossero delle pratiche le mie poesie, vengono aperte e aggiornate, hanno una loro vita molto lunga, e un lavorio nascosto  che mi accompagna per tutta la giornata. Poi, quando  si sente che si è detto proprio tutto quello che si voleva, la poesia finisce. Altre volte la pratica perde la sua carica emozionale  e viene archiviata, e abbandonata ‘alla critica roditrice dei topi’.
 
A parte le tue, quante poesie di altri pensi di ricordare a memoria?
Penso di avere una buona memoria, mi ricordo tanti spezzoni dei più  svariati autori, il canto 33 della divina commedia e il primo libro dell’iliade nella versione di Vincenzo Monti. Come lettore non ho un gusto preciso, leggo dagli inni sumeri a Ashbery, lo stesso nei ricordi, chissà perché ho memorizzato diverse poesie del Giusti e di Ada Negri, che avrò  studiato alle elementari.

Un consiglio prezioso da passare agli altri.
Stare vicini alle cose che accadono, come essere lasciati, finire in cassa integrazione o prendere un tumore.

Un poeta su tutti.
Pasolini.

Sono nato a Gallarate (Va) nel 56
Mi sono laureato in fisica a Milano e da trent’anni lavoro nel campo dell’informatica.
I miei interessi, oltre la poesia, riguardano la storia della matematica  e le lingue e culture orientali.
Faccio inoltre attività sindacale con la CGIL
e ho anche una passione particolare per i gatti.

 

cliccare sui titoli qui in basso:

Pantoumperl’AnnunciatadiAntonellodaMessina

Nigredo

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16 pensieri su “Poetry Lab: Giancarlo Locarno

  1. La forma che si fa contenuto: libertà nel non porsi limiti, esaltare la parola nei sui suoni respiri pause, portandola oltre i suoi confini. Il tutto all’interno di una concezione di poesia che cattura la vita, con riferimenti “alti” e all’esperienza quotidiana, in affreschi dal grande respiro. Prezioso il consiglio di Giancarlo: “Stare vicini alle cose che accadono, come essere lasciati, finire in cassa integrazione o prendere un tumore.”
    Abele

  2. i bosoni vettori intermedi trasportano i cassintegrati della fiat verso l’esodo incentivato
    maledetto sia di giorno maledetto sia di notte maledetto quando entra maledetto quando esce
    contro di loro il velo questa volta s’apre
    per la ricchezza delle nazioni more geometrico demonstrata
    La classe degli uomini reali non è numerabile nella struttura originaria
    Io sorrido cercando di rammemorare l’essenziale in tre versi di silenzio
    per la ricchezza delle nazioni more geometrico demonstrata (contro di loro il velo questa volta apre).
    L’anno prossimo a Gerusalemme franerà il verde dei prati nei miei occhi innamorati.

    E mi ha fatto tornare alla mente il maestro,Dante,Purgatorio canto XXVI, le due schiere dei lussuriosi, che si incontrano e si dicono il loro “errare”,ciò che li costringe a stare, se pur ombre dell’anima,nel fuoco che da passione dovuta alla pena si trasforma in fiamma per il desiderio di non perdere più tempo e salire,verso il paradiso. Anche qui si va, verso una forma di recinto,il paradiso appunto, in cui la geo-metria del luogo, lo vede, dopo il purgatorio, agli antipodi di Gerusalemme, e indica come tutto, in quello spazio astra-(tr-a)tto, sia es-atta-mente opposto a ciò che si conclude in terra. Grazie per questa presentazione, per questo, per me nuovo, incontro.ferni

  3. Essere poeta, per Giancarlo Locarno,”E’ un progressivo sentirsi liberi nel linguaggio, …perdere progressivamente la ‘vergogna’ del vivere, e un sentirsi più liberi anche nel decidere e nell’agire”.
    Condivido questo modo di sentire e di vivere la poesia.

    Rosaria di Donato

  4. “Passano Autoclavi di controargomenti”

    Bei versi, Giancarlo, questi tuoi e piacevole è conoscere, tra altre, la tua storia di poeta.
    Belle le immagini di Nigredo che le parole hanno formato.

    Vincenzo

  5. io adoro letteralmente gli affreschi (come ottimamente li definisce Abele) corali di di Giancarlo Locarno, così come su di me ha grande fascino il suo “modo” acuto, ma mai enfatico, di essere poeta e commentatore. Modo che ritrovo nelle risposte all’intervista, che oltre ad essermi empatico in diversi punti (per es. quello della sua esperienza con “la poesia a scuola”), mette in evidenza una delle caratteristiche fondamentali della sua poetica, quel “sentirsi liberi nel linguaggio,” e dunque liberi anche nell’agire conseguente (come già riportato da Rosaria).
    E questa sua libertà Giancarlo la innesta in modo fondato e non arbitrario, ma in modo personale e proprio, su parte della tradizione letteraria e culturale, non solo occidentale, ottenendo ricchezza di parole e di suono. E proprio il diverso tipo di partitura, (compresi perciò gli affreschi corali), che comprende la parte musicale, fonica, ma anche quella grafica, di colpo d’occhio o d’ala, di è la connotazione più forte per me di questo autore.

    Grazie (tantissimo) ad Abele e a Giancarlo

    ciao!

  6. Mi fa molto piacere leggere “ulteriori elementi” capaci di farmi scoprire qualcosa di più del rapporto di Giancarlo Locarno con la Poesia. L’interesse per i suoi testi è stato immediato per me, così ho apprezzato anche moltissimo il commento di Margherita nel quale riconosco anche il mio pensiero. Emozionante intervista che si conclude con un consiglio straordinario: “Stare vicini alle cose che accadono, come essere lasciati, finire in cassa integrazione o prendere un tumore”.
    Da un –gattofilo- non mi attendevo nulla di meno, splendida pagina. Ciao, Doris

  7. “dalle cose confuse si desta l‟ingegno a nuove invenzioni”
    …e Giancarlo inventa un nuovo linguaggio, quasi un metalinguaggio, poetico, che affascina e trascina nella musicalità dei versi…una libertà del linguaggio, quasi liberazione, da catene concettuali esauste…
    mi piace.

  8. “E’ un progressivo sentirsi liberi nel linguaggio, un progressivo abitare il linguaggio e perdere la ’vergogna’ di scrivere certe cose”

    “Di riflesso, nel mondo, è come perdere progressivamente la ‘vergogna’ del vivere, e un sentirsi più liberi anche nel decidere e nell’agire”.

    “Stare vicini alle cose che accadono, come essere lasciati, finire in cassa integrazione o prendere un tumore”.

    Hanno già detto tutto gli altri, io ti lascio parlare con le tue stesse parole. :-)

    Bellissime le tue due poesie. Sopratutto il “Pantoum per l’Annunciata di Antonello da Messina”. Un ricorrere a immagini e concetti tra i pià svariati, ricorrendo ai mondi più diversi e più apparentemente in contrasto tra loro. Il tutto senza disturbare, trasportato dal ritmo e dalla ripetizione dei versi. Un capolavoro di forma e significato. :-)

    Ciao

    Fernando

  9. Interessante intervista. Interessantissima poetica.
    Mi pare di cogliere che per Giancarlo Locarno la sperimentazione linguistica sia molto importante. Un ricercatore della lingua! Un caro saluto.

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