Poetry Lab: Pierluigi Mele

Pierluigi Mele

Da dove viene la tua poesia?
Dal distacco, da un ritornare alle cose nel tempo. A distanza, rispetto al presente. Viene da un’inquietudine che spinge a tracciare sulla carta i volti, gli spazi, le illusioni vissute o immaginate. Mai da una contingenza. Ovviamente, questo non è un meccanismo che puoi amministrare con freddezza contabile; si tratta, semmai, di prestare i sensi allo scorrere del tempo e di filtrarli attraverso il succo della poesia.

Per chi scrivi, come immagini il tuo lettore?
Scrivo per un lettore invisibile. Un affetto o un estraneo della porta accanto. Una presenza-assenza reale o magari sublimata. Qualcuno con cui parlare, con cui scambiarsi i giorni, le ore, le rabbie, i sogni. Come se le parole di ciascuno potessero incontrarsi attraverso la voce. Una specie di furto consensuale delle proprie vite.

A chi fai leggere per primo i tuoi versi?
Ai soliti intimi, pochissime persone. Ma non è una regola; succede con altrettanta frequenza di non far leggere i versi a nessuno. Oppure accade di riferire quei versi a memoria, o di intrufolarli in un dialogo e di fingerli di chissà quale autore. Un gioco un po’ da istrione o da figlio di buona donna, è lo stesso.

Usi la penna e/o il computer?
Quasi sempre il computer. Dopo, quando presumo che quella al computer possa essere una poesia definita, riscrivo tutto con la penna e smusso, cancello, limo. Rielaboro ogni virgola, sino a sbiancare la pagina, a non vedere più l’inchiostro, ad assimilare a memoria quello che ho scritto. E così riscrivo al computer e mi accorgo delle cose da cestinare, da salvare o da lasciare in sospeso.

Come vivi, con te stesso e con gli altri, il tuo essere poeta?
Con naturalezza, la più serena possibile, ma solo con gli altri. Con me stesso è un semplice travaglio e un salutare mandarmi a quel paese. 

Come hai iniziato?
Mi sono ritrovato la penna nelle mani a sei anni, come tutti, e ho cominciato a scrivere. A imbrattare pensieri, più che parole. Scrivevo e leggevo di tutto. Poi, non so bene a che età, ho letto per la prima volta Garcia Lorca e mi sono illuso di chiamare versi la roba che scrivevo.

Come ti veniva insegnata a scuola la poesia, che ricordi hai?
Nel più canonico dei modi, senza vitalità. A causa dell’inqualificabile nenia di considerare la poesia una faccenda per tisici, per programmi ministeriali, per dovere di manuale. A parte poi, al liceo, ritrovare il classico professore di lettere infervorato di Dante che declama le terzine innaffiandole di lacrime. Per nostra fortuna la curiosità salverà il mondo, perciò divoravo i miei buoni Baudelaire, Majakovskij, Esenin e tanti altri a discapito della scuola.

Quanto viene di getto o è frutto di lunghe elaborazioni?
Ricordo solo tre, quattro poesie scritte di getto. Il resto è il frutto di quel caro “mastica e sputa” cantato da De Andrè.

Un consiglio prezioso da passare agli altri.
Leggere, e poi ammalarsi di cinema, teatro, danza, musica, pittura, non faccio differenze di merito. Per attenersi alla scrittura, posso solo dire di provare a togliere, quando si scrive. Di puntare all’essenza, al definito, di spogliarsi dei fronzoli e degli esibizionismi.

A parte le tue, quante poesie di altri pensi di ricordare a memoria?
Per la natura del lavoro che faccio col teatro, imparo a memoria con una certa assiduità poesie o brani narrativi altrui. Oltre a questo, è stimolante leggere ad alta voce, indipendentemente da chi abbia scritto ciò che leggiamo.

Un poeta su tutti.
Eugenio Montale. Non sarà forse il mio preferito, ma è tra quelli che non si possono ignorare.

*

LA POESIA D’AMORE

La poesia d’amore
è sempre quella che verrà,
verde oscurità,
apostrofo di limone
sulla carlinga del desiderio.
Munge fette d’insonnia
ed è la tua immagine di carne,
tumefatta
dal vuoto che verrà a cariarti
il cuore.

(da Lavare i fuochi, Libroitaliano1995)

*

Io scrivo a me, più che a questa terra,
del cuore su manto nero di gazza
del basilico a ciuffi sul cuscino
d’un braciere nel rione.
Vedi come l’orzo, il cardo,
il prugno e scilla, finocchio, garofano, orchidea,
come qui anche la luce è selvatica.
Così le torri, il ricamo, il pane.
Di questo
e sempre del mio stupore scrivo.

(da I mestieri si rubano con gli occhi, Edizioni Moscara 2002)

*

Mancherò quel giorno all’appuntamento
con le spoglie del mio corpo
acetato per l’estremo
intrattenimento, preferendo la filodrammatica
dei topi per la dolce periferia,
o me n’andrò per la bellezza
cattolica dei glicini scagliando molotov
d’arcobaleni artigianali.

Mancherò quel giorno alla mia morte,
quando condanneranno le visioni
in contumacia la realtà, e lascerò
al tuo seno, madre, le mie rose
mute d’amore mai spedito
– come sanno invece i figli del paese,
a svelarti il mio congedo con un graffio.

(da Tramontalba, Edizioni Moscara 2003)

Pierluigi Mele, nato in Svizzera nel 1967, vive nel Salento. Svolge attività di formazione del teatro, dizione e scrittura creativa. Dirige il “Teatrolaboratorio Le Lune”. Mette in scena spettacoli in armonia tra racconto musica e danza. Ha aperto le ultime quattro edizioni de La Notte della Taranta. Ha pubblicato i libri di poesia: Lavare i fuochi, Tramontalba. Suoi versi sono nei volumi Pugliamondo,  I mestieri si rubano con gli occhi, Lungomare, nel calendario Salento e in diverse antologie nazionali. Da qui tutto è lontano (Lupo Editore) è il suo primo romanzo, giunto alla seconda edizione. Premio Poesia “Dario Bellezza”, 1999.

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11 pensieri su “Poetry Lab: Pierluigi Mele

  1. “Rielaboro ogni virgola, sino a sbiancare la pagina, a non vedere più l’inchiostro, ad assimilare a memoria quello che ho scritto.” Interessante il passaggio dal computer alla carta che Pierluigi opera, un riappropriarsi della materia da parte dell’autore “toccando” con mano per lasciare fuori il superfluo, la “prosa” viene da dire a proposito di Pierluigi, che anche quando si misura con il romanzo rimane poeta.
    Abele

  2. ottime le osservazion di Abele che riportano anche il passo che più mi ha colpita di questa intervista:
    “Rielaboro ogni virgola, sino a sbiancare la pagina, a non vedere più l’inchiostro”
    bellissimo questo andare in bellezza per sottrazione.
    Belle anche le poesie proposte, che vedo di raccolte diverse (anche di tempo)

    Quell”apostrofo” agrodolce a segnare una mancanza. e cmq a riempirla, è davvero speciale, così come il fatto che “La poesia d’amore/è sempre quella che verrà” :).
    D’altra parte, riprendi nella seconda proposta: “Io scrivo a me, più che a questa terra,, “e sempre del mio stupore scrivo”,
    stupore che non isola il lettore, anzi, è di sguardo che accoglie fortemente nel suo restituire.

    Grazie all’autore e ad Abele!
    ciao-

  3. Una poesia nitida, un’intensità di parola intima che sa condurre, attraverso un ascolto profondo, all’occhio delle cose.
    Vien sicuramente voglia di approfondire l’autore.

    Un saluto a Abele e a tutti.

  4. Approfondire, approfondire.Dovrò proprio approfondire.E’ come stare in terra, tra radici ed erbe e, sul gesto segreto, dal greto profondo che è in te, trovare la parola che ne dice la sostanza.Grazie.ferni

  5. Molto interessanti le risposte a questa intervista. Si recepisce tutto il rapporto che l’autore ha con lo scrivere, assodato, solido, magari anche conflittuale ma conosciuto nei suoi meandri. Stupendo quel passaggio sulla dinamica: creazione al pc, rielabocolluttazione su carta mediante vari “strumenti”, riappropriazione intellettuale della nuova creatura e ancora uno sguardo alla sua precisa necessità d’esistere. Ottima la scelta delle tre poesie, belle e credo rappresentative, davvero viene voglia di approfondire la conoscenza con quest’autore già felicemente incontrato sulle pagine di neobar.

    Doris

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