Poetry Lab: Doris Emilia Bragagnini

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Da dove viene la tua poesia?
Se parliamo delle “cose che scrivo”, io la chiamo materializzazione di me, qualcosa che per un attimo riesco a fermare nell’approssimazione più vicina, qualcosa che ritrovo, anche se mutevolmente mutevole, sotto forma di segno, come un’impronta, una piccola traccia, riprova di orma, in un posto così latente – il mondo – cui spesso sento di non appartenere. Viene dall’unico centro che riesco a percepire come -mio-, che cerca di manifestarsi attraverso le parole: Zenith e Nadir, avvinti.

Per chi scrivi, come immagini il tuo lettore?
Non ho coscienza di scrivere per qualcuno, quando scrivo è come cercare di lasciarmi sovrapporre/abbracciare dalla mia immagine nuda in uno specchio, sentirne il calore nonostante e attraverso, percepirne la pulsazione inconsulta dallo spingermi oltre la paura di guardare bene.

Come vivi, con te stessa e con gli altri, il tuo essere poeta?
Essere poeta. Racchiude una gamma ampissima di possibilità questa definizione, ne ho conosciuti alcuni che non hanno mai tracciato un verso, eppure nei loro occhi, in ciò che parlava per quegli occhi, la Poesia era manifesta. Credo sia questo essere poeti, aver ricevuto con il dna il dono o la dannazione di un modo di sentire le cose che, per quanto mi riguarda, ho sempre inteso scorticante, l’inflazionato “senza pelle”, nel bene e nel male, che non compare solo tra penna e foglio ma è sempre lì, a farti sentire disperatamente aliena o strepitosamente grata per la facoltà di sfrecciare a mille dove la velocità regolare consentirebbe gli ottanta.

Come hai iniziato?
Ho un ricordo: alle elementari, forse in terza, la maestra ci disse che avevamo tutta la mattina per scrivere cosa volevamo… mi sembrò una vacanza, fuori pioveva, guardavo il balcone e improvvisamente l’aula perse i suoi contorni, mi sentii in una dimensione diversa ed era come se le parole si facessero strada da sole, scrissi come presa da una fretta strana, dividendo tutto in quella forma che avevo osservato nelle poesie che ci facevano studiare a memoria. Ricordo bene la sensazione fisica di essermi “allontanata” dalla classe, di aver sentito il tempo scorrere in modo diverso. Quando consegnai il compito, rimasi felicemente meravigliata dalla reazione dell’insegnante che andò a chiamare la collega vicina d’aula e dalla lettura che fecero ad alta voce di quella -cosa -, con le facce strane e sorridenti. Io ero perplessa ma mi gustai l’attimo alla ribalta. Rimpiango di non avere alcun quaderno con quanto scrivevo da piccola, o almeno quel testo.

Come ti veniva insegnata a scuola la poesia, che ricordi hai?
Alle elementari s’imparavano a memoria… qualcosa di Leopardi, più Carducci e Ungaretti, Saba, ma lo trovavo un esercizio noiosissimo, poi sempre più vagamente lasciata alle mie facoltà di scelta.

A chi fai leggere per primo i tuoi versi?
A nessuno, mi piace fare il salto nel buio, la luce sulle parole.

Usi la penna e/o il computer?
Decisamente penna, preferibilmente la mia stilografica preferita, sempre che la trovi urgentemente tra la miriade di fogli tracciati in tutte le direzioni e sovrapposti per bene in ordine “sparso” sulla scrivania. Altrimenti quello che c’è. Ho scritto anche con la matita per occhi sul retro di ricevute o biglietti del parcheggio, fazzolettini di carta per gelato ecc… ora succede solo se nel trasbordo tra borsetta e borsetta non passo anche il blocchetto che ho sempre con me (in copertina Betty Boop).

Quanto viene di getto o è frutto di lunghe elaborazioni?
Lunghe elaborazioni mai, è qualcosa che parte da un’idea iniziale e poi si dispiega in modo anche per me inaspettato, sorprendente. A volte succede che cominci e si concluda. A volte s’inceppa e la cosa rimane lì fino a che non arriva il pezzo mancante. È nella fase proprio conclusiva che sono di un’attenzione maniacale, la rimozione del superfluo, la “giusta” divisione dei versi, gli espedienti grafici per sottolineare un respiro, diversificare le atmosfere, ma anche questo non è un processo lungo, è come se possedessi una bussola interiore che mi parla.

A parte le tue, quante poesie di altri pensi di ricordare a memoria?
Di mio a memoria non ricordo assolutamente nulla, se non una sola dove per sdrammatizzare, visto che il tema era quello classico del -cuore infranto-, per ripicca mi dilettavo a recitarla a voce alta fingendomi Marlon Brando nel “Padrino”… inflessione e tutto, così è rimasta tatuata. Piuttosto mi è capitato di ritrovare delle cose che non ricordavo assolutamente e pensare: ma quanto sento come scrive “questa”, la sento proprio dentro… mi assomiglia nello stile, MA CHI È? Diciamo che ho una memoria che non si sofferma al particolare (anche se posso innamorarmi subitaneamente dei dettagli) ma che si lascia invadere da un’impressione globale degli autori incontrati.

Un consiglio prezioso da passare agli altri.
Mio dio… forse quello che provo a dare a me stessa, per lo scrivere e per la vita: non pensate a cosa si stia attendendo dal – precedente voi -, lasciatevi liberi di essere nuovi, date retta al vostro istinto.

Un poeta su tutti.
Mi sono fatta questa domanda più volte e dal profondo mi viene solo una risposta… il poeta che ha scritto i versi che ho incontrato una notte in cui vagavo in web. Circa quattro anni fa. Quei versi sgretolarono una diga di mutismo che s’imponeva da anni, mi sfiorarono l’anima… da allora scrivo, sono tornata.

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Longitudini

Attendo qui
come limite di un’ombra, spigolo d’eterno
depositata a vivere tra lame inconsistenti

Longitudini d’albori – stemperati
dentro il tempo mi sorreggono il profilo

Non si staglia la barriera, è diluvio
di promesse mai trascritte, non bevute
dentro il libro che mi assembla e

mi arrendo all’evidenza, d’esser polvere
acquattata sopra il frutto che non ama la ragione
non addenta, muore  – un po’ più in là –  del sole

Poco

È poco
il mio planare stanco
su ali di pane e sogni

un volo orizzontale basso
che tende a continuare
ferito dalla luce
non fosse per quell’attimo
in cui mi sento vinta

allora arresto il tempo
allo schiocco del ricordo
inceppo i sensi all’angolo
e mi sorveglio assente

Giustifico la ruota panoramica

Verso Oltreverso

Nel nido più alto
lo squarcio nel cielo
induce al raggiro
che io torni e traduca
il verso oltreverso

Ed appare e ferisce
ma ti salva il lambire
dell’onda bugiarda
di velieri agitati

Che torna e ti prende
mi trattiene e mi squassa
il mio cuore è una pista
in un mare di ghiaccio
dove in pattini d’oro
tu mi solchi e io vivo

 

http://dorisemily.splinder.com/

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26 pensieri su “Poetry Lab: Doris Emilia Bragagnini

  1. La “pelle” da schermo che protegge si fa organo a se stante. Portata alle sue conseguenze più estreme, la lacerazione/squarcio da cui prendere il volo. Una sfida sempre aperta, il coraggio di essere sempre altro, come consiglia Doris. L’abbandonarsi alla vertigine della curva, alle “pieghe infinite” (Deleuze): “piega su piega, piega secondo piega”. La poesia che si manifesta nella bellezza di un frutto senza scorza.
    Abele

  2. Bella intervista, onesta, ricca di spunti. La poesia è apparentemente semplice, in realtà, è come un lenzuolo distesto, ricolmo di geografie, mappe e sedimentazioni… Brava Doris Emilia (già questo nome è poesia per quanti mondi potrebbe contenere).
    PVita

  3. “Credo sia questo essere poeti, aver ricevuto con il dna il dono o la dannazione di un modo di sentire le cose…”
    Doris ha espresso quanto di più vicino sento del linguaggio poetico.
    Le sue risposte di rara intelligenza sono quelle che conosco da tempo e che me la fanno stimare come persona oltre che, enormemente, come poeta.

  4. Attendo qui
    come limite di un’ombra, spigolo d’eterno
    depositata a vivere tra lame inconsistenti

    penso che sia questa una sintesi perfetta di ognuno di noi, come se ci trovassimo alle Termopili,e tutto fosse perduto, contro noi stessi,gli unici a conoscere le pieghe e le ombre,le armi di cui disponiamo per celarci,per deporci. La gola,la strozzatura della vita dovuta ad una mancanza, di coraggio,diposizione,di fiducia, di consapevolezza e anche di un certo azzardo che dà senso alla vita, sempre con una piega in più oltre quelle ipotizzate.Grazie.ferni

  5. D.E. Bragagnini è tutta nel suo suggerimento:
    “lasciatevi liberi di essere nuovi, date retta al vostro istinto”.
    Un’intervista sull’onda dello “schiocco del ricordo” che scorre sull’anima e giunge all’anima del lettore…
    E’ potessa d’albe Doris E. Bragagnini.

  6. Doris è magnifica donna, è immaginifica poetessa.
    La sua forza risiede nella sua caparbia modestia ed elegantissima compostezza. Non mi dilungo ad esaltarne i suoi virtuosismi letterari delegati alla composizione poetica, poichè questa è la sua ineccepibile cifra stilistica che profonde ed omaggia all’attento lettore. Personalmente, ogni qualvolta m’imbatto nei suoi inni all’amore – dipartimento affabulante a lei maggiormente congeniale – mi si rinnova quell’inconfessabile desiderio di arrendermi alla sua suggerente ottica interpretativa, e vagliare in merito,inedite e promettenti riconsiderazioni. Superlativa!
    g

  7. Doris è una poetessa che, non dirò nulla della sua scrittura già ampiamente commentata prima, tranne che oramai ha i contorni di un personalissimo stile che lascia un’impronta su come si sono viste le cose, una poetessa che, dicevo, usa la stessa cura che impiega nello scrivere, per leggere gli altrui versi lasciando pareri e considerazioni che si possono e tengono presenti. Se dire poeta è un merito che fa una differenza tra il dire, uomo, credo che non arrivi solo per quello che si scrive.
    C’è una domanda che avrei voluto vedere in questa splendida intervista, la domanda che mi faccio sempre davanti ai suoi versi, questa.

    Doris le tue poesie di che tempo sono?
    Bravissima, e complimenti sinceri a questo laboratorio.

  8. Non è una poetessa “dal volo orizzontale basso”, direi che è “spigolo d’eterno” assemblato dentro il libro che lei stessa scrive con le sue parole. E’ poesia che ci sospinge lontano: “un pò più in là del sole”! E’ poesia.

    Grazie Doris per il dono dei versi!
    Grazie Abele per averceli proposti!

    Rosaria

  9. doris è donnamico poeta di talentuosa e dotata di una profonda onestà umana e culturale ben espress in questa intervista profonda e ben articolata, bravissimi entrambi nei rispettivi ruoli..

  10. Leggendo la bella e partecipata intervista, nella quale esce Doris in tutte le sue iridescenti sfaccettature di donna e di artista, diventa difficile distinguere queste ultime. E in fondo non è nemmeno importante, da lettrice e donna, mi lascio prendere e profondere da entrambe (che sono un tutt’uno). Credo infatti che la caratteristica distillata della poesia di Doris, sia quel “frutto senza scorza” al quale fa riferimento Abele nel commento.
    E dire “frutto” significa già racchiudere un potente significato di pro-creazione tutta al femminile, di quella femminilità circolare (anche se magari dalla buccia esterna scorticata,incisa, tagliuzzata) rappresentata da diverse immagini, presenti anche in queste liriche.
    E così, se la scorza è “limite”, “spigolo” (anche se “d’eterno”), “barriera”, , “”angolo” e se gli accadimenti, finanche l’amore o il rapporto con l’altro, la incidono mediante “squarcio”, “schiocco”, solco, nonostante questo, nonostante “il mare di ghiaccio” “dell’onda bugiarda/di velieri agitati”, nonostante tutto, questa polpa/frutto che balena ma che non si fa addentare o corrodere da quella polvere di esistenza che pure corrode, questa polpa è ben presente, è la “ruota panoramica”, anche di visione che si giustifica e che ci giustifica, è quel sole, quel bellissimo oro (dove “io vivo”)dei pattini che ripercorrono e illuminano i solchi.
    Con grandissimo piacere. Sempre.
    (per il tuo percorso d’artista, per la tua polpa tutta :))
    Ciao

  11. Vorrei ringraziarvi tutti.

    *Abele, che nella sua discretissima ma attenta presenza si è soffermato su quanto scrivo per poi apprezzarlo e accoglierlo in questo luogo così caro a tutti quelli che lo navigano per amore di Poesia. Il suo modo d’entrare così netto, sintetizzante la rarefatta geografia espressiva di ogni autore, è qualcosa che mi sorprende e incanta ogni volta (bellissima la tua presentazione). Ti sono grata per avermi “sottoposta” a Poetry Lab; sentendomi onorata per la richiesta, subito dopo ho sofferto di “panico acuto”, al punto da mandarti quel messaggio: “ Ave Abe, morituri te salutant”, chiedendoti di avere pazienza perché alla fine ce l’avrei fatta a buttare giù due righe, da mandare allo “scoperto”, su di me. Infine dopo l’iniziale fuga è stato bello fare a me stessa le tue domande e soprattutto rispondermi.

    *Pasquale, quelle due mi danno parecchio filo da torcere, almeno quanto basta per metri e metri di tessuto o lenzuola come tu dici, teloni, sì teloni, dove proiettare films… grazie della tua attenzione.

    *Cristi, compagna di viaggio che ci si capisce al volo: contenta che tu ci sia, con me.

    *Fernanda, noi ci conosciamo meno ma ho avuto modo d’incontrare molte volte il tuo singolare modo di porgerti, di avvicinare, di guardare alle cose, che traduci verbalmente in immagini dalla forte persuasione sinestetica, grazie per le tue considerazioni.

    *Stefano Giorgio, chi dimenticherà mai quel tuo verso segnato con il -coccio-, di cui non avrei saputo se non leggendolo proprio qui, stesso appuntamento ora diversa, ma sempre all’indirizzo anima arrivato… grazie!

    *All’Uragano Giorgio: giammai dimenticherò quanto hai siglato (sappilo). AbbraccioTi!

    *Romeo, felpatissimo poeta, anche tu sei dedito allo stesso tipo di cura per lo scrivere altrui, questo mi piace da sempre. Rispondo alla tua domanda: le poesie nelle quali ti sei imbattuto in rete, quelle che hai commentato, sono tutte appartenenti all’ultimissimo periodo, queste invece sono di circa tre anni fa, appartengono a una D. appena “tornata”. Le ho volute in questa pagina perché segnano un passaggio per me importante, i poli opposti della clessidra: senza e con l’amore più grande, dal limite dell’Ombra fino al Verso Oltreverso, mediante la mia personale ruota panoramica, lei, la Poesia.

    *Rosaria, grazie, sei generosa a comunicarmi il tuo pensiero e il tuo entusiasmo.

    *Roberto, artista e persona che passeggia per il mondo donandosi con incredibile spontaneità, spero di non deluderti, mi hai fatto pensare alla canzone di Battisti, come donnamico non mi ero mai pensata… già ho a che discutere con Doris ed Emilia. Un saluto caro, davvero con affetto.

    *Margherita, come si fa con te, sai che ti ho chiamata parapsicopoeta, ti ho “accusata” d’intensissima rabdomanzia poetica, essere letta da te è un regalo che la vita mi ha fatto, le parole scritte certo, ma, soprattutto -dentro-. Un abbraccio grandissimo!

  12. Cara Doris
    Poetry Lab e’ nato dal desiderio di conoscere meglio i percorsi di autori che seguo da tempo, partendo da considerazioni sul viversi quotidiano con la poesia. Sono quindi molto grato a te, come anche a Margherita, Ferni, Cristina, Giorgio, Pasquale (ma altri ne seguiranno)per come avete accolto l’idea e come vi siete posti di fronte a queste domande. Ho imparato molto, grazie anche ai tanti commenti, e ve ne sono molto grato. Sento di conoscervi meglio e di essere più ricco dentro, anche dal punto di vista umano. Naturalmente non ho intenzione di sottrarmi alla “punizione”, che non si dica poi che scappo via con il bottino :-))
    un grazie grande grande
    abele

  13. “Un consiglio prezioso da passare agli altri.
    Mio dio… forse quello che provo a dare a me stessa, per lo scrivere e per la vita: non pensate a cosa si stia attendendo dal – precedente voi -, lasciatevi liberi di essere nuovi, date retta al vostro istinto.”

    E’ proprio questa la grandezza della tua poesia Doris, l’interrogare sé stessi cercando sempre ciò che c’è oltre. Un interrogarsi profondo, fino al fondo di quel “centro” che è in tutti noi, ma con cui pochi riescono a parlare e che pochissimi riescono a trovare, guardando il mondo. Esprimere senza paura e ripensamenti ciò che è più nascosto, “il frutto senza scorza”, filtrato al meglio con le parole. Parole che esprimono anche la difficoltà di raggiungerlo, i suoi segnali intermittenti, quei lampi di lucidità che ci insegnano il bello nelle cose per noi oscure, nelle cose di cui molti hanno paura e che non vogliono conoscere. Parole mai scritte a caso e sempre imprevedibili. Giungono come un turbine e se ne rimane colpiti, catturati, avvinti.
    Come pochi poeti e poetesse sei un esempio di libertà che non rinuncia, che non ha paura di guardare e pensare, o esporsi. Una libertà che -vive se stessa- a pieno.
    Fernando

  14. *“Naturalmente non ho intenzione di sottrarmi alla “punizione”, che non si dica poi che scappo via con il bottino :-))”
    Vero Abele, il bottino raccolto in questo “lab”, quello complessivo intendo, è davvero considerevole. Ti teniamo sotto osservazione e ti aspettiamo al varco della “punizione”

    * Fernando, guarda, mi hai lasciata davvero con poche parole e molto emozionata ché mi vergogno a dire commossa, ma di fatto allora l’ho detto comunque e… Hai detto delle cose che mi rendono così felice, le accolgo con immensa gratitudine perché nel rapporto conflittuale che spesso ho con lo scrivere, quando lo cerco e non lo trovo, quando temo ancora il mutismo, viene da chiedersi se tutta questa ricerca abbia un senso, se lasciarsi andare al silenzio non sia la soluzione migliore. Ecco tu mi rispondi. Io ricordo perfettamente la prima volta in cui ti ho letto, l’aver pensato al tuo talento ma anche al tuo modo puro di guardare e dire le cose, mi ripromisi di tenerti d’occhio, una parte del tuo percorso lo conosco… che bel regalo ora le tue parole!

  15. Ed eccomi qui, a leggere un’intervista che non mi stupisce nelle risposte, conoscendo ormai la schiettezza e la sensibilità di Doris, e neppure nelle domande, giacchè comincio ad abituarmi alle attenzioni che Abele riserva alla Poesia.
    In Doris da subito ho avvertito una doppia appartenenza:
    – a sè, spesso silenziosa e osservatrice generosa dei movimenti altrui e dell’altrui pensiero denunciato in versi, in prosa o in ogni altra forma artistica.
    – Agli altri, suo malgrado, ai quali si concede senza sconti. Già, perchè la sua poesia non è lo sguardo piatto al dolore o alla gioia, e neppure ad una statica osservazione dell’intorno. Lei regala viaggi che raccontano di carne e sangue, di silenzi e lame, e lo fa in maniera talmente netta e precisa da indurre chi legge a perdere “l’immunità”.
    E si fa trasporto.

    Grazie Doris.
    Grazie Abele.
    clelia

  16. Questa poesia mi appare come una poesia dello sforzo, come se i versi salissero dal nero, dai ghiacci, dalle luci e i riflessi metallici, dal rosso facendosi strada con forza istintiva, e una volta in superficie rendono trasparente e sensibile la pelle,un frutto senza scorza, un’osmosi di confine tra il dentro e il fuori.
    Lo stesso tipo di sforzo che ha fatto la scimmia per diventare uomo e che ora fa l’uomo per diventare..boh!

  17. *Cara Selva, sorrido per una cosa che mi viene in mente, è un nostro parallelismo, profetico di comunanza. Tu torni un attimo sui tuoi passi per dirti Clelia Pierangela ovvero sempre tu: Selva. Io che ho sottolineato il conflitto tra la mia doppia componente anagrafica, l’unico alias scrittorio che mi sia scelta per pareggiare i conti è Zannabianca: un “simil-lupo nella selva” ci sta bene, perciò io credo che non sia a caso che ci si senta così in sintonia nel percepire i nostri testi. La stima e anche la ”sensazione” sono ricambiate tutte! Grazie di essere passata di qui.

    *Giancarlo, il mio, tu lo sai, è un seguirti a istinto, passo dopo passo, obliquamente a volte (parto per la tangente?), eppure -mi arrivi- chiaro di un linguaggio sotterraneo che riconosco pur non conoscendolo. Bellissimo il tuo commento, mi ci ritrovo in pieno, anche se, a causa della mia insopprimibile ironia non ho potuto fare a meno di ridere per qualche minuto immaginandomi in veste pelosa… grazie, per me è bellissimo sapere come mi avverti.

  18. le poesie di Doris, sono vibranti e molto potenti. Sembra voce che sibila da un bozzolo “bucato”, ancora in utero (a volte lacerato) non di Luce ma d’ombra.

    L’uomopoeta “Web” è stato il primo passo verso la nuova via, l’esplosione poetica è frutto tutto tuo.
    Bella l’intervista. Specchio vivido e Vero del tuo essere persona.

    I “pattini d’oro” credo appartengano ancora alla tua “vecchia via”:)

    Complimentoni

    (p.s.: in questo periodo siamo in tre e mi sono persa. Sono troppo individualista e devo necessariamente “ricrearmi” ritrovare i miei spazi senza confini. Scusa l’assenza!)

    Bacio

  19. Ciao Ezia! Credo tu sappia che sono in collegamento
    -spaziotemporale- con te, che tu lo senta soprattutto.

    Sì, i “pattini d’oro” appartengono al primissimo periodo, quando andavo piano piano monosillabando, poi il big bang, come lo chiami tu, e come ho detto ancora, cui hai contribuito fortemente ad alimentare il detonatore. Quando mi hai invitata a liberarmi delle stampelle (critica costruttivissima) io ti ho preso su serio e ho cominciato a correre come Forrest Gump; ora non riesco a smettere e spero di non fermarmi mai!

    Grazie di tutto! Grazie di essere qui, tu non sei mai “assente”… un abbraccio mega!

  20. Doris nuda e pura: c’è tanta pulizia nelle tue cose, tanta sincerità intellettuale che si evidenzia anche nell’intervista rilasciata.
    Bella, devo dire… Del resto da chi scrive tali e intense poesie non ci si può aspettare altrimenti.
    E’ un continuo guardarsi dentro il tuo, una voglia di approfondimento del sé che si libra in piena libertà di pensiero e che ci trasmetti senza pudori o ipocrisie.
    Sentiti forte di questa libertà, è una cima difficile da raggiungere e tu l’hai fatto.

  21. Dimenticavo l’elogio della parola, della scelta raffinata dei vocaboli e di quella ricerca continua che fai e che deriva dall’intenso amore per la poesia.
    Un amore corrisposto… è evidente.

  22. Le tue poesie le percepisco così: piccoli stupendi carillon di parole, suoni. Ognuno con la propria musica, ogniuno con la propria chiave.

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