Poetry Lab: Pasquale Vitagliano

Pasquale Vitagliano

Da dove viene la tua poesia?
Dalla vita. Non solo la mia. Sarebbe banale. Tutte le vite, quelle degli altri, quelle vissute e quelle pensate. Quelle sognate e quelle ripudiate. Quelle lette e quelle ascoltate. Penso che ciascuno di noi partecipa alla costruzione di un palinsesto collettivo, una biblioteca di carne ed ossa, un web reale. Siamo tutti parte di un’unica grande biografia singola e collettiva. Di un’unica opera d’arte virtuale eppure concretissima.

Per chi scrivi, come immagini il tuo lettore?
Si scrive per se stessi. Ammettiamolo. Ma senza lettori, la scrittura sarebbe una forma di onanismo. Il mio lettore? Libero, senza pregiudizi, curioso, appassionato. Vorrei un lettore come lo sono io: un viaggiatore, un esploratore. Anzi, un corsaro, un pirata, alla Pasolini, ovviamente. Considero la lettura più importante della scrittura. Ma il discorso diventerebbe inutile, perché circolare.

A chi fai leggere per primo i tuoi versi?
A nessuno. Ma confesso che mi piacerebbe un giorno poterli leggere per primi ai miei due figli.
 

Usi la penna e/o il computer?
La prima stesura è sempre con la penna. Per una ragione logistica. A volte li scrivo nei posti più impensati. Mi è capitato a volte di perdere, dico alla lettera, dei versi che ritenevo molto belli ma che avevo trattenuto dentro di me. Li ho inseguiti per intere settimane, come se fossero persone. I processi della memoria sono misteriosi, insondabili e seducenti.

Come vivi, con te stesso e con gli altri, il tuo essere poeta?
Con disincanto e riservatezza. Non mi piace il mestiere del poeta e la sua posa mi fa scattare degli istintivi meccanismi di difesa auto-ironica (penso subito a Fantozzi e ai film russi con sottotitoli in polacco). Penso che un poeta vero è contro natura, è una sorta di chimera genetica, un mostro. Dunque, per il momento, non so se sono un poeta vero. Mi piace stare con autori che io considero poeti veri ed essere stimato da questi. Quanto a me, mi auguro, almeno, di essere un poeta postumo.

Come hai iniziato?
Scrivendo poesie a nove anni. La prima ricordo di averla dedicata a mio nonno che era appena morto. Ho pubblicato la mia prima silloge nel 1989, avevo 24 anni, ma per arrivare a 40 poesie, ho inserito pezzi scritti a 13 anni. E persino due poesie (le più riuscite) di un mio amico, che oggi fa il medico e non ne ha più scritte altre. Devo confessare che sono brutte: diario intimo, contestazione sociale, forte ma immatura sensibilità. Qualche baleno di luce poetica a preannunciare, lo spero, un qualche talento ancora nascosto. Unica nota di pregio della raccolta: la prefazione di Nichi Vendola, allora sconosciuto, ma bravo poeta. Possiedo ancora delle copie che regalo, sempre con la stessa dedica: ad onore di coloro che non sono mai saltati sul carro dei vincitori.

Come ti veniva insegnata a scuola la poesia, che ricordi hai?
Ho il ricordo di una materia pesante. E i poeti erano tristi. Dovevamo imparare intere poesie a memoria. Il 5 maggio. La spigolatrice di Sapri. So che le cose sono molto cambiate dagli anni ’70. Oggi studiano anche De Gregori e Dylan. Della mia scuola, tuttavia, salverei l’esercizio della memoria.

Quanto viene di getto o è frutto di lunghe elaborazioni?
Un verso, un’immagine, una situazione, nascono istantaneamente. Poi inizia un lungo processo di elaborazione e macerazione interna, fino alla creazione di un pezzo intero. A volte scrivo la poesia senza correzioni, quando la ritengo già perfetta, ma si tratta in realtà solo di una trascrizione dalla mente. Altre volte, scrivo la prima stesura, successivamente ne vengono fuori nuove versioni, fino alla forma completa. Ma mi è anche capitato di riscrivere una poesia dopo anni. Insomma, non esiste una formula, ma diversi processi, sentimentali e tecnici.

Un consiglio prezioso da passare agli altri.
Leggere, instancabilmente. Non smettere mai di provare. E poi, nei momenti cruciali, porgersi la solita, fondamentale domanda: posso farne a meno? Al contrario, rifuggire dai ruoli e dalle pose. Non essere ossessionato dal bisogno di pubblicare. Utilizzare molto e bene il web. Essere onesti. Con la poesia non si bara. Più che triste, sarebbe ridicolo. Essere umili ma consapevoli. Ad un poeta “bello e amato” preferisco il matto di paese che in ogni momento vorrebbe declamare una delle sue 5000 poesie.

 A parte le tue, quante poesie di altri pensi di ricordare a memoria?
Le mie non le ricordo, nemmeno singoli versi (avrà un qualche significato?). Non ricordo poesie intere. C’è stato un tempo che rammentavo l’intero monologo di Amleto. Ma la memoria è così fragile. Ricordo, invece, singoli versi o strofe di poesie. Oppure frasi o periodi interi di romanzi e racconti importanti per me. Uso queste citazioni come le briciole di pane per Pollicino. Per non perdermi.

Un poeta su tutti.
Dino Campana.

Un’altra vita

È comparsa inattesa,
come una crepa,
sul bordo del tavolo,
nell’angolo;

come per caso,
presa di taglio
da una luce fredda,
come una resa:

l’inattesa scossa,
il tuffo, l’idea
che questa

è un’altra vita.

(da Amnesie amniotiche, Lietocolle, 2009)

Il cibo senza nome

Questa casa non ha odore,
non dico il sugo, la frittura,
il calore, che sarebbe kitsch;

dico che non si sentono passi
dietro i tavoli, sulle tovaglie,
sopra i divani, fuori delle stanze.

Non posso dire la differenza, come
gli inglesi, tra casa e casa, perché
camere e cucina non siano solo mattoni,

intonaco e cellofan, ma anche terra,
ventre e fame che si sazia alla fine
della vita sui muri fino ad annerirli

e a farli puzzare delle nostre giornate.
E invece questa casa è una rimessa,
i cartoni, le scatole di cibo senza nome

al posto dei libri sugli scaffali dismessi,
le foto senza alcun luogo, i quadri senza
soggetto, la polvere che ti mangia tutto.

Mi resta il bagno, utile e integro come una cesta.

Sono una forza contro natura,
la zona rem che preme al confine
tra il desiderio e il pane quotidiano;
la memoria rigida privata delle gambe.

Sono la chimera senza il sogno,
il mostro genetico che è fuggito
all’affetto certo dei suoi cari;
capace solo di emozionare gli altri.

Sono una forza contro natura,
solo altrove c’è la mia forza;
sono la placenta, il tunnel senza
alcuno spirito di conservazione.

Sono la carne morte, ridotta a sola ram;
sono l’apnea, il diaframma infuocato;
sono il respiro spento che aleggia
l’uno nell’altro due specie discordi.

Pasquale Vitagliano. Vive a Terlizzi (BA) e lavora nella Giustizia. Giornalista ed editor per riviste locali e nazionali. Ha scritto per Italialibri, Lapoesiaelospirito, Nazione Indiana. Presente in diverse antologie, più volte menzionato in importanti premi nazionali, ha pubblicato la raccolta Amnesie amniotiche, Lietocolle (2009).

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24 pensieri su “Poetry Lab: Pasquale Vitagliano

  1. “Siamo tutti parte di un’unica grande biografia singola e collettiva. Di un’unica opera d’arte virtuale eppure concretissima.” La poesia di Pasquale sa essere intima, raccolta, ma rimane soprattutto corale, “epica” . Un’epica del disincanto che non rinuncia alla “passione” e alla “ragione”. Molto bella la foto (ognuno ha gli angeli che si merita), suggestivo e ispirato il video di Anna Costalonga su poesie sue e di Pasquale.
    Abele

  2. sembra una concertata scrittura, solo poco tempo fa anch’io ho scritto un testo che riguarda la propria storia e qui, ora, trovo la stessa modalità di guardare ad una composizione di vite come fosse una sola storia, un corpo di misura eccedente,certo, una extralarge,ma unica, concreta creatura corale. Intervista da sottolineare, condivisa la visione del lavoro e della ricerca quasi instancabile della terraparola buona dove seminarci un rigo di scrittura,uno alla volta, fino a vederci sorgere una luce lungo un orizzonte da condividere. ferni

  3. E’ un bel racconto questo di Pasquale sulla poesia, che mi coinvolge e mi propone esercizi di stile nel senso del saper girare pagina quando soffermarsi sulla stessa potrebbe cristallizzare la poesia e la sua pratica.

    “E invece questa casa è una rimessa,
    i cartoni, le scatole di cibo senza nome
    (…)
    Mi resta il bagno, utile e integro come una cesta.”

    e poi mi piace leggere “Un’altra vita” come una parabola della scrittura:

    “È comparsa inattesa,
    come una crepa,
    sul bordo del tavolo,
    nell’angolo;

    come per caso,
    presa di taglio
    da una luce fredda,
    come una resa:

    l’inattesa scossa,
    il tuffo, l’idea
    che questa

    è un’altra vita.”

    Un abbraccio.
    Vincenzo

  4. Bella l’intervista di Abele a Pasquale, mi ritrovo personalmente nella quasi totalità delle sue affermazioni e pensieri. Forse, l’essere poeti, contiene un filo di collegamento invisibile che li accomuna tutti e non solo nel rispecchiarsi l’un l’altro, nel confronto e nel dibattito. Vi sono piccolissime vene che uniscono le menti degli artisti in una rete globale e “aerea”, attraverso cui ci si incontra senza parlarsi. E quel rincorrere versi apparentemente perduti per poi ritrovarli nella mente rielaborati, completati, arricchiti. Siamo sempre in corsa verso una dimensione dove si scrive mentre si vive, mentre si mangia, si dorme, si contempla il silenzio. Ribadisco qui la mia stima per Pasquale; e per Abele, ospite puntuale e preciso nell’individuare i punti nevralgici della poesia che accompagna il nostro tempo. Un caro saluto

    Federica Galetto

  5. bellissima, profonda intervista tra intellettuali in cui mi sembra scorgere adesione (ideale?) a scuola gramsciana e non aggiungo altro dati i tempi che viviamo fatti di ignoranza e volgarità a cui nessuno, o quasi, da importanza..

  6. Ho avuto quasi l’impressione di “ascoltare” la voce di questo eccellente poeta.
    Mi hanno colpito la sincerità e la non disponibilità ad essere catalogato, imbrigliato in ismi e in correnti varie.
    Presuppongo sia quella speciale dimensione in cui vivono i Poeti.

    “Sono la chimera senza il sogno,
    il mostro genetico che è fuggito
    all’affetto certo dei suoi cari;
    capace solo di emozionare gli altri.”

    Mi sono piaciuti particolarmente questi versi, mi ci sono sentita in sintonia. Così come ho apprezzato per la carica emotiva e la cadenza avvincente tutto il costrutto poetico.
    Grazie ad Abele e Pasquale Vitagliano.

  7. Grazie e tutti per i commenti. Abele per primo, per quello che sta facendo per la poesia e la cultura. Roberto parla di scuola gramsciana. Certo, ma senza catalogazioni. Temo che a sinistra, come a destra, non conoscano il contributo di questo piccolo sardo alla cultura italina (l’autore italiano più letto e tradotto in Usa, dopo Dante). Abbiamo tutti bisogno di condividere una cultura autenticamente nazionale e popolare, in un momento storico nel quale prevalgono culture etniche e plebee. In un paese abitato – come ha scritto Leopardi, prima ancora di Pasolini – dalla borghesia più ignorante e dal popolo più incivile.
    Per fortuna, non tutto l’orizzonte è nuvoloso. Ed io sono fiero di leggervi.
    Col cuore e con la ragione vi abbraccio.
    PVita

      1. Hai ragione Roberto. E non a caso in vita fu emarginato dai suoi e l’unico (guarda caso) a finire in carcere.

  8. Piacevolmente discorsiva, ironica, molto bella questa intervista, dove l’autore prova perfino a lottarsi contro, ma non ce la fa… la sua:”… forza contro natura”, è indubbiamente Poesia.

    Doris

  9. @yanez: anche sandokan era un corsaro…
    @carmine: grazie, tu sei veramente bravo (ma, cumbà, che ce la cantiamo e ce la suoniamo noi soli?…). Io sono più osso che grande… (scherzo)
    Grazie ancora…

  10. “Abbiamo tutti bisogno di condividere una cultura autenticamente nazionale e popolare, in un momento storico nel quale prevalgono culture etniche e plebee. In un paese abitato – come ha scritto Leopardi, prima ancora di Pasolini – dalla borghesia più ignorante e dal popolo più incivile”…
    Quanto è vero tutto ciò! Ma in questo “luogo” io, che passo la mia giornata tra coloro che Pasolini definiva i veri figli del popolo e che purtroppo non sanno e non vogliono sapere quanto potrebbe essere diversa e piena la loro esistenza effimera e transitoria, trovo una scintilla che illumina il buio, una speranza di “risorgimento” (e non di resurrezione! Non mi arrendo all’idea di vivere in un paese di “morti”…). I luoghi di confronto e di emozione come questo sono “…inattesa,
    come una crepa,
    sul bordo del tavolo,
    nell’angolo”. Dio, quanto mi ha colpito!
    Grazie ad Abele che ci rende partecipi di questa luce. E grazie a Pasquale Vitagliano per l’emozione intensa che mi hanno dato le sue parole.

  11. è l’esatto ritratto di poeta. Quello che mi attendo da chi, definito tale, abbia qualcosa da dire. PVita ha molte cose da DIRE e le dice in modo chiaro, con il disincanto dei grandi…uomini, prima di tutto.
    applausi al contenitore (poetry lab) ed al contenuto (una buona selezione di autori)…

  12. molto colpita da questa intervista, e al suo richiamo ad “Essere onesti.” che “Con la poesia non si bara”.

    Richiamo che la poesia di P.Vitagliano incarna in modo asciutto e privo di retorica.
    Molto bravo e davvero belle le proposte, con preferenza, a partire dal bellissimo titolo, per “Il cibo senza nome”
    ciao!

  13. ….e come non condividere, sottoscrivo tutto perchè scrivere poesia non è indispensabile eppure sono più gli autori che i lettori per cui Pasquale dice leggere leggere ed è quello in cui mi ritrovo maggiormente!!! Pasquale Vitagliano con queste parole dimostra d’essere un autore maturo e sensibile oltre che bravissimo…per quanto mi riguarda. ciao al caro padrone di casa Abele

  14. Poesia che esce dalla vita, quindi spremendo la realtà, anche quella degli altri. Una scrittura per se, ma che cerca i suoi lettori senza trucchi.
    Disincanto ma anche lavoro lungo serio e onesto.
    Una poesia di grande equilibrio e salda come una roccia, ma anche in grado di vedere e descrivere l’inattesa crepa che a volte compare anche sui nostri tavoli.

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