Kainos/Riflessioni/Riviste/Saggistica/Vincenzo Cuomo

Kainos – sotto giudizio

 

Ho avuto modo di leggere Kainos, grazie a Vincenzo Cuomo che della rivista ne è il co-direttore. Ho scoperto nel frattempo che la rivista ha un ottimo portale: http://www.kainos-portale.com/

Riporto qui parte dell’introduzione al numero 9 dedicato al “giudizio”, tema fondamentale visto quanto l’essere giudicati e il giudicare incide e influenza le nostre vite:

“In questo numero 9 di Kainos, si cercherà dunque di decostruire l’abitudine umana, troppo umana a porre gli altri ‘sotto giudizio’, ovvero, come sostiene Canetti […], il piacere di sentenziare e condannare. Gli uomini giudicano gli altri uomini con veemente passionalità: il processo è solo una possibile messa in forma rituale della insopprimibile, arrogante tendenza a praticare un taglio, a separarsi, come giudici, dai giudiziabili, al fine di includersi nei primi (superiori) ed escludere i secondi (inferiori). […] Esercitato sia sulle cose che sulle persone nel suo compulsivo, spesso inconscio sadismo, comunque sempre in funzione identitaria e socialmente identificante, il giudizio non è mai neutro e distaccato, ma implica sempre una posizione di forza da parte chi lo emette, e di debolezza per chi ne è oggetto: giudicare è sempre anche pre-giudicare attraverso schemi (categorie) inferiorizzanti, e ciò molto prima che sorga quell’insieme di norme scritte e/o orali che chiamiamo legge o codice, e che costituisce il metro linguistico tradizionale, autorevole del giudizio – sia esso inserito o meno in una compagine statale.

Una simile impostazione etno-antropologica ha una sensibile ricaduta sulla tradizionale moralità, ma anche sulla tecnica del diritto: il giudicare, l’emettere sentenze, assoluzioni o condanne, non è un’operazione esclusivamente giuridica, professionale, quanto piuttosto un’attività che sprofonda nel pre-diritto ed appare problematicamente connessa, da un lato, alla filosofia, dall’altro alla psicologia sociale, poichè la società non fa che giudicare i suoi membri attraverso altri suoi membri. In tal senso, come sosteneva Durkheim, la società è Dio. Potremmo definire questa pervasiva rete di relazioni di potere la struttura sociale e infra-giuridica del giudizio, ma anche la struttura religiosa (in termini foucaultiani: pastorale) del potere di giudicare […].

Si tratta, in altri termini, di comprendere con strumenti diversamente ‘critici’: 1) in che modo e a quale livello la filosofia e il diritto si incrocino, o meglio si coprano a vicenda nell’occultare la dimensione ordalica, nietzscheana e pre-giuridica, del giudizio di valore; 2) dal momento che oggi, sia nel nostro che in altri paesi, la pratica tradizionale del potere giudiziario appare in crisi – cioè essa stessa sottoposta a giudizio –, si tratta di capire in che modo e a quale livello la società contemporanea sembri attraversata da un profondo malessere che si riverbera, ad esempio in Italia, sul conflitto tra politica e magistratura, o che incontra le sue nuove zone d’ombra nelle sentenze che toccano la sfera della bioetica – una sfera nella quale la partizione superiori/inferiori non può più funzionare, sostituita ad esempio da quella vita/morte, ed in cui sembrano cadere le distinzioni moderne tra laico e religioso, politica e medicina, ecc. Quanto più si trasforma, complicandosi indefinitamente, l’oggetto del giudizio (non più soltanto il criminale, ma anche lo psicopatico, il serial killer, il politico, il malato, ecc.), tanto più si modifica e s’interroga il soggetto giudicante (non solo il giudice ma anche il filosofo, lo psichiatra, il medico, ecc.). […]

http://www.kainos.it/numero9/editoriale.html

La rivista si caratterizza per il suo approccio multidisciplinare. Segnalo, ad esempio, il saggio dello stesso Cuomo su Artaud dal titolo Il segreto al di là del giudizio, in cui Cuomo sostiene che buona parte dell’opera di Artaud “può essere interpretata come un vasto, ripetuto, incalzante commentario critico al giudizio cui la società, la morale, l’istituzione manicomiale avevano sottoposto il suo corpo;” e che la sua scrittura, per quanto “polimorfica e delirante”, affronta le conseguenze “che un corpo può intraprendere per sottrarsi ad esso e alla colpa e al debito cui è condannato in quanto sotto giudizio”.

http://www.kainos.it/numero9/ricerche/artaud-cuomo.html

Propongo infine la parte iniziale del saggio di Alain, I mercanti del sonno, tradotto da Federica Negri. Suggestivo e stimolante come del resto tutti i contributi di questa rivista di grande valore:

“Mi sembrerebbe di avervi dato un insegnamento ben misero se temessi ed evitassi il giudizio dei vostri genitori e dei saggi della città; per questo motivo, amici miei, è necessario che vi faccia ancora una lezione, che vi ricorderà tutte le altre. Vi parlerò del sonno.

Voi ritenete di sapere perfettamente cosa significhi dormire e svegliarsi, ma questo tuttavia non è vero. Dormire non significa avere gli occhi chiusi e restare immobili, dato che sapete anche voi che qualche volta si dorme con gli occhi aperti e camminando. Allo stesso modo, un uomo perfettamente sveglio e attento può avere gli occhi chiusi ed essere immobile; Archimede dormiva meno di un soldato. Dormire non significa neppure conoscere o non conoscersi, dato che sapete che dormendo spesso si sogna, e sognando ci si riconosce, si riconoscono gli altri uomini, le cose, i cieli, gli alberi, il mare.

Cosa significa, dunque, dormire? È un modo di pensare: dormire è pensare poco, pensare il meno possibile. Pensare significa pesare; dormire vuol dire non pesare più le testimonianze, ma prendere come vero, senza alcun esame, ogni mormorio dei sensi, e ogni mormorio del mondo. Dormire è accettare che le cose siano assurde, ammettere che le cose nascano e muoiano ad ogni momento; significa non trovare strano che le distanze siano soppresse, che ciò che è pesante non pesi più e che ciò che è leggero sia pesante, che il mondo intero cambi spesso come una quinta teatrale; che le foreste, le roccaforti e i campanili e la montagna improvvisamente si inclinino come al soffio del vento, prima di essere inghiottiti dalla scena.

Quando dormiamo siamo un po’ come a teatro, non cerchiamo il vero, per lo meno per il momento; accogliamo così, senza sorpresa, i fantasmi ridicoli e quelli terribili. In fondo a noi rimane una fiducia in tutte le cose, nella ragione, nella città e nelle fedeli porte, che fa sì che diciamo: “se provassi ad esaminare e interrogare questi fantasmi, a percepire qualcos’altro che me li spieghi, ritroverei sicuramente il mondo in questo caos, e, invece di meravigliarmi della sparizione della roccaforte, del ponte e del mare, ammirerei l’arte dell’ingegnere e l’abilità del macchinista.”

Ecco, svegliarsi è proprio decidere di far questo: svegliarsi significa rifiutarsi di credere senza capire, senza esaminare, ma cercare qualcosa d’altro oltre a ciò che si mostra; svegliarsi vuol dire mettere in dubbio quello che ci si presenta, stendere le mani per provare a toccare ciò che si vede, aprire gli occhi per cercare di vedere ciò che si tocca; significa confrontare le testimonianze e accettare solo le immagini che resistono al confronto; significa confrontare il reale con il possibile per cercare di raggiungere il vero; significa dire alla prima apparenza, tu non esisti. Svegliarsi significa mettersi alla ricerca del mondo. Che grande lezione di critica ci impartisce il bambino, nella sua culla, quando impara a percepire! “  […]

http://www.kainos.it/numero9/disvelamenti/Alain.html

10 thoughts on “Kainos – sotto giudizio

  1. molto interessante, come tutto quello che proponi, in verità.
    l’argomento è di quelli che fanno meditare, confontare il proprio pensiero con quello degli altri.
    contrapposizione volta al fine di autopercepirsi nella diversità e quindi ad accogliersi anche come propoditivi.
    in fondo evolversi, divenire, non è semplicemene questo?…
    il giudizio è in qualche modo funzionale all’io.

  2. Kainos è una delle realtà migliori della rete, l’ho sempre sostenuto e creduto; la seguo da anni e sia redattori che collaboratori sono eccellenti, così come i temi proposti. Fa piacere vedere questo post, Abele. Grazie e un abbraccio :)

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