Elisabetta Maltese: Concerto in re minore

The Rabbit
and the Alien (by Sophia)

Finalmente trovo un po’ di tempo e riprendo il diario. E’ tanto che non lo scrivo…
Sto mentendo: non l’ho fatto perché avevo paura di quello che avrei buttato giù, nero su bianco.
Ieri sera, però, mi sono fatta coraggio e ho messo la sveglia un’ora prima, giurando che mi sarei alzata.
So che dopo che ti scrivo ciò che mi appare intollerabile diventa quasi sopportabile. Sono anni che lo faccio: da quando ero piccola.
Tempo fa ho provato a rileggere qualche pagina: è stato terribile! Tutto quel dolore ma al tempo stesso quella speranza…
Ora ti riprendo, dopo tanto tempo.
Ho mandato Elena dai nonni, approfittando del fatto che ci andava mia sorella. Lei cinguettava, felice: il suo primo viaggio in treno senza di me! Dieci anni, e si atteggiava a provetta viaggiatrice, con il suo libro e il taccuino per gli appunti: che tenerezza!
Io non sono mai riuscita a leggere in treno, troppo attratta dal finestrino, dagli alberi che sfuggono velocemente, dalle case, i campi… Quando poi si vede il mare sto con il naso schiacciato sul vetro, disturbata solo dalle gallerie che interrompono il mio sogno e mi catapultano in un altro.
Sono stata costretta a farla partire.
Sono ferma. Non riesco a muovermi nella mia giornata, nella vita.
Ferma, ma con dentro un vortice che fa riemergere vecchi ricordi, immagini che conosco e altre che non ricordavo: sono con le spalle al muro.
Eppure stavo meglio…
Invece, ecco la botta, la memoria che riemerge e si colloca proprio dove deve, lontano da dove l’avevo abilmente posizionata, illudendomi che così non avrebbe fatto male. E torno figlia.
Sì, perché non è tanto lo zio che fa cose che non dovrebbe con una bambina di soli quattro anni, quanto l’essere lasciata sola da una madre che sa e non ti protegge. Anzi, ti colpevolizza.
Ma lei preferiva così: sminuire, quasi sbeffeggiare con il dubbio, lasciandomi sola.
Non sono molto diversa da lei: in questo momento sto male e ho allontanato Elena.
D’altra parte non si può fare la madre quando si è tornate figlie.
E non posso nemmeno essere figlia e parlare con te, mamma, perché continueresti a negare, a fingere di non capire.
Forse non comprendi davvero, forse anche per te era tutto così doloroso da doverlo nascondere persino a te stessa, o forse non hai mai amato e basta.
Io, allora, a chi urlo la mia rabbia?
La cosa che più mi lacera è che quasi vorrei essere perdonata per il mio rancore. Non è giusto alla mia età provare questi sentimenti: sono adulta, ho una figlia. Dovrei pensare che hai fatto quello che potevi e perdonarti. Come potevi proteggerci, tu, così malata, così borghese? Lo so che questo dolore mi rende ancora tua schiava, ma questa volta me lo voglio concedere.
Sono stanca di essere la brava bambina che cerca di salvarti: io sono la figlia! Io ero la figlia: non tu.
Oggi, prigioniera, scrivo rabbia.
Come vedi, ancora riesci a chiudermi la bocca. Prima perché speravo che consolandoti tu mi avresti considerata, ora perché sono troppo grande per certi discorsi.
Invece, profondamente, percepisco che lo vorrei fare, vorrei urlarti tutto il male che mi hai fatto, che hai permesso mi facessero, vorrei picchiarti per il dolore che mi hai dato e che mi impedisce ora di fare le cose più stupide: che tu lo senta almeno sulla carne.
Sono adulta ma ancora nel cortile di casa.
Come perdonarti? Posso solo scrivere questo dannato diario, che è sempre lo stesso, immutato negli anni se non nella rassegnazione: non posso cambiare ciò che è stato.
La gente si alza il mattino, si prepara ed esce: io no. Non riesco nemmeno a rifare il letto…
Una volta lessi di una donna che aveva scritto due lettere a sua madre: quella che avrebbe desiderato scrivere e quella che meritava. Scrisse anche le risposte: quella reale e quella rimpianta. Piansi.
Forse dovrei fare lo stesso, ma lo trovo stupido. Cosa dovrei chiederti? Amore?
L’ho dovuto imparare da sola, dai libri, dai tentativi con uomini sbagliati. Inutile chiedere a te.
Ma non sopporto più questo passato che continua a emergere con un dolore che io, poi, devo accogliere, scomporre, ricomporre e addolcire, quasi fosse una bestia feroce.
E’ questa, cara mamma, la vita che mi hai dato.
Ha un retrogusto grottesco, però… Mi dicono che senza il mio passato non avrei la mia ironia, la mia sensibilità: però! Un bel cambio: un passato di merda per uno spiccato senso dell’umorismo e tanta santa comprensione!
Se fosse accaduto a mia figlia gli avrei mozzato le mani, ma lei no: mi mandava a casa sua, sola, e io dovevo chiudere a chiave la porta del bagno, con la carta igienica nel buco della serratura per impedirgli di spiarmi.
Ti odio per questo. Forse l’ho sempre fatto senza ammetterlo.
Ora non voglio comprendere: gli argini si sono rotti, e ciò che più detesto è la tua malattia, che ti ha permesso di vivere impunita. Non potevo descriverti il mio dolore, dirti che mi hai rovinato la vita, costretta a una lotta per la sopravvivenza, nella speranza che ci fosse pur qualcosa per cui valesse la pena vivere.
No: non lo potevo fare! Il mio qualcosa era salvarmi.
E tenti di farlo, cercando gli strumenti per andare ritroso nel tempo e sistemare il corto circuito che ti brucia l’anima.
Ingegnoso. Patetico.
Eppure io devo tutto a quella bambina di soli quattro anni, che pur di essere amata si è dedicata a te. A modo suo è riuscita a farmi sopravvivere.
Ora si è impossessata di me e rivendica ciò che non ha avuto.
Dalle mie viscere percepisco la sua voce che ti chiama, perché una tua fottuta carezza o parola farebbero cessare tutto. Basterebbe così poco, ed è assurdo che io ancora nel mio profondo lo desideri, consapevole che non accadrà mai.
Sembro il piano di un concerto per pianoforte e orchestra di Mozart, il n. 20 in re minore, credo. Entra sommesso e inizia a chiedere a una orchestra che non vuole rispondere. Lei gli rimanda con forza le sue stesse note, lui le sottolinea con ardore, come per solidarizzare, e poi torna a chiedere, testardo, invano: l’orchestra gli risponde, senza preoccuparsi di soddisfare la sua supplica. Rimane sorda, fino alla fine del primo movimento, quando, stanco, il piano le lascia l’ultima parola, quella che ormai conosce e che non lo appaga.
E pensare che è un Allegro! Magari anche Mozart era simpatico… Chissà se ha ringraziato il suo papà per averlo reso ironico!
Io sento solo dolore in quelle note… Perché continuare a chiedere quando si sa che non si avrà risposta? Perché alimentare un vuoto che ha già radici profonde e feroci?
Perché la bambina di allora, di sempre, vuole essere ascoltata.
“Chiedi e ti sarà dato!”: nella vita non funziona così. Devo fare da sola.
Strano, solitamente scrivere mi aiuta e invece sento crescere l’onda della rabbia.
Chissà, forse è giusto così, anzi, era ora!
Non si può continuare a chiedere se l’orchestra è sorda.
E io l’ho fatto con ogni gesto della mia vita. Tranne quando me ne sono andata, ma forse era solo disperazione.
Adesso urlo basta! Un basta che echeggia mentre ancora tutti dormono, in questo silenzio di giornata che inizia.
Sì: voglio svegliare tutti, voglio che la gente si affacci e si guardi intorno, chiedendosi chi lo stia urlando. Voglio che mi suonino alla porta, spaventati, pensando che sia impazzita.
“Non sono impazzita: sono stanca di chiedere, di sacrificare, comprendere, rinunciare!”.
Basta!
Emergete pure, ricordi, coraggio, perché sono stanca di avere paura: ora decido io, e non voglio più vivere così.
Non voglio più permetterti di possedermi, sì, perché a questo punto è colpa mia! Sono io che continuo a perpetuare questa catena che prima ha piegato te e ora me, mamma.
Si può convivere con un passato di violenza? Decido di sì!
Albeggia, piove, e io decido di liberarmi. Non so come si fa, so solo quello che non sono: non sono te, mamma.
Voglio essere forte di questo, perché malgrado tu non mi abbia protetta, sono stata comunque capace di amare.
Non voglio più che mi chiami e mi vomiti il tuo dannato malessere, non voglio più mortificarmi perché non sono pazza come te.
Quanto è stato dolce, però, negli anni, cullarmi nel pensiero di una me malata: mi rendeva onnipotente! Potevo colpevolizzarti, sottilmente, perdonarmi, ferirti: “Guarda, mamma cosa mi hai fatto! Guarda come mi hai ridotta!”
Ma poi è arrivata mia figlia.
Per lei, pur di crescerla libera, ho guardato in faccia il dolore che ritorna, affiora, morde, immobilizza.
…E ora anche questo. Ma stavolta riguarda solo me.
Basta con le giustificazioni e le sottili vendette. Basta con le ipocrisie, le mie.
Per te, mamma, non posso più fare nulla: ora è il mio tempo.
E’ solo una bambina di quattro anni e io la conosco bene. Questa volta l’accolgo.
Ormai è mattino e tutti si preparano per andare a lavoro.
Noi no. Oggi rimango a casa e mi raggomitolo sulla poltrona con lei fra le braccia, come quando mia figlia era piccola e qualcosa la spaventava.
Sì, ci accoccoliamo, tu ed io, e mentre tutti corrono, noi ce ne stiamo qui, immobili, sulla poltrona.
Ti cullerò finché smetterai di piangere. Ti consolerò, accarezzandoti. Ti farò crescere.
Forse, così, sarò libera.

12 pensieri su “Elisabetta Maltese: Concerto in re minore

  1. Una grande capacità introspettiva che lascia spazio alla riflessione e a diversi livelli di lettura. Come in un altro racconto di Elisabetta che mi aveva particolarmente colpito, “Lupo”, ritrovo anche qui una scrittura “precisa” che scolpisce sentimenti, situazioni e stati d’animo, e sa elaborare il dolore e la solitudine senza nessun cedimento.
    grazie, Abele.

  2. una tremenda disperata meravigliosa volontà di rinascita….
    Elisabbetta racconta bene il dolore ed insieme il suo amore.
    Nel suo Diario Pentagramma ricama note minori…
    Le Note malinconiche della Saudade e della disperazione, la sublimazione che Mozart con la sua geniale follia ricreava..per sfuggire a..cosa?
    Mozart ci ha lasciato l’Immortalità, Elisabetta..anche…
    Grazie a lei,
    ad Abele.
    Bellissimo scritto urlato- sommesso.
    marlene

  3. Ringrazio con tutto il cuore Abele per l’ospitalità qui a Neobar, dove torno con estremo piacere.
    Lo ringrazio per le sue parole che lasciano me senza per la stima e considerazione che ho di lui.
    Lo so, sono tanti grazie, ma sono necessari!
    Grazie alla piccola Sophia per i suoi disegni: non potevano essere più adatti al mio racconto.
    E grazie a tutti coloro che vorranno regalare un po’ del loro tempo soffermandosi a leggere questa storia.

    betta

  4. viverli è atroce. riviverli è morire, tante volte.
    l’ho chiamata “cane”, e quando ricordiamo assieme, le ricordo che è stata, ma io ancora cerco di difendermi, di fronte a ciò che non si cancella.
    leggere, qui, m’è stato di un male pazzesco. io so che non crescerò, mai più, ma.
    ma sapere, averlo dentro, e non gridarlo, è ancora più.
    ringrazio elisabetta, per.
    e le bacio gli occhi.
    e a te, caro abele, grazie di.

    simy

  5. Mi sono imbattuto nella “scrittura” di Elisabetta soltanto in tempi recentissimi, per caso. Ne sono rimasto sorpreso in quanto pensavo che il suo campo elettivo fosse la musica…ma sono stato un ingenuo, devo riconoscerlo. A meno che non si sia solo degli abili tecnici, non si può essere musicisti o musicofili se non si ha, “dentro”, una vitalità emozionale intensa, la capacità di sentire nella carne la meraviglia, la furia, l’alba e il crepuscolo, il levare ed il calare. E in Elisabetta vi sono tutte queste sfumature di una sensibilità vigile e profonda, appassionata e perduta, perduta e ritrovata. L’ho vista in concreto -la spietata prova dei fatti- nelle sue riflessioni intense e fulminee, nelle sue poesie dove esprime quasi con timidezza e discrezione, un sentimento lirico capace di vivificare le situazioni più quotidiane, gli oggetti più marginali e muti; ma c’è anche una Elisabetta ironica, “simpatica”, capace di ridere e sorridere di sé così come degli altri (e sto pensando al suo “trattatello” sulle varie tipologie maschili, che consiglierei di pubblicare qui), insomma una Betta con una ricchezza di “variazioni” che sanno ben rendere quella mutevolezza cangiante e in divenire che è la nostra vita. Una vita che sa raggiungere le stelle ma che sa anche voltolarsi nel fango più abietto, come in questa pagina di Diario, nella solitudine assoluta della bambina violata, nel terrore e nell’orrore dei suoi occhi, nell’innocenza non protetta e tradita, nella ferita urlante della donna che è diventata. Uno spaccato di “vissuto” che, ahimé, è cronaca quotidiana, l’espressione di un silenzio degli innocenti che assorda in ogni angolo di mondo, un manifesto per un “mai più” che davvero non sa essere mai più, ma rito tribale, animale, che si rinnova nel chiuso di case normali, “borghesi” e no, nel silenzio criminale, magari ipocritamente difensivo, di coloro che forse mai si renderanno conto di aver avuto in custodia una vita e un destino.
    Ma per fortuna Elisabetta indica una via: il passato è incancellabile, ciò che è stato, è stato, ma la vita è presente, e futuro, la vita passa dalle mani degli altri nelle nostre mani, e viene perciò il tempo della responsabilità di noi stessi per noi stessi; lasciare agire il passato nell’oggi, equivarrebbe alla perpetuazione dello stupro, all’essere ancora prigionieri di braccia spietate e laide, vivere e viversi vittime perpetue. Il presente invece ci offre quotidianamente un regalo grandissimo: quello di decidere noi stessi cosa vogliamo fare, cosa vogliamo per il nostro destino a venire, dove vogliamo andare. E sta bene, benissimo, che ci si accucci dentro una una poltrona, per piangere e consolarsi e coccolarsi, per gridare e sputare il dolore; ci sta bene accarezzarsi le ferite, ungere di malinconia la carne segnata, ma…ma poi bisogna alzarsi, andare, camminare e lottare, lasciare indietro chi non ha saputo o voluto amarci quando era il nostro tempo di esser amati, né padre né madre, ma noi, solo noi. soprattutto noi. Perché si può essere ancora felici, perché anche a noi è stato affidato il compito di amare, e magari c’è già qulacuno che sta soffrendo perché noi l’abbiamo perduta quella capacità d’amare… Bisogna prenderlo quel treno, Elisabetta, c’è una figlia che aspetta il nostro amore come lo aspetta un fiore all’inizio di stagione: c’è un mondo intero che aspetta solo di essere amato. E noi potremo fare la differenza fra la gioia e il dolore.
    Ciao Elisabetta, con affetto.
    Francesco Palmieri

  6. Questo racconto non è autobiografico nei fatti.
    Lo è nella misura in cui io credo che sia difficile trovare qualcuno che non abbia un passato di dolore e soprattutto una donna che non abbia subito una qualche forma di violenza. Ed io sono una donna. Quello che ho desiderato fare con questo racconto è stato tentare di tracciare un percorso, con le sue varie tappe, che porti ad una accettazione non rassegnata di ciò che è stato e ad un nuovo modo di amare se stessi privo di quel bisogno di presentare il conto o di sensi di colpa, figli di un dolore annidato dentro che logora e toglie lo sguardo in avanti.
    Perchè si può crescere, malgrado tutto. Non ci si affranca dal dolore ma si può convivere senza che sia lui a determinarci.
    In questo credo fermamente.
    Ti abbraccio forte, Simonetta. Grazie a te. Con tutto il cuore.

    betta

  7. Francesco, tu mi lasci senza parole.
    Io sono onorata del tuo leggermi e lusingata per quanto dici di me.
    Sono di poche parole e di natura schiva, lo sai, ma il mio grazie a te è pieno. Di tante cose. Soprattutto stima e affetto.
    Grazie.

    betta

  8. E’ la prima volta che ti leggo e credo che non resterà l’ultima… mi ha colpito, la parodia delle parole, il silenzio che parla, attraverso gli spazi delle righe… una rinascita d’amore che vede l’interiorità della persona infinitamente grande e matura… oberata dal dolore, si erge sopra ogni sua sfacettatura, ricamando alle parole riflessioni profonde. Grazie. Simona

  9. Da tempo leggo Elisabetta e non mi stupiscono i commenti che mi hanno preceduta. Ne sono davvero felice come felice sono di rileggerla qui.
    Non mi sono mancate le occasioni per esternare la mia ammirazione al di là dell’amicizia e conoscenza. Felice di leggerla non solo sul suo blog.
    Complimenti ancora, Elisabetta, e scusami se non mi dilungo ma già è stato detto quanto si doveva nei precedenti commenti che meriti appieno e “deppiù”.
    Un abbraccio.

    clelia

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