Carmelo Bene: ‘l mal de’ fiori (Doriano Fasoli)

 

L’hanno portato via l’hanno portato
chi l’aveva una volta mai l’amata
se non a mo’ di tazza sul comò
tepida oscena dura a mo’ di smalto
busto tronco sensuato ‘me di bambola
educato ‘n androide sì così
si sta in così ecce femina ch’è no

Voce mia tua chissà chiamare questo
Mia tua chissà la voce che chiamare
ventilato è suonar che ne discorre
in che pensar diciamo e siamo detti
vani smarriti soffi rauchi versi
prescritti da un voler che non si sa
disvoluto e alla mano intima incisi
segni qui divertiti disattesi
sensi descritti testi
d’altri che morti fiati
dimentichi ‘n mia tua chissà la voce
Noi non ci apparteniamo E’ il mal de’ fiori
Tutto sfiorisce in questo andar ch’è star
inavvenir
Nel sogno che non sai che ti sognare
tutto è passato senza incominciare
‘me in quest’andar ch’è stato

l mal de’ fiori. Poema di Carmelo Bene
Presentazione di Sergio Fava, Edizioni Bompiani

“‘l mal de’ fiori”.
Conversazione con Carmelo Bene
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it – giugno 2005
:

 http://www.riflessioni.it/conversazioni_fasoli/carmelo_bene.htm

‘L MAL DE’ FIORI
Autointervista
dell’autore

“Prima di questo ‘L mal de’ fiori non mi ero mai imbattuto in una nostalgia delle cose che non furono mai in nessuna produzione artistica (letteratura, poesia, musica). Sono da sempre stato privo d’ogni vocazione poetica intesa come mimesi elegiaca della vita come ricordo, rimpianto degli affetti-paesaggi, mai scaldato dalla ‘povertà dell’amore’, sempre nei versi del poema ridimensionato nella sua funzione di ‘amor facchino’, cortese o no. Riscattato dall’o-sceno demotivato, divino, svuotato una volta per tutte dell’affanno erotico nel suo ossessivo ripetersi senza ritorno

Relegato alle elucubrazioni del Lombroso, il bello/brutto non ha mai sollecitato il sentimento di nessun poeta sempre assillato da una più che smorfiata critica della ragion pratica che, come una veste stregata (camicia di forza), l’ha condannato alla stupidità dell’arte (Rimbaud). Eccettuati certi ‘privilegi della dannazione’ byroniani etc… Malridotti alla menzogna letteraria d’un satanismo d’accatto… Questa missione del poeta spessissimo civile-sociale pur se vissuta a volte da qualcuno come disillusione! È un problema? Tutt’altro: non si danno problemi (l’a b c di Deleuze). Così come in teologia non si danno risposte, ma domande, domande che grazie al cielo continuano sole a divertirmi… Finché l’esercitazione poetica è diventata un allenamento di massa. Sono subissato da infinite mortificanti missive giovanilistiche e no, impregnate di uno sformato verso libero, sintomatiche emulazioni di un qualcosa che i sedicenti autori già da lettori ritengono valore poetico: orrida ‘voce’. Le fonti consacrate dei vati ne sono più che responsabili, dal momento che hanno sempre proposto una ‘poesia’ comunicativa, edificante, a volte satura di decadentismo smidollato, spacciandola impunemente come opera d’arte.

Siamo sempre stati vittime d’una poesia che innanzitutto si è sempre beotamente illusa d’essere nel discorso autoriale che tramava. Come se si potesse essere autori di qualcosa! Come se (siamo o no quel che ci manca?) fosse scontato che l’essere parlante sia nel discorso in fieri e non s-parlato dal discorso stesso. Qualunque fare dovrebbe essere un fare altro da ciò che facciamo, (anche volendolo nessuno è autore di niente). L’esito non coincide con l’intento come l’effetto non è mai la causa… Questo ‘L mal de’ fiori è una ricetta farmaceutica di controindicazioni: struttura, dialettica, sociale, prossimo-lontano, il non esserci, etc… Non si può che confermarsi ‘stranieri nella propria lingua’. Il plurilinguismo (crogiuolo di idioletti, arcaismi, neologismi di che trabocca il poema) è il contrario d’una accademia di scuola interpreti. È ‘Nomadismo’: divagazione, digressione, chiosa, plurivalenza, etc. Il testo intentato è (deve essere) smentito, travolto dall’atto, cioè de-pensato. Poesia è l’immediato nella ruminazione orale d’uno scritto già estraneo a noi dicenti. Scritto in Voce. Voce come ri-animazione (rigor-mortis) del morto orale che è lo scritto.

Questo ‘L mal de’ fiori è un ventaglio di differenze in che il passato è niente anche laddove si illuse a esser presente. Questa mia esercitazione poetica non è contemporanea non soltanto al quotidiano eterno dell’oggi, ma nemmeno al passato che infatti è dovunque sentito come mai stato. Mai stato presente a se stesso. Da qui la nostalgia paradossale tributata a quanto mai fu. L’arte, infatti, è il resto di che mai fu, sia essa prosa, musica, immagine, architettura che nella sua consistenza ingombrante strazia l’aria siccome svenuta sui gradini di una chiesa magari del Borromini.

 L’opera d’arte non è categoria estetica assoluta nemmeno nella differance… Nel ‘mal di questi fiori’ si fa sempre più solare il fatto che laddove il tutto possa sembrare una eruzione vulcanica, è invece somma-sottrattiva che, mediante le più svariate soluzioni chimico-linguistiche, via via si svuota. L’attentato alla forma è simultaneo alla forgia della forma stessa. Ecco quanto non è mai stato.

da http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/152/cafelib.htm

12 pensieri su “Carmelo Bene: ‘l mal de’ fiori (Doriano Fasoli)

  1. Una bella scoperta questa intervista audio curata da Doriano Fasoli. Aiuta a orientarsi nel mar del mal e chiarisce degli aspetti importanti della poetica di Bene. Ho inoltre riportato parte di un’autointervista di Bene su questa sua opera non certo facile a una prima lettura ma che una volta entrati dentro (bello per me trovarvi tracce di salentino) si fa musica. Sono particolarmente legato al libro della Bompiani, dalle dimensioni di uno spartito e con i caratteri grandi.
    Abele

  2. Abele, grazie di questa scoperta!
    Ah, quanto farebbe bene leggere quello che Bene pensa della poesia!.. Quello che male apportano alla stessa, sedicenti poeti, a dirsi d’avanguardia…
    endecasillabando il proprio esistere, di settenari e compagnia mirata farsi gabbare o farsi portatori… falsi, più che altro.
    ma poi, che cos’è la poesia?
    tutto.
    se filtrato dal cuore e dalla mente, non per épater les bourgeois, ma per dichiarsi esistenti, essi_stenti.
    ciao

  3. Una chicca che mi era sfuggita (ed io che pensavo di aver sentito tutto ciò che vi è in rete e fuori su bene). Grazie! ‘l mal de’ fiori e il volume di Opere della Bompiani sono un punto centrale della mia libreria (e naturalmente sono proprio accanto a Baudelaire come avrebbero gradito CB).

  4. Grazie.Eppure pensavo di aver perlustrato youtube, alla ricerca della produzione relativa a Bene. Ascoltata e letta, la sua abilità ad entrare nelle pieghe della parola, il suo ri-piegarla, poi, alle esigenze del portare, non del comunicare,del porgere,come un balcoe a cui affacciarsi inmplica sporgersi, a volte pericolosamente.Il libro e la lettura personale conducono ancora ad altri luoghi e liberano,slegano la coltura delle menti. Grazie per questa ottima proposta.ferni

  5. è sempre un piacere ri-leggere Bene. Grazie!
    approfitto per chiedere qui se c’è qualcuno che sappia indicarmi come diavolo faccio a recuperare il volume della Bompiani ‘l mal de’ fiori? pare che sia fuori stampa… aiuto!
    Luigi B.

  6. Questa lingua attraversa la storia letteraria, assimila e accumula baroccamente, in questo senso non crea qualcosa di nuovo che non c’era prima, e per questo ne ha nostalgia (delle cose che non furono mai).
    Scorre la lingua del duecento e del cinquecento resa però orale (dagli apostrofi, dai chissà, dalle ripetizioni) quasi a saldare la frattura tra le due forme della lingua. Si arriva anche al gozzaniano comò, in versi come:
    ‘voce mia tua chissà chiamare questo’ mi ricordano gli esperimenti di scrittura algoritmica e meccanizzata (come Tape mark di Balestrini)
    Coi verbi all’infinito è come se creasse degli oggetti naturali chè ‘l’autore non c’entra, c’è la chiosa di chi legge’.
    come se il linguaggio parlasse da solo usando l’autore come medium, che alla fine si ritrova ‘straniero nella propria lingua’.
    Ironicamente straniero perchè se in Baudelaire l’oggetto è il male, in Bene l’oggetto sono i fiori, e il loro male mi piace pensarlo come un raffreddore.

  7. Fortunatamente possiedo questo poema del sublime Bene e l’imput fornitomi da questo post mi aiuterà a ri-percorrer-lo nei caldi giorni dell’ estate. E’ opera di un poeta paradossale, di un autentico trovatore come si definisce lo stesso autore nell’ intervista. La poesia è nel linguaggio che fiorisce nella cultura e nel gioco, o forse nella cultura che si fa gioco, che irride e beffeggia la materia sorda. C’è riso, ironia, maestria, dunque poesia in questo (amletico ) male de’ fiori.

    Rosaria Di Donato

  8. Sono molto affascinata dalla figura di Carmelo Bene e mi interesserebbe acquistare quest’opera.
    Purtroppo sembra fuori produzione ed introvabile.
    Se qualcuno può aiutarmi, mi scriva a m_pisani@hotmail.it

    Grazie di cuore

    ps: mi accontenterei anche di una scansione in pdf.

  9. Il commento di GIancarlo è tutto il nulla che s’aveva da dis-dire.
    Che dire più, una immensa opera sul potenziale del linguaggio, con l’uomo poeta messo da parte per una volta, con la sola voce messa a servizio del linguaggio e non viceversa.
    Genio, purtroppo, troppo poco inesistito.

    Mi manchi maestro.

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