Fabio Tolledi: Gerusalemme (Roads and Desires)

Persae, Teatro Astragali

Gerusalemme. La città santa. O meglio, la città sacra. Perché questo luogo molteplice conserva qualcosa di assolutamente osceno. Qualcosa di assolutamente profano. Regno incontrastato del turismo religioso. Forma blasfema della contemporaneità. Quello che colpisce, in una prospettiva laica e umanissima è il carico di violenza che questo luogo assomma in sé.
La presenza militare dialoga con la presenza di Dio e delle tre religioni monoteiste che hanno in questo luogo il destino della compresenza, dell’intreccio. Trama che trama nell’oscurità della violenza. Non invento certo io il nesso tra violenza e sacro, tra violenza e dio.
L’ebreo Benjamin in un famoso saggio giovanile parla in Per una critica della violenza della triplice valenza del termine tedesco Gewalt, e di come il piano della violenza sia connesso con un fondamento mitico (Niobe, colpita nella sua superbia con l’uccisione dei suoi sette figli e delle sue sette figlie).
Alla leggenda di Niobe si può contrapporre come esempio di violenza divina il giudizio di Dio sulla banda di Korah [cfr. Num. 16, 1-35]. I colpiti sono dei privilegiati, i leviti. Sono colpiti senza preavviso, senza minaccia. Il giudizio di Dio colpisce e non si ferma prima
della distruzione totale. Ma proprio la distruzione è purificante. Per Walter Benjamin c’è una profonda connessione da riconoscere tra, da una parte, il carattere non sanguinario della violenza divina e la purificazione, dall’altra. Infatti, il sangue è il simbolo del puro [bloße] fatto di vivere.
Violenza nel luogo sacro per eccellenza.
È come se si scatenasse il concreto piano del simbolico sacro, in tutta la sua violenza costitutiva.
Il santo sepolcro racchiude la pluralità delle differenti professioni cristiane. E nel medesimo luogo si sovrappongono simbolo a simbolo, reliquia a reliquia. Luogo che si dice abbia visto la crocifissione, l’unzione, la sepoltura e la resurrezione di Gesù.
Teatro costante di scontri tra le diverse tradizioni cristiane, dove nessuno può spostare il minimo oggetto.
Le chiavi di questo santo luogo sono, da decenni, conservate da una famiglia araba, la famiglia al-Ghudayya che alla mattina apre il santo sepolcro, per poi chiuderlo alle 6 del pomeriggio.
Possiamo dire che questa famiglia araba ha messo d’accordo tutti i contendenti cristiani da quasi un secolo e mezzo.
Nel prospetto del santo sepolcro si trova da più di cinquant’anni una scala di legno. È ormai transennata. Nessuno può avvicinarsi e permettersi di toglierla senza scatenare la rivolta degli altri fedeli. Un solo nome, ed un tessuto simbolico differente, pronto ad esplodere.
Cerchiamo di avvicinarci alla Moschea di Al Aqsa. Dei soldati israeliani armati ci impediscono di entrare. Il venerdì e il sabato non si può entrare. Negli altri giorni, da diverse settimane, se hai meno di cinquant’anni e sei arabo non puoi comunque entrare.
è il luogo da cui Maometto ha effettuato il suo viaggio mistico. La profezia della scala…
Molti studiosi sanno che questa visione di Maometto ha influenzato Dante e la sua Divina Commedia.
Andiamo verso il Muro del pianto. Metal detector. Tutto molto pulito e tecnologico. Tutto molto composto e ordinato. È sabato. Non si possono fare riprese con la videocamera. Non si può fumare.
Ogni ebreo, si dice, deve venire qui almeno una volta. Ai piedi del tempio. Il sancta sanctorum. La scala che porta al cielo e a dio.
Questo dio, a Gerusalemme, non è unico.
Si fa fatica a trovarlo nelle mille croci di ogni dimensione, nelle colombe col ramo d’ulivo che dicono shalom, nelle armi spianate, nel macello umano, nel luogo della separazione dalla umanità.
Macello. Questa è la sensazione più chiara. Macello che respinge nell’assurdità della violenza migliaia di donne e di uomini. Non si può essere felici, in un infinito campo di concentramento. Non si può essere felici a pensare che i luoghi più sacri di tanta umanità siano violati dalla violenza cieca degli eserciti. Il muro. Il muro. Il muro. Il muro. Seicento chilometri di un muro alto otto metri. Quello di Berlino era di 155 chilometri per un’altezza di tre metri. Esercizi antichi del caro occidente. Forme attuali dell’apartheid. Adorno si chiedeva come fosse possibile cantare dopo Hiroshima e Auschwitz. E tutta la mia formazione legata alla cultura ebraica (Benjamin, Jabès, Derrida), l’avere usato l’esperienza del grande poeta Ytzach Katzenelson per il mio primo spettacolo con Astragali. Questo sanguina. Questa è la ferita profonda del nostro mare. E non c’è pace là dove un genocidio si compie. Molti si chiesero come fu possibile non accorgersi di ciò che stava accadendo nei lager. Noi oggi, piccole donne e piccoli uomini di un piccolo teatro di provincia, ci chiediamo come sia possibile tacere di questo crimine assoluto che distrugge la vita di migliaia di persone. Gerusalemme. Luogo dove ancora il povero cristo sanguina. Luogo dove la religione non può giustificare nessun tipo di ingiustizia, nessun tipo di violenza. E noi scarrozzanti, a chiederci ancora dove possiamo fare il nostro spettacolo. Dove si trovi il teatro dove dobbiamo lavorare.
Fabio Tolledi

Persae, Teatro Astragali

Jerusalem. The holy city. Or the sacred city. Because this manifold place keeps something absolutely obscene. Something absolutely profane. Undisputed kingdom of religious tourism. Blasphemous image of contempo raneity. What strikes you, in a secular and human perspective, is the charge of violence that this place concentrates.
The military presence dialogues with the presence of God and three monotheistic religions which, here, have a destiny of cohabitation, of interlacement. Plot that plots in the darkness of violence. It’s not me for sure to invent the relationship between violence and sacred, between violence and God.
The Jewish Benjamin in the famous early essay “For a critique of violence”, speaks about the threefold meaning of the German word Gewalt, and he writes that the plane of violence is connected with a mythical foundation (Niobe was struck in her haughtiness by the murder of her seven sons and seven daughters).
To the legend of Niobe we can counterpoint, as an example of divine violence, the judgement of God on the band of Korah [cfr. Num. 16, 1-35]. Those who are struck are the privileged people, the Levites.
They are struck without forewarning, without threat. God’s judgement strikes and never stops until total destruction. But it’s right for destruction to be purifying. For Walter Benjamin there is a deep connection that must be recognised between the non bloodthirsty nature of divine violence and purification. Indeed, blood is the symbol of pure [bloße] living.
Violence in the sacred place par excellence.
It is as if the concrete plane of the sacred symbolic was unleashed, in all its constitutive violence.
The Holy Sepulchre gathers the multiplicity of the different Christian confessions. In the same place symbol lies over symbol, relic over relic. The place that, as they say, has seen the crucifixion, the unction, the burial and resurrection of Jesus.
Theatre of recurrent clashes between different Christian traditions, where no one can even move the smallest object.
By decades the keys of this holy place are kept by an Arab family, the al-Ghudayya family, that every morning opens the sepulchre and closes it at 6:00 in the afternoon.
We can say that this Arab family has been conciliating all the Christian opponents for almost half a century.
For more than fifty years, in the facade of the Holy Sepulchre there is a wooden ladder. It is blocked off now. Nobody can come up to it and dare to take it off without provoking a revolt among the other believers. One single name and a different symbolic fabric, ready to explode.
We try to get close to al Aqsa Mosque. Some armed soldiers prevent us from entering. On Fridays and Saturdays it is forbidden. On the other days of the week, for several weeks, if you are less than fifty and you are an Arab, you can’t enter anyhow.
It’s the place where Mohammad departed from on his mystical journey. The prophecy of the ladder…
Many scholars know that this vision of Mohammad has influenced Dante and his Divine Comedy.
We go towards the Wailing Wall. Metal detector. Everything very clean and technological. Everything very neat and tidy. It’s Saturday. Cameras are forbidden. Smoke is forbidden.
Every Jew, they say, has to come here, at least once in his life. At the feet of the temple. The Sancta Sanctorum. The ladder that leads to the sky and to God.
This God, in Jerusalem, is not one.
It’s hard to find him in the thousand crosses of all sizes, in the doves with the olive branch saying shalom, in the levelled weapons, in the human slaughter, in the place of separation of humanity.
Slaughter. This is the most clear sensation. Slaughter that rejects in the absurdity of violence thousands of women and men. It is not possible to be happy, in an infinite concentration camp. It is not possible to be happy thinking that places which are the most sacred for a big part of mankind are violated by the blind violence of the armies. The wall. The wall. The wall. The wall. Six hundred kilometres of wall, eight metres high. The Berlin Wall was 155 km long and three metres high. Ancient exercises of our beloved West. Current forms of apartheid. Adorno used to wonder how it could be possible to sing after Hiroshima and Auschwitz. And all my education, linked to the Jewish culture (Benjamin, Jabès, Derrida), and the use I made of the work of the great poet Ytzach Katzenelson in my first performance with Astràgali. All this bleeds. This is the deep wound of our sea. And there is no peace wherever a genocide is in act. Many wondered how was it possible not to realise what was going on in the concentration camps. Today, we, little women and men of a little theatre of the province, we wonder whether it is possible to be silent about this absolute crime that is destroying the life of thousands of people. Jerusalem. The place where the poor Christ bleeds. The place where religion cannot justify any kind of injustice, any kind of violence. And we, the strolling players, wondering again where we can make our performance. Where the theatre is where we have to work.
Fabio Tolledi

 

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5 pensieri su “Fabio Tolledi: Gerusalemme (Roads and Desires)

  1. Citando Montesquieu..’Non è la molteplicità delle religioni che ha prodotto le guerre, è lo spirito di INTOLLERANZA che anima quella che crede di essere la dominante..’ con tutte le ‘implicazioni’ del caso….mi par ben azzeccato…

  2. Salmo 136 (137)

    Sui fiumi di Babilonia,
    là sedevamo piangendo
    al ricordo di Sion.
    Ai salici di quella terra
    appendemmo le nostre cetre.
    Là ci chiedevano parole di canto
    coloro che ci avevano deportato,
    canzoni di gioia, i nostri oppressori:
    «Cantateci i canti di Sion!».

    Come cantare i canti del Signore
    in terra straniera?
    Se ti dimentico, Gerusalemme,
    si paralizzi la mia destra;
    mi si attacchi la lingua al palato,
    se lascio cadere il tuo ricordo,
    se non metto Gerusalemme
    al di sopra di ogni mia gioia.

  3. fabio tolledi lei con sagacia colta e raffinata ha ben rappresebntato l’assurdo di una situazione che ha della follia nella razionalità della maledizione della storia e non a caso cita w. benjamin.. ma forse l’assurdo dell’assurdo sta proprio e tutto nei sensi di intolleranza propri delle tre religioni monoteiste? non a caso queste ultime detestano il femminile e ogni innovazione illuministica… circa il suo essere “provinciale” in un teatro di provincia sito in città di provincia, direi che, almeno in italia, la “provincia” ha saputo donare stimoli e novità di alto valore qualitativo, la saluto cordialmente e un saluto al colto e raffinatissimo padrne di casa
    roberto matarazzo

  4. a Roberto Matarazzo che ha doti para-normali, legge nel [mio] pensiero
    e mi ruba….:-) le parole…grazie!
    Ad Abele…affetto e stima profondi..
    A FABIO TOLLEDI : *divino.* :-))))

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