Fabio Tolledi: Parlo… (Roads and Desires)

Parlo.
Tutti i giorni parlo.
Le prove alla mattina di Persae che dovremo portare al Festival di Ramallah, venerdì prossimo, i tre laboratori dalle 2 alle 8 con le donne, gli studenti dell’Università di Nablus, con gli uomini e i ragazzi di questo paese, Sebastia.
E parlo.
Parlo del teatro.
E tutte queste persone ( più di cento) mi raccontano della loro vita, con le loro speranze, con la loro disperazione.
E io, muto, parlo.
Omar, universitario di Nablus, ventidue anni. Andavamo tutti gli anni, almeno una volta, alla Grande Spianata delle Moschee, a Gerusalemme. Ad Al Aqsa ci andavamo ogni anno io i miei fratelli e i miei cugini giocavamo e correvamo, lungo i grandi muri davanti alla moschea. un anno ho lasciato mezzo shekel, era la monetina che ci dava nostro padre nei giorni di festa. E con mio fratello abbiamo cercato una fessura dentro quel grande muro, per lasciare quella monetina. Era un gesto strano, fatto di nascosto, perche’ quel piccolo soldo era la sola cosa che ci poteva dare nostro padre, ché lavoro ce n’era poco, e i soldi erano tutti sudati. Comunque abbiamo trovato la fessura giusta per lasciare la monetina. Sono passati dieci anni da allora. Non siamo potuti più tornare alla moschea di Al Aqsa. E questo è il mio segreto. Ed è solo mio ormai, perché è stato ucciso dai soldati israeliani. E solo io posso tornare ora a riprendere la monetina, il nostro mezzo shekel.
Io parlo.
Tutti i giorni parlo del teatro.
Dell’importanza di dire e di non restare muti.
Ma io, muto, parlo.
E riconosco la mia infanzia.
L’infanzia del mio mondo.
Rivedo i muri poveri di Lecce, d’estate. O le periferie infinite di Milano. Il cortile e la ringhera.
E gli odori, e i colori.
Rivedo i bambini, infiniti bambini, giocare per strada. Copertoni di auto. Animali. Terra e sabbia su cui rotolarsi di continuo. Ci si chiede in questi istanti come sia possibile questa terribile ferita della storia nel nostro mare comune.
basta guardare il cemento e i tetti rossi spioventi degli insediamenti dei coloni. spazi perfetti, puliti e ordinati come una banca. Appunto, come una banca
parlo e mi chiedo qual è lo spazio del desiderio. una società laica e aperta, colta e curiosa, che si trova spinta nella assoluta assenza di giustizia e speranza. una società che si ripiega nella deriva devozionale. le classi nelle scuole di questo piccolo paese non sono miste. a noi ci chiedono di lavorare separati.
Sempre più.
Stiamo lavorando in Samaria. La parabola di Gesù del buon samaritano cerca di spiegare chi è il prossimo a sé che si deve amare.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno”.

Ahmad è un ragazzo palestinese con cui abbiamo lavorato già tre anni fa in Giordania. Con lui abbiamo lavorato anche quest’anno ad Amman, è un bravo attore con molte prospettive davanti a sé per questo duro mestiere. Il festival di Ramallah è riuscito ad avere un permesso di ingresso per una settimana, per il nostro spettacolo con lui. E ieri sera è arrivato in Palestina. Ahmad, ragazzo palestinese, vede oggi, per la prima volta, la sua terra all’alba.

È un ragazzo forte, enorme. Per National Geographic sta facendo il ruolo di Gesù in una docufiction e si può dire che Ahmad, giovane attore palestinese, impersona il palestinese più famoso della storia (d’Occidente).

Qui a Sebaste c’è un antico teatro romano, questa città si chiamava Augusta, e forse ne ha parlato Italo Calvino per le chiare discendenze del dominio degli imperatori. Una scolaresca tutta di bambine fa visita ai ruderi romani, dalle colline spunta qualche carro armati israeliano, proteggono un nuovo insediamento di coloni che si espande. Le bimbe evidentemente abituate al terrore ‘ordinario’ abbassano gli occhi.
Gli insediamenti dei coloni, ossessivamente, mi ricordano i film western.
Western, si sa, significa occidentale.
Una evidenza che forse non si ricorda abbastanza.
Arrivano gru, bulldozer e auto da guerra corazzate. Prendono una collina che domina la vallata circostante. Se c’è un villaggio di ottocento – mille persone viene evacuato e confiscato. Le case costruite vengono donate a ondate di emigranti che provengono da ogni parte del mondo. Mi chiedo se sia pensabile questo se accadesse in Brianza. Gli insediamenti sono un abuso disumano, ho incontrato decine di uomini e donne che hanno portato racconti, sogni, canti. E tutti hanno una storia di espulsione, di lutto, di violenza subita da 60 anni. È difficile, è maledettamente difficile parlare di pace in questi posti.
E il mio teatro tenta di fare questo.
E cerco le parole di Capitini, Dorso, Rossi Doria, di Danilo Dolci. E mi chiedo come sia possibile pace senza giustizia. E mi chiedo come sia possibile il teatro senza umanità e un senso profondo del fare.
Adorno si chiedeva come fosse possibile fare poesia dopo Hiroshima e dopo Auschwitz, alle scuole elementari mi insegnavano la poesia di Salvatore Quasimodo che diceva “e come potevamo noi cantare, con il piede nemico sopra il cuore?”, e Brecht – quello che usammo per Ali, il nostro primo spettacolo di sedici anni fa – che si chiedeva “quali tempi sono diventati questi, se parlare di alberi sembra quasi un delitto”.
Ecco, non capisco come si possa fare poesia, ancora, con questa ingiustizia profonda che continua e che può solo produrre disastri e disperazione.

Eppure.
Eppure forse proprio in questa disperazione, le donne e gli uomini possono ancora trovare uno scarto ultimo di umanità.
Parlo, parlo di Gilgames e di come il suo raccontare ad altri, il suo raccontarsi, renda immortali.

Tutto si assomma in un miracoloso attendere delle parole, un dipanarsi quasi bambino degli sguardi, un silenzio che chiede, continuamente e insaziabile, chiede: Tornerete? Tornerete ancora?
Certo, vorremmo.
Le attraverseremmo sempre queste frontiere.

Fabio Tolledi

I speak.
Every day I speak.
The rehearsals of Persae in the morning, the performance we have to present in the Festival of Ramallah, next Friday, the three workshops from 2 to 8 pm with the women, the students of the University of Nablus, with the men and the guys of this village, Sebastia.
And I speak.
I speak about theatre.
And all these people (more than one hundred) tell me about their lives, with their hopes, their desperations.
And me dumb, I speak.
Omar, student at Nablus University, twenty-two years old. We used to go every year, at least one time, to the big Esplanade of the Mosques, in Jerusalem. We used to visit the Al Aqsa Mosque, me and my brothers and my cousins, we used to play and run, along the big walls in front of the mosque. Once I left half a shekel, it was that little coin that our father used to give us in the feast days. And with my brother we looked for a chink in that big wall, to leave that little coin. It was a strange gesture, made in secret, because that little coin was the only thing that our father could give us, ‘cause there wasn’t much work, and money was always hard-earned. Anyway we found the right chink to leave the coin in. Ten years passed from that day. We couldn’t go back anymore to the mosque of Al Aqsa. And this is my secret. And now it is only mine, because my brother has been killed by Israeli soldiers. And it’s only me who can go back there to take the coin back, our half shekel.
I speak.
Everyday I speak about theatre.
Of the importance of telling and not being dumb.
But me dumb, I speak.
And I recognise my childhood.
The childhood of my world.
I see again the poor walls of Lecce, in summer. Or the infinite suburbs of Milan. The courtyard and the ringhera.
The smells and the colours
I see again the children, infinite children, playing in the street. Tyres. Animals. Ground and sand where to keep on rolling. In these moments we wonder how it is possible this terrible wound of history in our common sea.
It’s enough to look at the cement and at the red sloping roofs of settlements. Perfect spaces, clean and tidy like a bank. Right like a bank.
I speak and wonder which is the space for desire. A secular and open society, learned and curious, which finds itself pushed into the absolute absence of justice and hope. A society bended in the devotional drift. School classes in this little village are not mixed. We are asked to work separate.
More and more.
We are working in Samaria. The parable of Jesus of the Good Samaritan tries to explain who is the neighbour that we have to love.
“A man was going from Jerusalem to Jericho, when he fell into the hands of robbers. They stripped his clothes off, beat him and went away, leaving him half dead. A priest was going down the same road, and when he saw the man, he passed by on the other side. So did a Levite, when he came to the place and saw him, passed by on the other side. But a Samaritan, that was travelling, while passing near the man, and seeing him, was moved to pity. He went close to him and bandaged his wounds, pouring oil and wine on them. Then he put the man on his own donkey, took him to an inn and took care of him. The next day he took out two silver coins and gave them to the innkeeper. ‘Look after him,’ he said, ‘and when I return, I will reimburse you for any extra expense you may have”.

Ahmad is a Palestinian whom we already worked with three years ago in Jordan. Also this year we have worked with him in Amman, he is a good actor with many perspectives in front of him for this hard work. The festival of Ramallah managed to get a visa for one week, for our performance with him. And yesterday evening he arrived in Palestine. Ahmad, a Palestinian, today sees, for the first time, his land, at dawn.

He is a strong guy, huge. He is playing the role of Jesus in a docu-fiction for National Geographic and we can say that Ahmad, young Palestinian actor, impersonates the most famous Palestinian man of history (of the Western world).

Here, in Sebaste there is an ancient Roman theatre, this town was called Augusta, and maybe Italo Calvino has written about it, about its clear descent from the dominion of the emperors. A group of school children visit the Roman ruins, some Israeli tanks appear out of the hills, they protect a new settlement which is expanding. The little girls, evidently used to the “ordinary” terror, lowered their gaze.
The settlements, obsessively, remind me of western movies.
Western, as we know it, means Occidental.
A fact that maybe we don’t remember well enough.
Cranes, bulldozers and armoured war cars arrive. They take a hill dominating the valley around. If there is a village of eight hundred-one thousand people, they evacuate and confiscate it. The built houses are given to the waves of immigrants coming from all over the world. I wonder if it is possible for all this to happen in Brianza, for instance. The settlements are an inhuman abuse, I have met tens of men and women who brought stories, dreams, songs. They all have a story of expulsion, of mourning, of violence suffered for 60 years. It is hard, it is damnedly hard to speak about peace in these places.
And my theatre tries to do that.
And I look for the words of Capitini, Dorso, Rossi Doria, of Danilo Dolci. And I wonder how peace is possible without justice. I wonder how theatre is possible without humanity, without a deep sense of doing.
Adorno wondered how it was possible to write poetry after Hiroshima and after Auschwitz. When I was a child, at the primary school, they used to teach me poetry by Salvatore Quasimodo which says “and how could we sing, with the enemy’s foot on our heart?”. And Brecht – that we used in Ali, our first performance, sixteen years ago – wonders “what time has become this, if speaking about trees has almost become a crime?”.
Well, I don’t understand how it is still possible to write poetry, with this deep injustice that continues and that can only produce disasters and desperation.
And yet.
And yet perhaps right in this desperation, women and men can still find a last leap of humanity.
I speak, I speak about Gilgames and of how his telling to others, his telling about himself, makes him immortal.

Everything combines in the miraculous waiting for words, in an almost childlike unravelling of gazes, in a silence that asks, continuously and insatiably asks: Will you come back? Will come back again?
Certainly, we would like.
We would always cross these frontiers.
Fabio Tolledi

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6 pensieri su “Fabio Tolledi: Parlo… (Roads and Desires)

  1. E mi chiedo come sia possibile pace senza giustizia. E mi chiedo come sia possibile il teatro senza umanità e un senso profondo del fare.
    …non capisco come si possa fare poesia, ancora, con questa ingiustizia profonda che continua e che può solo produrre disastri e disperazione.

    Eppure.
    Eppure forse proprio in questa disperazione, le donne e gli uomini possono ancora trovare uno scarto ultimo di umanità.

    Questa è la sostanza,questo è il luogo in cui so-stare:umanità, senza aggettivi,ma sostanza di ciascuno. Grazie,ferni

  2. Abele, uno scritto bellissimo! Complimenti al suo autore e a te per averlo postato! C’è poesia, filosofia, teatro, arte in genere e sentimento!
    Molto bella anche l’immagine che fa da splendida cornice!
    Bravi!

  3. senza il senso profondo di ideali legati allo UMANESIMO non credo si possa andare avanti, sordità contro sordità questo è il senso tragico del non senso…

  4. Grazie per i vostri commenti! Gli astragali saranno a Napoli questa sera (vedi post precedente) e stanno lavorando a un programma fitto di appuntamenti per l’estate, a presto…
    abele

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