E-book Neobar/Poesia/Teresa Ferri

Medee: Dieci domande a Teresa Ferri

 

Anselm Feuerbach

“Tutto quel tulle nella bocca”,
la madre urlò alla bambina
che succhiava zucchero filato
rubato a cirri vaganti nella stanza.
E, presa una corda di violino,
per salvarla
l’impiccò.

 

Teresa Ferri

 

Per leggere la silloge, cliccare qui in basso:

Teresa Ferri – Medee

 

 

“E’ inutile che cerchi vocali e consonanti da infilare in collana. Di perle. Di libri. Di errori. Tu non hai la facoltà di restituire il verde alle piante.” Una riflessione sulla scrittura, la consapevolezza della sua finitezza, dell’incapacità di contenere o “restituirci” la vita?

Sì, è inutile credere che la parola, la poesia possano sconfiggere il finito che incombe sull’uomo. Ho sempre vissuto la scrittura come un’arma bianca contro la morte, come tentativo di darle scacco, come terapia per una rinascita, ma ora, con il degrado che affligge tutta la società, comincio a nutrire ragionevoli dubbi e ne vivo profondamente l’inadeguatezza rispetto alle lacerazioni sempre più cruente del reale. Tuttavia continuo a credere in una funzione catartica dell’atto di scrittura, della poesia che, quando sono benevole e generose, possono rivelarsi anche terapeutiche.

“Lutto bianco come il latte. Come la morte….”

 

Lutto bianco come una pagina da riempire con segni che sostituiscano o sublimino la perdita. Lutto bianco come ricerca continua a partire dalla morte, dalla perdita, dal desiderio, dal bisogno per raggiungere l’auspicato ritorno alle origini.

“Fanno provini per nuove ragazze in fondo al viale: vai.” Chi sono le tue Medee?

 

Le mie Medee… hanno tante facce e un solo ventre: il grembo del Mondo, spesso assassino impietoso dei suoi figli, strozzati fin dai primi vagiti. La creatività come maternità, a volte assassina. Le mie Medee sono una sorta di Giano bifronte, da un lato sorridono vitali, dall’altro danno la morte. E forse la morte a volte ride sin dal primo vagito.

Il coro invoca pietà per Medea… Medea come tragedia della solitudine ?

 

No, Medea come tragedia dell’amore, della vita, delle illusioni, delle passioni. Insomma Medea come Mater Matuta di ogni vita in cui già aliti la morte.

“Amore tossico”; l’immoralità dell’amore?

No, no. Non amo le distinzioni manichee (moralità/immoralità). Velenoso è ogni amore che, come piovra, nella mancanza come nell’eccesso, ti attanagli con i suoi tentacoli melliti. Come ogni passione che irretisca iniettando i suoi veleni dal sapore di assenzio, come ogni emozione che pietrifichi la ragione. Credo che la società contemporanea si serva delle passioni per obnubilare la ratio, la riflessione critica, il pensiero. E nutro sempre i miei sospetti quando sento inneggiare in maniera farneticante all’amore: quello per me è amore tossico.

Molto interessante l’uso del coro, a sottolineare la ciclicità del tempo, e l’alternarsi di poesia e prosa come a decostruire il mito riconducendolo alla vita di ogni giorno.

Sì, era nelle mie intenzioni trasportare il mito nella contemporaneità, dandogli un linguaggio moderno, una voce anche quotidiana e, a volte, ecolalica, come quella dei cosiddetti “folli”, caratterizzata dalla coazione a ripetere e/o dalla asemanticità. Coazione a ripetere, asemanticità, nonsense, alcuni dei tratti che segnano oggi la vita e la tragedia di tutti, privata e collettiva.

Come ti sei avvicinata alla poesia e come concili la tua dimensione artistica con quella di studiosa di letteratura?

Ho scritto da sempre e mi capita di dire a questo proposito: “ho battuto la testa da piccola”. Tuttavia per tanti anni ho preferito affidare al cassetto i miei deliri, consapevole di non possedere le armi adeguate per sfidare con una qualche probabilità di serietà le insidie della pagina bianca, della scrittura, i tranelli di questa Infedele per antonomasia, le trappole subdole tese dallo specchio narcissico in cui ognuno ama riflettere le proprie fattezze. Specchio ingannevole come quello del Parmigianino. Poi nel 1999, ritenendomi ormai sufficientemente consapevole (!!!), volli sfidare me stessa e cominciai a postare su un sito di scrittura: uscii allo scoperto, anche se solo con un nick. E fu il primo passo. Successivamente decisi di dare qualcosa alle stampe e pubblicai “Fiori di corallo”. Ancora adesso considero come un atto di estremo coraggio pubblicare la mia scrittura creativa, perché non riesco a non ritornare su ciò che ho scritto e la stampa congela il dire impedendogli ulteriori movimenti, inversioni di percorso, salti ecc. Mi piace, o meglio mi piaceva, vagare tra i vari generi letterari (saggistica, poesia, narrativa), ma ho sperimentato l’impossibilità di conciliare la scrittura di un romanzo con la vita quotidiana e con l’attività universitaria: il mio Pompon, il personaggio che stava vivendo sulla pagina, era diventato insopportabile e a tal punto invadente da  cominciare a impossessarsi anche della mia professione, delle mie giornate. Mi seguiva ovunque, si sedeva tra gli studenti, pretendeva di continuare il suo percorso e mi distraeva dalla vita e dall’impegno didattico. Insomma lo piantai lì, in attesa di tempi solo suoi.

Una tua definizione di poesia.

Non mi azzardo a dare una definizione della poesia. È come un’anguilla, inafferrabile. Nel momento in cui si tenta di classificarla e di imbrigliarla in uno schema, si ribella e ti dimostra che può essere l’esatto contrario di quello che hai tentato di definire. È il mondo dei possibili, è la regione abitata dal sogno che riflette su se stesso, è la metrica disattesa delle emozioni, è la mancanza che abita la pagina. È il bisogno di affiggere un chiodo  sulla croce del caduco e del transeunte, ecc.

I poeti più cari…

 

Pascoli fa parte della mia vita, ormai è per me come un nonno e mi ha accompagnato in varie fasi dell’esistenza. Poi a seguire in ordine affettivo e non cronologico: Petrarca, la melodia della negazione e dell’impossibilità; Campana, la ribellione agli schemi musicata in Notturni. Saba, la messa in scena della vittoria della psiche e dello scacco della terapia analitica. Alfieri lo adoro perché incide a sangue il rifiuto dei privilegi in nome della letteratura. Quasimodo, la scrittura delle passioni che si fanno letteratura. Mi fermo qui, limitandomi al nostro Parnaso nazionale, anch’esso incompleto: sono tanti i poeti che mi sono cari. Tra gli stranieri: Baudelaire, Goethe, Rimbaud, Apollinaire, Celan ecc. no, sono troppi.

 Una tua poesia a cui sei particolarmente legata…

Una vecchia, “La ballata di Giovanni”.

La ballata di Giovanni

Sotto la nuda arcata
s’accascia stremato:
neppure sogna,
affamato.
All’acqua che fredda
gli corre vicino
non dice del gelo
che gli lastrica il cuore.

S’avvolge in cartoni
e logori cenci,
afferra il suo vino
e lo beve d’un sorso.
È questa la vita
che gli altri (che cari!)
gli hanno elargito
distratti e veloci
davanti alla Standa.

Il caldo del vino
gli scioglie le membra,
inarca le gambe,
le piega, una esse;
al feto un riposo
gli pare del cuore
e tepore,
gli pare una culla
quel ponte, quell’acqua
che scivola e canta
la sua ninnananna,
a lui che un pensiero
si cova nel cuore
(“se mi danno fuoco, mi salvo”).

E su questo pensiero
di certa oasi estrema
s’addormenta Giovanni,
la mano sotto il mento,
e sogna di ponti
e gran cocchi d’oro,
palazzi stellati
e musiche e baci.

Un bacio più caldo
lo sente sul viso,
è lungo e dolcissimo,
è caldo d’amore.
È breve il suo sogno,
un soffio di vita.
Apre gli occhi e sorride
al gatto randagio
fratello di ponte,
gemello di fame.

Al gatto randagio
che lì sotto l’occhio
azzurro di cielo
felice esibisce
la sua macchia di vino,
di vita rubata

al compagno di strada.

(da “Fiori di corallo”, Pescara, Tracce, 2000)

12 thoughts on “Medee: Dieci domande a Teresa Ferri

  1. Grazie, Abele, di queste domande che prendono l’avvio dalle “Medee”. Molto affascinante anche l’immagine che hai scelto per corredare l’intervista. Buona serata!

    Teresa

  2. Un grande grazie a te, Teresa. Un dialogo che continua, nuovi spunti e osservazioni illuminanti. Grazie anche per La ballata di Giovanni, “pascoliana”? Piace molto anche a me Pascoli, e saperlo tra i tuoi cari aiuta l’azzardo… :)
    a presto
    Abele

  3. Sì, forse vagamente pascoliana “La Ballata”, ma non ci avevo mai riflettuto: è difficile e sempre opinabile specchiarsi nel riflesso :-)

  4. ti ringrazio, Abele, di avermi fatto scoprire Teresa.
    è senz’altro una grande della Poesia.
    i suoi versi mi hanno subito affascinata, e anche le risposte intriganti alle tue intelligenti domande.
    prorompe in lei la donna oltre che la poeta.
    ancora grazie a entrambi.

  5. la ricerca di teresa, mia amica “storica” e immaginifica, è di una tale importanza che stento a trovare parole giuste, basta solo dire che Lei ha ispirato molte mie tavole timbriche e queste sue medee…

  6. pompon: già il nome è tutto un programma… la pagina scritta come arredamento “indossabile” è un narcisismo del pensiero scritto?
    e, altra domanda di riserva, arriveranno mai i “tempi solo suoi” o un nonsense?
    :)

  7. Grazie, Roberto, sei troppo gentile!
    Malos: spero di sì, che arriveranno quei tempi, sempre che nel frattempo io non opti per la via negationis, ovvero per l’analfabetismo di ritorno :-)

  8. è sempre un privilegio ascoltare le tue parole, teresa.
    nel leggere l’intervista, di tanto in tanto sorridevo un po’.

    leggendo le tue risposte annuivo con la testa.
    che poi lo so che se non ti avessi incontrata sarei stato molto più povero.
    ancora una volta mi rendo conto di quanto sia cresciuto grazie a te.
    ti abbraccio

    gino

  9. Ti ringrazio, Gino, di queste belle parole, che so bene non essere di circostanza. E voglio dirti grazie anche per la passione che nutri per la scrittura e, soprattutto, per farmela rivivere ora che ho vivisezionato il ‘giocattolo’, ora che posso dire di conoscere lo scheletro del paraletterario, oggi troppo spesso contrabbandato per letteratura. Ad astra, Gino: io tifo!

    Teresa

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