Teresa Ferri: Medee

 

Edizioni Neobar
E-book n. 3, maggio 2010

Teresa Ferri

Medee

cliccare sul titolo qui in basso:

Teresa Ferri – Medee

Anselm Feuerbach, Medea
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8 pensieri su “Teresa Ferri: Medee

  1. Un mito sempre attuale quello di Medea che non a caso in questa silloge si fa plurale. Le tante Medee di oggi, lo slancio lirico e tagliente di versi che dialogano con una prosa asciutta ed essenziale. Il dolore trova ancora il canto ma si fa puntuale, di un moderno che non lascia scampo.
    Grazie Teresa.
    Abele

  2. Grazie a te, Abele! Questa tela evidenzia lo slancio tragico che anima la maternità. Grazie! Ho cercato qui di coniugare mito e cronaca, genere lirico e narrativo, linguaggio classico e moderno per disegnare le tante facce di Medea. Spero di esserci riuscita.

    Teresa

  3. mi piace il titolo: MEDEE, io tempo fa parlavo degli OMERI.. dopo mi soffermo maggiormente ma che penna sicura e densa ha teresa ferri, amica da lungo tempo, nei tempi in cui MEDEA diviene femminile ideativo delle MEDEE… poi ci torno dopo aver stampato.. un caro saluto ad abele e a teresa
    roberto

  4. All’inizio del film di Pasolini la Callas come Medea assiste al sacrificio umano per favorire il ciclo del raccolto, brandelli di carne della vittima sono sotterrati nei campi.
    Si tratta di mettere in moto un ciclo naturale.
    Queste Medee come un’Iddia madre, una dea kalì, contemplano questo ciclo di nascita e morte.
    Nella sua lucidità in ‘ciclicamente’ si accorge di essere oggetto del gioco di qualcun altro.
    Come se ci fosse un discorso esterno, parole esterne che la muovono.
    Qui Giasone non è qualcosa di ben definito, Medea è sola, non c’è Giasone come personalità, è invece diventato il linguaggio che la parla, qualcosa di diffuso, che ha la lingua del mondo moderno, come se il linguaggio da dentro e da fuori prendesse il sopravvento sulle sue cose.

  5. beh, direi che qui l’addomesticamento di semantiche ignote e di polivalente didassi è perfettamente riuscito. e se il lutto è bianco come il foglio, un funerale di parole è nel contempo un parto che divarica gli ossimori pelvici dando alla luce le ombre. vita/morte, bianco/nero, pagina/inchiostro si fronteggiano increduli (“davvero mi stamperò di nuovo?”), finendo per piegarsi (piagarsi?) al “panta rei” di eraclito, che certamente con affanno corre corre e panta panta fino a quando (vichianamente il cerchio che si chiude) il senso s’im-pantana e tutto torna (a stagnarsi/stagliarsi con chiarezza). non resta che raccogliere lacrime brillanti trebbiando indigesti irrisolti, vomitando un feto di parole da sparpagliare sulle pareti di casa, tra i pomodori nell’orto, sul cuscino della culla, sul velo (e sulla velina) di maya, come da schopenhaueriana me-moria di pesci e di neonati nel male/mare di vivere “in vaschetta” (eh, qui mi sovviene pure quella pubblicità dove la voce fuori campo ci decanta per gli affetti e gli affettati, la “comoda vaschetta salvafreschezza”). cosa resta? cosa resta da dire dopo che il verso (potentissimo) ha decretato “io sono parto/partita a me” cantando una nenia fatta di fonemi elementari assemblati a caso e che, comunque, seppure nel trionfo del suono sulla parola si domandano ciclicamente “qui umdepròesti?”, ricadendo ancora dalla padella nella bracimisky? insomma tra le righe, intensissimi fumi caustici di soda-lizio da un braciere rovente di umanità. e “a eco”, lo spaventa-passeri-uccelli-pene finale sembra ammonire: non lasciare più che ti mettano al mondo figli. super compliments.

  6. Grazie a tutti della lettura e dell’apprezzamento.
    @rosaria: capisco, rosaria, che si possano preferire i versi. I racconti brevi sono qui a svolgere una funzione di ancoraggio al quotidiano, sia per tematiche che per linguaggio, e a ‘squilibrare’ l’andamento, che vorrebbe rappresentare la pendolarità tra mito e attualità.
    @Giancarlo: sì, hai colto proprio quello che intendevo, Giancarlo: “Medea è sola, non c’è Giasone come personalità, è invece diventato il linguaggio che la parla, qualcosa di diffuso, che ha la lingua del mondo moderno, come se il linguaggio da dentro e da fuori prendesse il sopravvento sulle sue cose”. Queste Medee sono ventriloque e parlate dal linguaggio. Il Logos come Medea…
    @Malos: tu, Malos, sei un lettore terribile, a cui nulla o poco sfugge! Grazie alle tue sapienti prestidigitazioni linguistiche hai decriptato il mio puzzle e hai fotografato la scrittura mentre ricade nella “bracimisky”.

    Un saluto a tutti

    Teresa

  7. Non posso aggiungere qualcosa che somigli a un commento a queste tragiche magnifiche medee.
    Ho letto nei e tra i versi, in alcuni ho riconosciuto esistenze a me vicine, molto vicine.
    Il timbro poetico è forte, insinuante, avvolgente.
    Complimenti sinceri.
    e grazie a Teresa e Abele.
    cb

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