Pierluigi Mele: Da qui tutto è lontano

 

Un palazzo affacciato sul mare, in un sud intriso di miti e aromi. La vita scorre indocile, all’ombra di Mezzaluna, stravagante sovrano. Stanco di regnare, smonta come un ninnolo il potere e ne denuncia la farsa. Intreccia così un gioco lucido, estremo, trascinando una folta galleria di figure. Masì, il fedele servo e scrivano della storia. I quattro consiglieri, tra cui spicca il nano Ivo. L’ingenua e giovane Violetta. La moglie, Voisàva, venuta dal paese delle aquile. Il fratello e poeta Fanfaluca. Tore il farfallone. Personaggi fatalmente legati al re «come cerchi prodotti da un sasso contro l’acqua». Sino a quando la verità, emersa da un’oscura quanto scomoda memoria, esplode senza più inganni per nessuno. E il palazzo si rivela metafora di quel destino da cui, disperatamente, tentiamo tutti di fuggire.

Un romanzo di intensa poesia, capace di rievocare ora il teatro dell’assurdo, ora il dramma greco per la grandezza delle solitudini e la tensione che sprigiona. Indimenticabili i passi sulla natura e i profili femminili. Il tutto è retto da una scrittura originale e moderna, che ci spinge ad andare oltre le parole, a sondare i simboli, in una totale avventura delle emozioni.

[…]
Odio Celestino. Quando mi si attacca su come un pidocchio. Mette alla prova i miei nervi che cerco di domare, sino ad oggi con successo, ma non prometto nulla per domani. È smanioso di domandare, perché vorrebbe cambiare, dice, ma non sa bene cosa. Perciò lo abbandono alla sua deficienza e me ne vengo tra le botti di vino. Quaggiù è precluso l’ingresso al resto della corte. La frescura della cantina mi rigenera e cancella il mondo dalla mia mente.
O succede di ripensare al cane di mio padre. Si fermava nel bel mezzo del pasto: il muso proteso su un boccone ed eccolo immobilizzarsi all’istante, proprio quando l’uomo s’appisolava a due passi dal cane. Il quale riprendeva a mangiare perché tutto procedeva senza intoppi. Solo quando mio padre morì, io compresi. Giorni prima che io vivessi a corte, lui morì. Il cane soppesava la natura del sonno di mio padre con un semplice scatto. Sino a che non ficcò più il muso dentro la scodella, lasciandosi finire da un lesto crepacuore.
Un piccolo meticcio, con due occhi limpidi di un lago. Lasciava dovunque segni d’allegria, con le mosche soprattutto. Non gli riusciva proprio di capirle e piroettava in casa per scacciarle. Quelle rientravano da una fessura e lui a inseguirle e ruzzolare a peso morto. Poi s’accucciava ai piedi di mio padre e serrava gli occhi, istupidito. Stessa storia nei campi, coi gatti. Li inseguiva così sciolto ed arzillo ai dirupi, finché non saltavano sul fico, superbi, odiosi. E di nuovo s’accucciava, frastornato.
Non ho mai voluto accompagnarmi a un animale. La frenesia di Mezzaluna per i cani mi disturba. Quando li incontro, mi consegno ad altro intensamente. Spesso a questa terra. Non so perché i cani lasciano che sia così. Lasciano il sale della perdita misto al miele del ricordo.
Questa terra è stata bellissima, un tempo.
Terra di perdite, scambi, di brighe favolose.
Di cultura infedele, meticcia, inebriante.
Di teste mozzate in teche votive.
Di predoni cortesi e baroni villani.
Di grotte, di mole, di celle interrate.
Di nerbi di pietra a veglia dei campi.
Di luce accecante, vogliosa, svogliata.
Di silenzio remoto, d’estroso pensiero.
Di voli santi nel vuoto, d’ignoto nel pieno terreno.
Di sculture a balzo in volute, grasse alle chiese, insonni ai sagrati.
Di spiriti muti, sguaiati nell’aria.
Di cantilene di donne alle salme.
Di nutrimenti frugali e segreti dolci claustrali.
Di nettari intensi di vigna e croci d’olio sul pane.
Di raffinati trini, pizzi, trafori a telaio.
Di parole che qualcuno sognò tutte in un libro e che il libro non fece in tempo a finire.
È stata tutto, la terra. Lo dice con una nebbia che sale al tramonto e disegna figure d’incanto. Sembra così di abitare il passato, nelle figure che prendono i tratti d’uccello, di pescatore o di bastimento. Può succedere di addormentarsi, in questa nebbia, in piedi come i cavalli.

[…]

“Partimmo in tanti quella notte da Valona. Ammucchiati a caso, in troppi. Una coperta divisa in cinque, là dov’ero, non lo so dove, non aveva forma la nave, non aveva nulla di una nave. Niente cabine, né un fanale, né scialuppe. Ricordo un rombo brutale squassare i timpani. La bufera, sembrava, come la sentivo d’inverno venire giù dal bosco. Una bufera di lamiere. “Silenzio!” gridava uno, e ci puntava in faccia una pistola. Poi scompariva, non so dove, io non lo guardavo, non vedevo niente quella notte. Arriveremo presto, sì, il pianto è naturale, il disagio, la paura, Voisàva, è naturale. Ma tu pensa, è soltanto acqua quella là fuori, acqua. E tu la conosci bene. È la stessa di Valona, l’acqua che sai nuotare senza paura. L’acqua è soltanto acqua, ovunque. È vero, qui singhiozzano, ma è per il buio. Se ci fosse luce, ecco, se ci cullasse il sole, se potessimo vedere quelle sponde avvistate così tante volte, ora nessuno vorrebbe tornare indietro. È soltanto acqua, e tu non vuoi tornare indietro. Andava fatto. Partire era questo. Lo sanno tutti, sulla nave. È buono anche l’uomo che grida silenzio, non è una pistola quella che punta in faccia. È una torcia. Si accerta che tutti stiano bene, che ci siano tutti sulla nave. Quello tornava da non so dove, “silenzio!” gridava ancora. Io ripetevo acqua, ma era nausea, era sale nello stomaco, in gola. Era acqua dappertutto, sulla nave. Era l’acqua, la bufera. Ci assaliva, fredda, tagliente, scura, non era l’acqua che credevo. Allora pensavo terra, la sussurravo, tanto da immaginare un mattino azzurro, un porto sicuro, così vicino da toccarlo. Terra. Calda, morbida, accogliente. È una promessa, questa parola. L’hai giurato a casa. Mi faccio viva appena arrivo, hai detto, state tranquilli, per poche miglia! Vi scriverò, e verrete anche voi, su una nave vera, grande, sicura, è una promessa. “Silenzio!”. Silenzio. Perché? Come se una lacrima urlasse più del motore, per farci scovare. Io sentivo salirmi il vomito e sparlavo, secili i trokct fatit, ognuno bussa alla fortuna, e tiravo coi denti la coperta. Quello che restava di una pezza. Ad ogni schiaffo della corrente sulle lamiere, secili i trokct fatit, ognuno bussa alla fortuna. Poi il mare s’aprì alla nave e la travolse senza bussare. Quelli che dividevano la mia coperta non li ho più visti. Forse hanno nuotato anche loro sino alla riva. Chi è salvo non ne parla. Ed era nel conto non salvarsi. Ora mi basta ricordare questi anni per chiederlo più forte, tutto il tempo nel palazzo, chiederti quel cielo, Mezzaluna. Ho bisogno della tua voce più del pane. Ho bisogno della tua voce a guidarmi, che quella voce dia la rotta. Spiccherò allora il mio volo, in primavera e nel buio, la stessa voglia di ricominciare. Lontano da te, non lo so. Lontano da questo mare, da questo continuo mio parlargli. Via dal mio letto senza amore, dal continuo mio cercarlo. Lontano è il giorno, Mezzaluna, che ti maledirò, così lontano che sembra non venire mai. Ma so che verrà, come il passero becca al vetro per quel briciolo di pane che lo salverà dal gelo. Anche lui bussa alla fortuna. O forse tacerò la verità, se un giorno la confesserai, e sarò tua complice per sempre. Non tradirò l’ombra di un’ora, nemmeno le ore mai vissute. Come vuoi che siano le nostre vite, le porterò con me. In qualunque luogo, lontano o no. Tacerò tutto il male ricevuto, stretto bene con il sangue. Tutto quello che non so. Io non so come possa averti amato. Ma è successo. Io so che il buio può essere così lungo, a volte. Se ti basta come ricompensa, se ti fa sentire in pace. Ti auguro di morire, Mezzaluna, col sorriso su di me. è così che ti penso, che ti voglio ancora. Così ti chiedo il cielo”.

Pierluigi Mele, Da Qui Tutto È Lontano

(Lupo Editore 2009, pag. 232, euro 16,00 con audiolibro cd)

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10 pensieri su “Pierluigi Mele: Da qui tutto è lontano

  1. Un romanzo molto ispirato che avvince per la sua originailità, poesia e le continue riflessioni che propone e a cui invita. Ambientato in un Salento immaginario, ma anche così “vicino”, si apre a diverse chiavi di lettura pur conservando fino alla fine tutta una sua aura misteriosa.
    Abele

  2. Ho letto con curiosità e interesse “Da qui tutto è lontano” di Pierluigi Mele ed ho scoperto una scrittura nuova per me. Il romanzo mi ha permesso di rivisitare anche virtualmente un luogo già visto e visitato di recente, e di scoprirne sensazioni provate e dimenticate. Non posso che invitarvi a leggerlo ed ascoltarlo, ritengo sia un bel regalo da farsi.

    In particolare ricordo un brano che non ha nulla da invidiare all’ “Infinito” di Leopardi, io l’ho intitolato “Il canto alla bellezza”.

    Vi saluto tutti. Grazie Abele della tua proposta!

  3. Grazie Roberto, Teresa e Ferni, e doppiamente grazie a te, Silvia, per avermi regalato “letteralmente” il romanzo :))
    un caro saluto
    Abele
    P.S. Se mi dici in quale pagina del libro è il brano a cui ti riferisci, Silvia, posso includerlo nel post…

  4. Ho molto apprezzato la presentazione del video e le parole dell’ autore che gioca con la scrittura e si apre al sorriso della parola: come non condividere il testamento spirituale di Mezzaluna-Mele! E’ poesia pura!
    Grazie per questa segnalazione: “Da Qui Tutto È Lontano ” è un romanzo da leggere e…da regalare.

    Auguri!

    Rosaria

  5. Condivido pienamente Rosaria: il romanzo è pura poesia!

    Il regalo materiale è un piccolo gesto, concedersi il tempo di leggere e di ascoltare l’audio-libro è un doppio regalo che possiamo concederci.

    P.S. Abele, ti ho inviato un messaggio con il numero della pagina.

  6. Mi scuso del ritardo innanzitutto, e con Abele in particolare. Ora dire grazie è davvero poca cosa, ma altro non so fare. A presto e buona fortuna a tutti.

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