Hany Abu Assad: A Boy, a Wall and a Donkey

 

Decisi a girare un film, dei ragazzi non si lasciano scoraggiare dalla mancanza di mezzi e decidono di utilizzare qualsiasi tipo di videocamera disponibile, incluso un videocitofono. Niente di strano se non fosse per il fatto che si tratta di ragazzi palestinesi che vivono nei territori occupati…

A Boy, A Wall And A Donkey : Stories on Human Rights . Director: Hany Abu-Assad,  produced In 2008

To mark the 60th anniversary of the Universal Declaration of Human Rights, the Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights and a non-governmental organisation, Art for the World, commissioned a series of 22 short films created by some of the world’s leading directors. The films are associated with a book which features the works of 12 internationally-known writers, including five Nobel Prize Winners, and posters designed by arts students. The project was made possible thanks to the commitment and creative support of many individuals, and the financial support of the European Union, the French Ministry of Foreign and European Affairs, and SESC in São Paulo, Brazil.

10 pensieri su “Hany Abu Assad: A Boy, a Wall and a Donkey

  1. Io mi domando, ma l’Uomo sa veramente cosa siano i diritti umani? sa veramente che gli errori che commette si riversano sui suoi figli e sui figli dei figli? Quanto vorrei abbracciare questi bimbi e poter infonder loro quella speranza necessaria per poterli mantenere ‘bimbi’ dentro…a dispetto delle crudeltà che gli adulti commettono e che, a volte, li ‘distruggono’ dentro. Io, saro’ idealista ma continuo a credere che, malgrado tutto, il bene continui ad esistere….

  2. abele sul libro che ti ho segnalato su treblinka un orco si divertiva a spaccare teste e arti di bambine e bambini per il tramite di martellate.. io non ho figlie e figli ma ho speranza che i nuovi ragazzi sappiano convivere con amore e rispetto reciproco…

  3. Amici, non credo più che ci possa salvare un qualche essere umano. Ne abbiamo visti tanti di bambini. E questi, tutti, sono diventati ragazzi e poi uomini, vittime oppure orchi. Non è cinismo.
    Mi restano i luoghi. Mi attacco ad essi.
    Questo video mi fa pensara ad un’intelligenza collettiva, spaziale: Palestina-Salento-Murgia-Quartiere167-Matera-Puglia-Mondo. Un grande spazio-non-più-luogo vivo eppure in-esistente, metafisico, dove l’unica speranza è quella perduta, l’unico ragazzo è quello-che-sono-stato-io-ieri e che non esiste più. Mi viene da piangere (senza pietismo, anzi senza pietà), lacrime vere, ma non solo personali. Lacrime collettive.

  4. Caro Pasquale, il bambino che ero io nel salento della mia infanzia non e’ diverso dai bambini di ora e come noi allora sono (saranno) capaci di grandi cose. Noi non abbiamo cambiato il mondo ma non e’ detto che chi verrà non lo renderà un posto migliore. Ho visto l’intervista a Nichi Vendola su LA7 e quando parla della solitudine dei bambini, di quanto poco tempo viene dedicato a loro, non posso che essere d’accordo. Allo stesso modo tocca a noi abbattere il “muro”, per restare in tema con il film di Assad, assicurare(ci) un futuro.

  5. condivido il pessimismo di fondo di pasquale, ma a me piace perdere (onde per cui, spero comunque che i miei tre figli almeno “continuino a giocarsela”… anche dovessero ridursi a battere la testa contro il “muro”).
    e se c’è ancora una minima speranza, forse quella viene proprio dalle associazioni non-governative.

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