Cristina Bove: La domanda

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C’era un movimento ondulatorio dietro la tenda, lo fissai incredulo.
Esclusi il cane, non ne avevo.
Il gatto pure, era quello del vicino e non nutriva grande simpatia per me.
Verificai la serratura della porta d’ingresso: nessun segno di effrazione.
La mia casa era tutta lì, sala-angolocottura-angololetto.
Soffitto a cassettoni, però. Primo piano nobile.
Guardai attentamente l’orlo della tenda, era indubbio, ondeggiava. Ogni tanto si apriva di pochissimo al centro, quel tanto da far scorgere i battenti serrati.
La mia mente scartava ipotesi.
Alla fine mi decisi, quattro passi e afferrai il cordone, diedi uno strappo secco.
Nello scorrere rapidissimo dei teli verso le estremità, fui investito da uno sfarfallio e da uno sbuffo d’aria calda. Quasi ne fui atterrrato. Non riuscivo a capire.
Tentai di rialzarmi, ma mi sentivo appesantito e non coordinavo i movimenti.
Mi trascinai verso il letto.
Quando giunsi davanti al grande specchio, ebbi un soprassalto: vidi un vecchio gigantesco, steso sul pavimento.
Osservai e lui mi osservò.
Mi avvicinai e lui si avvicinò.
Raggiunsi a fatica la superficie levigata, la toccai. Mi parve di sfiorare l’altra mano, enorme, che si accostava alla mia.
Guardalo negli occhi, pensai, guardalo bene.
Levai lo sguardo, e l’altro mi guardò con raccapriccio.
Cominciai a pensare che stessi sognando, che di lì a poco mi sarei svegliato e l’incubo svanito.
Ora però il gigante mi scrutava interrogativamente, i suoi occhi sembravano increduli e impauriti.
Cosa avrà mai da temere, pensai, da un piccoletto come me?
Eppure quell’espressione timorosa si faceva sempre più inorridita.
Con uno sforzo sovrumano mi sollevai sul busto, anche l’energumeno si sollevò.
Senza distoglierne lo sguardo mi costrinsi a parlare.
Anche lui aprì la bocca
Una voce tuonò nella stanza: CHI SEI TU?…

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18 pensieri su “Cristina Bove: La domanda

  1. Fluida la tua prosa Cristina e ottima la chiave interpretativa (di libera fattura) che fornisci al lettore… sempre un piacere leggerti!

  2. Ciao Roberto, Antonella e Doris. Mi piace molto questo racconto di Cristina per come il moto e la tensione vengono risolti in un’apparizione che “spiazza”, ferma il tempo, si fa peso immobile, un vecchio gigantesco, che ha e fa paura, apre a tante domande e soprattutto non risponde a una, CHI SIAMO?…
    grazie! Abele

  3. un poeta armeno scrisse che noi tutti cerchiamo in ogni altro noi stessi (Dante lo mostra chiaramente nel suo viaggio tra mondo della profondità sotterranea e di quella cosmica) eppure, la frammentazione, che mai completerebbe la visione del nostro pozzo, è il movente che ci finanzia la vita, una specie di (auto) finanziamento della gestione non di ciò che siamo, ma di tutto ciò che possiamo essere, non un singolo individuo, ma il collettivo di ogni individuo. Questo ,secondo me, spaventa.grazie ferni

  4. a chi vorrebbe dimenticare che nell’altro è possibile riconoscere il nostro
    io frammentato, questo asciutto, oscuro, seppure luminoso..
    racconto di Cristina Bove offre numerosi spunti di riflessione.
    Bello, bellissimo!
    Grazie a te Cristina e naturalmente a Neobar…
    Marlene

  5. la distorsione del sè (e dunque il non riconoscimento) come quelle forme nelle quali uno si guarda allo specchio e si vede troppo grasso o magro;
    la tensione dell’immagine o dell’incubo incombente, che si avverte fin dall’inizio, dove il passo preciso e accurato della scrittura, ha la capacità di sottolineare, facendosi al contempo medium per un qualche cosa che non è immediato o che rimane sottinteso.

    l’identità che è al contempo Gulliver e il suo doppio nel paese di Lilliput.

    piaciuto per quelle caratteristiche delle quali dice Abele

    ciao!

  6. E’ come riconoscere la propria ombra come qualcosa di esterno, per poterla meglio osservare. Lo stile pulito conciso e forte mi ricorda il racconto the sentinel di Fredric brown.

  7. bello.
    mi piace soprattutto l’idea che *una* sola voce tuoni nella stanza, quando *parlano* sia l’io narrante che “lui”.
    ed ecco *l’identità* della domanda, quasi a suggerire che essa sia comunque più *esistente* di chi l’ha pronunciata (uno, nessuno o centomila?)

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