Fernanda Ferraresso: Raccogliendo orme e passi

Sol Halabi

DIECI

(S)ASSI NEL BUIO

(DI)STANZE I RICORDI

***

Un passo. Il primo sasso.
.
Nell’ombra
nell’oscuro di questa a r t e r i a disponiti
tra me e il futuro
là dove depongono uova
i sogni come polvere sottile dei pensieri
scava dentro la mia fronte
prendi alla sorgente i desideri
fanne luci di preghiera e parole da cantare
teneramente covale dentro un fiato leggero
nell’incavo sottile della bocca
là dove sale la parola che ti porta qui
ancora una volta dentro me
stenditi
nell’ombra oscura di questa via
disponi me tra te e il futuro
cerca una casa nel mio segreto
dipingi giardini nel cerchio dell’iride
fioriture di tempeste
tra gradini di nuvole spegni
la mia parola e spalanca la tua voce sotterranea
dalle ali dalle sostanza
dalle il fiato che ti cresce nuovo
dentro la radice buia che mi presti ancora.
.

Due (s)assi per un segno d’acqua.
.
Lui che viene mi semina di querce
solo con la voce apre la via della notte
e antichi
naufragi accosta alla riva della mente
mentre mi spoglio del tempo
nello spazio che sempre ci separa.
…mon petite fleur
Mi chiama e la sua parola
è un fiore celeste
piovuto nel cielo del muschio
dentro il pozzo di una misura incerta
nel secchio cento volte calato dentro la sete
la precipitata canicola l’arsura di un bene mai
raccolto nel campo della nostra storia.
…mon petite fleur mon petite mort
.

Sol Halabi

Lanciando il terzo sasso….
Quale lingua
si è premuta sulla bocca togliendomi il fiato
mozzandomi la testa e il battito nel polso?
Quale ha compres(s)o dentro la sua profondità
l’oceano di meraviglia che mi governa i piedi
e mi spinge lontano sempre
più lontano dalla terra dove s’impongono di immergermi
come semi di carrubo e come sale dentro la miniera?
Quale lingua innestando la sua lamina dorata ha in-scritto in lui che lei
lui l’ama?
Quale, quale vorrei sapere
quale è la tana di ogni s u o n o che s’incunea
tra la falce della parola e il senso acuto del dolore che produce
staccandosi dalla cosa che mai riesce a raggiungere.
Quale disastro ancora si allinea dietro la nostra schiena?
Quale curva è abbastanza e sopporta un’altra arcuata parola?
Una curva di livello il suo starsene vaga
più sconosciuta dell’ignoto che in essa pur vive
sempre
sin dal primo verbo
pronunciato senza saperne la voce viva.
Quale conquista si aggira e quale prezzo ha
tanto pa(r)lato?
Qualcuno è entrato nel mio sogno e si è spento il suo linguaggio
aveva uccelli dentro il ventre e lacrime sospese tra i capelli
gioielli d’inestimabile bellezza i suoi silenzi erano piume
i baci esaurivano le sorgenti della luce
passi verso me
distesa ormai come una riva dentro lo spazio
nel nascere nel cadere.
.

Il quarto di quattro (s)assi è un’isola.
.
Dentro la sua lingua
cresce la notte del trifoglio
apre la porta
nel buio trae le stelle
nell’arnia i suoi respiri
sono scalini di basalto
impronte tenerissime
unghie di volpe attorno al cuscino
miriadi di zolle
sperse per terra e
un porto dentro le mie acque.
.

Sol Halabi

L’attesa è il quinto sasso.
…e
sei tornato
come è già accaduto
come fai sempre
dentro la mia testa ingombra di affari
di pensieri molesti a rovesciarmi l’intelletto
a grattare la sabbia
nella secca di ogni parola avvilita
sei tornato e non hai lasciato impronte
tu vai tu vieni
non resti
un istante nello stesso posto
è un racconto di millesimi
una tachicardia di suoni aritmici dentro il battito
distinto che rincorri a riva
in ogni luogo
là dove ti affacci
ogni volta diverso nel tuo essere lo stesso
sconvolto e antico volto
tu sei tornato
a rubarmi il sentimento e il senso dell’esistere
sei mentre ti allontani e già sei sciolto appena tocchi il fondo
sei
tornato e per poco ti resisto
questione di poco solo di poco
meno molto meno dell’ultima tua onda.
.

Ora sono sei (s)assi.
.
Dentro le mie mura
le vie e le acque
a r c h e o l o g i e del futuro
d i s s e m i n a t o
nelle ossa di questa
l(‘)abile traccia
.

Sol Halabi

La porta scardinata nella settima stanza
.
Dentro sono venute
dentro le corse del sangue
queste frecce saltellando come uccelli
ronzii e foglie presi a prestito
pianeti dèi
colori e stagioni. Ma
era già prossimo l’inverno
e in quel ghiaccio le emozioni
si sono rapprese
calco nel mio vecchio corpo
un vuoto nuovo.
.

Sette (s)assi alle sette bocche del fiume.
Se scrivendo cedesse la parola
se contando e declinando ogni sillaba nella gola la penna
franasse la montagna di un sapere che è solo
vento nemmeno insetto o ala o suono
se incamminandomi lungo un vocabolo nella partitura di un rigo
al sorgere di una voglia trovassi qualcosa
che non fosse l’addio, ancora una volta
il malcelato addio
se costringendo nelle aste un verso irrigato del mio sangue
sfilacciata la parola deponesse il capitolo dei suoi sermoni
tutte le illusioni che ha scaraventato a cuor leggero
dentro il pozzo della nostra follia
se ancora vertiginosa l’assenza si facesse più prossima alla mano
allora canterei la mia morte in tutti gli abiti della voluttà.

L’ottavo contro un sasso
Aprimi la notte dentro
nel buio e nei capelli deponi
fasci di parole sussurrate spargi
le stelle nei pensieri fecondami vivo
il corpo di un bacio che illumini la fronte
così perdutamente distante e
la tua mano quando mi scorri così
inevitabilmente desiderata
l’abito che mi tesse qui nell’essere
tra il tempo e me
solo tu
con prepotenza e lungamente
in me senza distinguere più
la mia dalla tua notte.
.

Sol Halabi

N o n (h)o (s)asso
e quando ti scriverò
farò solo un segno
blu l u n g o
tutto il cielo t u t t o
il mare
senza nome
. . .
basterà toccarlo e
sentirai la mia pelle
ti basterà per vedermi
per sapere tutti i miei anni
. . . . . . . . . . . . . senza vento
senza l’acqua e l’aria
che si portano dietro
lenti e forti
una scia
che tutto respira e brucia
assale le radici
inonda le rughe di terra
e con un balzo nuovo
ancora mi improvvisa
la bocca del mare
mi trasforma
nel blu grande. . . pesce oceano
.

mi distesi sul bordo della strada
lungo
il segnale d’ombra di un orologio svuotato di ore e lancette
passava il tempo tra –
scorreva oltre portandosi
via ogni mia identità
vecchia ogni cosa sembrava
appartenere ad uno spazio senza dimensioni o suoni o
ad altre vite che mi avevano abitato ma nessuna
era la mia e sopra tutto
nessuna era la mia storia.
Scorreva la strada verso
una specie di orditura o un orlo un’ ora primordiale
una vastità che non aveva parole per contenerla
solo lo scorrere in qualche modo poteva
farsi mondo e
infinito
.

Di(e)ci (s)assi per costruire una casa di storie.
Nel buio di una notte si era persa. Dieci e poi dieci e ancora altri passi, nel buio lei non sapeva più di esistere. Lei non sapeva che giorno fosse né che fosse giorno, se non per un lievissimo cambiamento. Cambi, di temperatura in superficie. A dire il vero non sapeva nemmeno che si trattasse di temperatura quel suo cambiamento di stato. Lei ERA addirittura senza stato alcuno. Che differenza poteva fare per lei, o lui, visto che non aveva nemmeno sesso, una zolla o l’altra, un sasso o l’altro. Non aveva la capacità di pronunciare parola. Le sue, se si possono chiamare parole, erano inconsapevoli diciture di fiore radice foglia sale bitume muffe spore e… uomini… animali. Niente e tutto senza dire né tutto né niente, senza sapere il dove, il quando o il perché. Il come ERA immobilissima nel cielo nemmeno sapeva cosa fosse. Forse per questo non s’impauriva della distanza, dell’immenso in cui era immersa. Non si sentiva persa, né la turbava quel turbine di fuoco che le percorreva la pancia, l’anima, come fosse un solo sole dentro una caldaia. E poi cos’era l’anima di ERA? La sua vecchiaia non aveva fondamento. Tutta ERA vecchia e giovane, mutevole ferma in-stabile forma in quell’in-conosciuto. Non ci pensava. Non poteva. Non aveva la testa. E in fondo non vedeva. ERA muta: in ogni era. Eppure aveva voci dentro la gola: la correvano come una stanza su e in giù sulla schiena, come una scena di teatro. ERA un teatro. La foto-grafavano il sole, il vento, la pioggia, l’uragano. ERA felice. Senza sapere felicità. ERA curva su, là, sulla superficie e stava distesa senza sentire la tensione. Era. Un sasso. Uno tra gli altri.

20 pensieri su “Fernanda Ferraresso: Raccogliendo orme e passi

  1. Ne ho letta qualcuna e devo dire che si tratta di testi molto interessanti, che mi ripropongo di visitare tutti con la doverosa attenzione. Brava!!!!

    Teresa

  2. ogni traccia porta segni, passi movimenti
    quasi impossibile cogliere la via
    forse è meglio perdere il passo ritrovando poi le orme, in raccolta

    un percorso verso, intorno e in…poesia

    Elina

  3. Aprimi la notte dentro
    nel buio e nei capelli deponi
    fasci di parole sussurrate spargi
    le stelle nei pensieri fecondami vivo…
    Versi perfettamente riusciti come ciascuna di queste stanze di un caveoso lessico della luce e dell’ombra, del pieno e del vuoto.
    PVita

  4. Non so se “Raccogliendo orme e passi” con i “dieci (s)assi nel buio” e le “(di)stanze e i ricordi” nell’ intenzione dell’autrice costituiscono un poemetto.
    Potrebbe essere così perché si rinviene nel testo un’ unità di tensione-ispirazione-tematica che coinvolge il lettore dalla prima all’ ultima parola senza venire mai meno. Per non parlare del ritmo che è simile al fluire in piena di un fiume che si placa solo nella metamorfosi finale: “ERA curva su, là, sulla superficie e stava distesa senza sentire la tensione. Era. Un sasso. Uno tra gli altri”.

    Un saluto,

    Rosaria

  5. ferrnanda è monumento alla intelligenza ideativa ed è colta raffinatissima architetto e poeta dalle mille suggestioni.. questa sua “pagina” ora da più idea di plaquette che mera antologia, ci si sguazza lasciandosi andare…

  6. Qualcuno è entrato nel mio sogno e si è spento il suo linguaggio
    aveva uccelli dentro il ventre e lacrime sospese tra i capelli
    gioielli d’inestimabile bellezza i suoi silenzi erano piume
    i baci esaurivano le sorgenti della luce
    passi verso me
    distesa ormai come una riva dentro lo spazio
    nel nascere nel cadere

    se costringendo nelle aste un verso irrigato del mio sangue
    sfilacciata la parola deponesse il capitolo dei suoi sermoni
    tutte le illusioni che ha scaraventato a cuor leggero
    dentro il pozzo della nostra follia
    se ancora vertiginosa l’assenza si facesse più prossima alla mano
    allora canterei la mia morte in tutti gli abiti della voluttà

    In questi passaggi ho visto il cadere e il rialzarsi, la fiamma e il gelo, vita e morte. Sono stanze dalle quali mi ha preso l’istinto di uscire talvolta,in cui ho tremato, ma poi, poi, è stato come se voler restare indicasse una via d’uscita più difficile ma immensamente più consapevole. Brava. Saluti cari a te Fernanda e ad Abele

    Federica

  7. Come passi di danza: dalle ali dalle sostanza/ dalle il fiato che ti cresce nuovo/
    disegna centri concentrici “nel cerchio dell’iride”, “nell’ombra nell’oscuro nell’incavo Dentro la sua lingua
    dentro la radice buia
    dentro il pozzo di una misura incerta
    nel secchio cento volte calato dentro la sete”
    Cerchi e pieghe, curva su curva: “Quale curva è abbastanza e sopporta un’altra arcuata parola?”
    Tensioni e attese, eterni ritorni
    …e
    “sei tornato
    come è già accaduto
    come fai sempre
    dentro la mia testa ingombra di affari
    di pensieri molesti a rovesciarmi l’intelletto
    a grattare la sabbia
    nella secca di ogni parola avvilita”
    Risoluzioni? “Che differenza poteva fare per lei, o lui, visto che non aveva nemmeno sesso, una zolla o l’altra, un sasso o l’altro.”
    E via leggendo, Ferni, una chicca questo tuo poemetto, che a quanto mi sembra di capire fa parte di tutta una raccolta.
    Grazie! e un caro saluto a tutti voi
    Abele

  8. Accipicchia quanti lettori! Vi ringrazio tutti per l’attenzione rivolta alla mia scrittura.La chiamo così, poesia per me sta oltre ogni scrittura, persino la più magnificente, per questo continua a vivere e ad essere viva…in fondo nessuno la raggiunge compiutamente e perfino questa imperfezione la vitalizza.
    Ognuno percorre queste stradine, i segni lasciati, in direzioni differenti.Anch’io lo faccio e ogni volta resto stupita dalla capacità della scrittura, coadiuvata dal tempo e dalla vita, di non lasciarsi possedere se non per indizi, quegli stessi che, in altro momento, indicano altre vie, altre percorrenze.
    Un grande grazie a tutti voi e ad Abele che ospita questo tracciato,tra sassi assi, non nella manica, ma di legno corruttibile e spesso leso, per l’illeso gioco di guardare dentro il nostro pozzo.
    ferni

  9. Belle Fernanda! Mi hanno dato il senso di un passaggio o meglio la descrizione di uno stato di passaggio, di una transizione non necessariamente legata a un effettivo presente biografico ma a qualcosa di più spirituale ed intimo. Un linguaggio tanto denso e ricco da far pensare a qualcosa che a lungo ha sedimentato in te… Grazie. Un abbraccio, Lucianna Argentino

  10. La relazione amorosa come un paesaggio biblico appena successivo alla creazione, come ne Quoelet.
    L’anima -pancia comincia a differenziarsi in risacche sulla spiaggia, onde che vanno e vengono, voli di uccelli, notti che si succedono e diventano corpi. I sassi sono pietre miliari, unica cosa solida nel crogiolo alchemico, che sembrqano indicare la strada nel ‘grande oggettivo’.

  11. Grazie a voi, per queste nuove letture e per la simpatia dimostrata.Un bell’indizio e una bella traccia, che credevo aver solo abbozzato, quella di Giancarlo, che ringrazio per averla rinvenuta con chiarezza. A tutti e ad Abele nuovamente,grazie. A presto.fernanda

  12. Mamma mia, come faccio ad inserirmi in questo consesso di pareri sublimi? Sì , è vero, la scrittura di Frenanda è trascinante. Proprio stamattina, parlando di lei con una recentissima amica, ho avuto a dire come io abbia avuto l’impressione che Fernanda sappia piegare la parola a sè, la indossi come si farebbe con un bell’abito, che, solo sul corpo adatto, prende vita e risalti in tutta la sua perfezione.
    La trovo strepitosa, basta.

  13. E’ proprio così, Ferni e l’immagine che la tua scrittura mi ha suggerito è solo uno spicchietto di tutto un ventaglio amplissimo, sai di quei ventagli preziosi che, ora,qualcuno incornicia e copre con un vetro per non farne disperdere la bellezza dei colori e delle forme.
    Grazie per le mille emozioni che mi hai dato.
    Flora.

  14. cavoli, pensavo di averle commentate!
    (forse non ho inviato il commento, sto perdendo qualche colpo…)
    rifaccio, stringando:
    mi ha colpita particolarmente il passo avvolgente che hanno, passo che nello stesso tempo apre il significato in modo importante.
    C’è un respiro, esistenziale e anche cosmico, che muove il cerchio formato dal cenno biografico (un sasso-accadimento, o un ricordo)
    Trovo strepitoso il commento di giancarlo, e concordo pienamente con la sua acuta osservazione “come un paesaggio biblico appena successivo alla creazione, come ne Quoelet.”

    ciao!
    ciao!

  15. Riungrazio ancora una volta Flora (assicuro che …non abbiamo tramato insieme! ) Grazie di cuore Flora,sei davvero molto cara e appassionata.

    Grazie a Margherita, per la lettura in approssimazione di passi, i suoi ai mie e…a quelli di chissà chi altro!
    La lettura che sempre muove in me una creazione è quella della commedia di Aristofane, Gli uccelli:414 a.c. Un portento. E poi tutto ciò che, ogni giorno,ogni attimo ognuno crea e nemmeno se ne accorge, in-semi-nato e in sé-minato da continue collutazioni con l’invisibile, mondi in continua es-pan-sione. Ciao Margherita,nuovamente grazie e anche ad ABELE che deve stirare questa pezzuola di commenti. Bacio.f

  16. della prima m’ha colpito il retrogusto sapido di “nell’incavo sottile della bocca, là dove sale la parola” (bruciante, mmm… forse avevo un’ulcerina nella voce). della seconda l’eiacularsi di semi semantici che naufragano nel secchio (il campo è sconnesso e leggendo il passo, la mia caviglia mentale ha subito una distorsione spazio-temporale. molto dolente).
    nella seguente – forse più concettuale – l’oceano infatti s’incammina ma tracima nell’incavo tra (lingua e linguaggio).
    poi le parole, a mo’ di sasso nello stagnare del pensiero, si fanno concentriche andando a fondo (“se scrivendo *cadesse* la parola”).
    infine tutto fluidifica e scorre, compresa la parola che si *sfilaccia* in mille rivoli, si *sparge* in quella che m’è parsa una sineddoche d’inchiostro (il nero della notte in cui non si distingue più “la mia dalla tua notte”, verso bellissimo, invero).
    d’altro canto, da “non ho sasso” in poi, il corpus diventa un flusso di coscienza totale (non più contenibile nella parole) nel buio smarrente della suddetta notte d’inchiostro. e mi pare di *leggere* la leggerezza di niente e tutto in una sorta di immanentismo semantico.
    come in una “ultrasemiologia” dove la vastità di un grafema infinito
    finisca per comunicare il senso primigenio delle cose.
    notevolissime orme.

  17. Ringrazio Malos per la lettura di questi segni, dei disegni che in sè ha tracciato e rintracciato per portarmeli-portarceli.Ogni lettura è una creazione poiché, penso, segna o vede una via. Guardare e guadare, stare di guardia al corpo profondo di una parola che si incide o si in-sé-dia in ciascuno di noi, è ciò che accade a chi si mette in navigazione verso una meta e, in mare aperto, trova che era verso se stesso,la sua origine che andava muovendosi. Grazie per questo cammino ulteriore. ferni

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