Astràgali Teatro/Ghassan Khanafani/Narrativa/Omar Suleiman/ROADS AND DESIRES

Ghassan Khanafani: La terra delle arance tristi

LA LORO INDIPENDENZA /LA NOSTRA DIASPORA “NAKBA”
In questi giorni i territori palestinesi occupati sono chiusi perché gli israeliani festeggiano i 62 anni “dell’indipendenza”

LA TERRA DELLE ARANCE TRISTI
di Ghassan Khanafani

Quando andammo via da Giaffa diretti ad ‘Akka, la tragedia non si era ancora compiuta. Ci sentivamo come quelli che ogni anno vanno a fare le vacanze in un’altra città. Ad ‘Akka i giorni passarono normalmente, senza niente di insolito. Ma forse, a quell’epoca, ero troppo piccolo, e quei giorni me li son goduti semplicemente perché mi avevano permesso di non andare a scuola.
Quando però venne la notte amara del grande attacco, cominciai a vederci più chiaro: la trascorsi tra uomini scontrosi e donne in preghiera. Tu, io e qualcun altro della nostra età eravamo troppo piccoli per capire cosa stesse realmente succedendo dall’inizio alla fine della storia.
Quella notte, tuttavia, qualcosa si cominciò a delineare: e la mattina, quando gli ebrei presero a ritirarsi tra minacce e fumi d’ira, un grande camion si fermò davanti alla porta di casa. Un ammasso di semplici cose per dormire venne scaraventato sul camion, di qua e di là, con movimenti rapidi e febbrili. Me ne stavo appoggiato con la schiena al muro della vecchia casa quando vidi salire sul camion tua madre, poi tua zia e i piccoli. Tuo padre spinse dentro al camion te e i tuoi fratelli in mezzo ai bagagli, infine mi prese dal mio angolo, mi alzò in alto e mi fece salire sul portabagagli di ferro sopra al tetto della cabina di guida. Lì trovai, seduto tranquillo, mio fratello Riad. Prima che mi sistemassi più comodamente, il camion si era già messo in moto, e la mia amata ‘Akka spariva poco a poco dietro le curve della strada che porta a Ra’s al-Naqura.

Dopo un po’ il cielo si coprì di nuvole e mi assalirono sensazioni di freddo. Riad se ne stava seduto tranquillo con le gambe penzoloni fuori dalle barre di protezione del portapacchi e la schiena appoggiata contro i bagagli: guardava il cielo. Io stavo seduto in silenzio, con il mento sulle ginocchia piegate, stringendomi le gambe con le braccia. E lungo la strada… aranceti… Tutti ci sentimmo sopraffatti da sensazioni di spavento, mentre il camion, ansimante, si arrampicava su per la strada umida, seguito da spari lontani come saluti d’addio.

Quando in lontananza si cominciò a intravedere Ra’s al-Naqura, rannuvolata sullo sfondo azzurro dell’orizzonte, il camion si fermò. Le donne si fecero largo tra i bagagli, scesero e si diressero verso un contadino accovacciato davanti a una cesta di arance. Ne presero alcune e il loro pianto arrivò fino a noi. Mi sembrò chiaro, allora, che le arance dovevano essere qualcosa di molto caro e che questi grandi frutti lucidi rappresentavano per tutti noi qualcosa di molto prezioso. Le donne portarono sul camion la frutta che avevano comprato. Tuo padre scese anche lui dal suo posto accanto all’autista. Allungò la mano e prese un’arancia che cominciò a contemplare in silenzio, poi scoppiò in un pianto dirotto come un bambino disperato.
A Ra’s al-Naqura sostammo vicino ad altri camion. Gli uomini stavano consegnando le armi ad alcuni agenti della polizia. Quando toccò a noi vidi sul tavolo fucili e mitra e vidi anche una fila di grossi veicoli che, infilandosi per le strade in salita, entravano in Libano e si allontanavano sempre più dalla terra delle arance… Per ultimo scoppiai anch’io in singhiozzi. Tua madre, sempre in silenzio, guardava ancora le arance, mentre negli occhi di tuo padre luccicavano tutte le piante di arancio che stava lasciando agli ebrei. Tutte le piante di arancio, da lui comprate, una per una, sembravano scolpite nel suo volto e luccicavano nelle lacrime che non riuscì a trattenere davanti all’ufficiale del posto di guardia.

In serata, quando arrivammo a Saida’, eravamo diventati profughi.
Come gli altri fummo inghiottiti dalla strada. Tuo padre sembrava più vecchio di prima e pareva che non dormisse da un sacco di tempo. Se ne stava in piedi, per strada, davanti ai bagagli ammucchiati in terra. Allora pensai che se avessi solo cercato di dirgli qualcosa, sicuramente sarebbe esploso in bestemmie: “Maledetto tuo padre, e maledett..”. Queste due bestemmie gli si leggevano chiaramente in volto, ma io, anch’io, il bambino educato in una severa scuola religiosa, proprio in quei momenti stavo dubitando che Dio potesse realmente aiutare l’umanità. Dubitavo anche del fatto che questo Dio potesse ascoltare tutto e vedere ogni cosa. L’immaginetta colorata che distribuivano nella cappella della scuola, e che rappresentava il Signore che guarda con compassione i bambini e sorride, mi appariva come un’altra delle tante bugie inventate da quelli che aprono scuole severe solo per arraffare rette più salate. Non avevo dubbi, però, sul fatto che Dio, quello che avevamo conosciuto in Palestina, anche lui era diventato profugo da qualche parte, chissà dove, lui stesso incapace di risolvere i problemi; figuriamoci noi come potevamo risolverli, noi profughi umani, seduti su un marciapiede in attesa di un nuovo destino che ci portasse qualche soluzione, e per di più assillati dalla responsabilità di trovare un tetto sotto il quale passare la notte: nella mia mente di bambino aveva già cominciato a insinuarsi il dolore.

La notte rappresentava qualcosa di terribile. Il buio che piano piano calava sulle nostre teste mi riempiva il cuore di terrore, e il solo pensiero di trascorrerla sul marciapiede mi terrorizzava profondamente. Era pura e semplice paura. Non c’era nessuno che mi potesse consolare, né potevo trovare nessuno presso cui rifugiarmi. Lo sguardo silenzioso di tuo padre mi faceva sprofondare in un nuovo terrore, e quell’arancia nella mano di tua madre mi faceva salire il fuoco in testa. Tutti erano taciturni, fissavano la strada nera come se aspettassero di veder spuntare da dietro l’angolo il destino venuto a risolvere i nostri problemi, a condurci sotto un tetto qualsiasi. E all’improvviso il destino arrivò.
Si trattava di un tuo zio, venuto in paese prima di noi. Fu lui il nostro destino.
Tuo zio non aveva mai avuto una grande fiducia nel genere umano e la perse completamente quando si trovò anche lui sul marciapiede, proprio come noi. Si diresse verso una casa abitata da una famiglia di ebrei, spalancò la porta, ci scaraventò dentro i bagagli, poi, con la sua faccia rotonda e con il dito puntato su di loro, in arabo purissimo disse: “E ora andateci voi, in Palestina!”. Naturalmente loro in Palestina non ci andarono, ma la sua disperata risolutezza li spaventò a tal punto che si ritirarono in una stanza, lasciandogli un tetto e un pavimento.
Tuo zio ci aveva portato proprio in quella stanza. Ci stipò lì dentro, insieme alla sua famiglia e ai suoi bagagli, e così quella notte dormimmo accatastati sul pavimento con i nostri piccoli corpi coperti dai cappotti degli uomini.
Quando ci svegliammo, ci accorgemmo che gli uomini avevano passato la notte sulle sedie. Lentamente la tragedia stava penetrando in ogni cellula del nostro corpo.

A Saida’ non ci abitammo a lungo perchè la stanza di tuo zio non bastava nemmeno per la metà di noi e, malgrado ciò, ci aveva ospitato per tre notti. Poi tua madre chiese a tuo padre di andarsi a cercare un lavoro qualsiasi oppure di farci tornare agli aranceti. Ma tuo padre, con una voce piena di risentimento, le gridò qualcosa in faccia e lei si azzittì. Così cominciarono anche i nostri problemi familiari. Quella nostra famiglia felice e unita ce l’eravamo lasciata dietro con la terra, gli abitanti e i martiri.

Non ho mai saputo dove avesse preso i soldi, tuo padre. So che aveva già venduto l’oro regalato a tua madre il giorno che aveva voluto renderla felice e orgogliosa di essere sua moglie. Ma quell’oro non risolse granché dei nostri problemi. Ci sarà stata un’altra fonte di guadagno: forse avrà fatto debiti, o avrà venduto qualcos’altro che si era portato dietro senza che noi lo vedessimo. Io non lo so, mi ricordo, però, che ci trasferimmo in un villaggio nei dintorni di Saida’ e là tuo padre, da sopra a una terrazza di pietre, ritornò a sorridere. Stava aspettando il quindici maggio per poter fare ritorno a casa sulla scia degli eserciti vittoriosi. E dopo un’amara attesa quel quindici maggio finalmente arrivò.
Ero immerso in un sonno profondo, quando, a mezzanotte in punto, tuo padre mi scosse con un piede e mi annunciò solennemente, con voce piena di speranza: “Alzati! E guarda l’entrata degli eserciti arabi in Palestina!”. Saltai in piedi come un forsennato e, a mezzanotte, attraverso le colline, scendemmo a piedi nudi fino alla strada che passava a un chilometro dal villaggio. C’eravamo tutti, piccoli e grandi; eravamo trafelati, correvamo come pazzi. Da lontano si intravedevano le luci degli automezzi verso Ra’s al-Naqura e, quando arrivammo, avevamo freddo, ma sentivamo solo le grida di tuo padre. Come un ragazzino si mise a correre dietro al camion, incitava gli uomini, gridava con voce rauca, ansimava. Sembrava veramente un ragazzino e continuava a correre dietro il convoglio dei mezzi. Noi gli correvamo vicini e gridavamo con lui, mentre quei bravi soldati ci guardavano da sotto gli elmetti, imperterriti e silenziosi. Ansimavamo tutti, quand’ecco tuo padre che, sempre incitandoli e correndo malgrado i suoi cinquant’anni, tira fuori dalle tasche sigarette e le getta ai soldati, con noi, come un piccolo branco di capre, sempre accanto.
All’improvviso finirono i camion e rientrammo a casa sfiniti, ansimando. Tuo padre smise di parlare e anche noi non avevamo più la forza di dire nulla. Quando una macchina passò di là e illuminò il volto di tuo padre, ci accorgemmo che le sue guance erano bagnate di lacrime.

Dopo di ciò le cose si si susseguirono con una grande lentezza. I comunicati ufficiali ci avevano ingannato all’inizio, ma ormai la verità, in tutta la sua amarezza, non poteva più essere negata.
I volti si rabbuiarono e tuo padre cominciò a provare una grande difficoltà nel parlare della Palestina e del tempo felice trascorso nelle sue piantagioni e nelle case del suo paese. Noi costituivamo le mura dell’enorme tragedia che si stava impadronendo di quella sua nuova vita, ed eravamo anche abbastanza scaltri da scoprire, senza troppa difficoltà, che arrampicarsi di mattina presto su per la montagna, come ci ordinava lui, serviva soltanto a distrarci dal chiedere la colazione.
La faccenda si fece ancora più critica. Anche la cosa più semplice suscitava la rabbia di tuo padre. Mi ricordo perfettamente di quando uno di loro gli chiese qualcosa – non so che, e non me ne ricordo – lui sussultò, poi si mise a tremare come folgorato dalla corrente. I suoi occhi sfavillarono. Un pensiero maledetto gli era già balenato per la testa. Sussultò di nuovo come se avesse trovato una soluzione soddisfacente: confuso come chi sa di essere l’unico a poter risolvere il problema e ha paura di un passo decisivo. Tuo padre cominciò a vaneggiare e a girarsi da tutte le parti alla ricerca di qualcosa. Alla fine si precipitò su uno scatolone che avevamo portatao da ‘Akka, scaraventando tutto all’aria con movimenti frenetici e spaventosi. Tua madre comprese subito tutto e, con l’inquietudine delle donne che temono per i figli in pericolo, ci spinse fuori dalla stanza e ci ordinò di correre su per la montagna. Noi però ci fermammo davanti alla finestra e, premendo le nostre piccole orecchie contro il legno, sentimmo con spavento che tuo padre gridava: “Li ammazzo, mi ammazzo anch’io, la faccio finita, io..”. Poi, improvvisamente, tacque: attraverso una fessura, guardammo nella stanza e lo scoprimmo sdraiato per terra che singhiozzava e rantolava. Tua madre gli stava davanti, in piedi, e lo guardava piena di compassione. Prima non capimmo bene, ma ricordo che, quando vidi la rivoltella nera accanto a lui, per terra, ogni cosa mi divenne chiara.
Spaventato a morte, come un bambino che all’improvviso si imbatte in uno spirito, corsi verso la montagna. E allontanandomi da casa, mi allontanavo anche dalla mia infanzia. Compresi allora che la nostra vita non sarebbe più stata semplice e tranquilla e che, come unica soluzione, restava solo una pallottola in testa per ognuno di noi. Avremmo dovuto comportarci bene e secondo le circostanze. Non avremmo potuto nemmeno chiedere da mangiare qualora avessimo avuto fame; saremmo dovuti restare in silenzio quando un genitore avesse parlato dei suoi problemi, e avremmo dovuto annuire e sorridere ogni qualvolta ci avesse detto di andarcene in montagna e di non tornare prima di mezzogiorno.
La sera, quando era buio, ritornai a casa. Ricordo che tuo padre era ancora malato, tua madre gli stava seduta accanto e tutti voi avevate gli occhi che luccicavano come quelli di un gatto, con le labbra strette come se non fossero mai state aperte, come cicatrici di una vecchia ferita mai guarita. Ve ne stavate seduti lì, uno attaccato all’altro, tanto lontani dalla vostra infanzia quanto dal paese delle arance, quelle arance che – ci aveva raccontato un contadino che le aveva piantate – sarebbero rinsecchite, una volta cambiata la mano di chi li innaffiava. Tuo padre era ancora ammalato, a letto, e tua madre ingoiava le lacrime di una tragedia che si legge ancora oggi nei suoi occhi.
Entrai furtivamente nella stanza, inosservato, e il mio sguardo cadde sul viso di tuo padre che mostrava ancora le tracce della sua rabbia e della sua impotenza. Vidi sul tavolino la rivoltella nera e, accanto, un’arancia: era rinsecchita e dura.

16 thoughts on “Ghassan Khanafani: La terra delle arance tristi

  1. quanto male riesce a fare l’uomo all’uomo!
    e tutto per la supremaiadi un territorio!
    usurpazione, distruzione, rovina.
    è questa la terra di Dio?
    quel ragazzo che narra, ha incrostata l’anima di quel dolore, cicatrici che non si cancelleranno mai.

  2. Oggi ho riportato un frammento di Nietzsche che mi sembra inquadri senza ombra di dubbio il tempo,lo stesso tempo,dentro la medesima cornice:l’uomo-
    “C’è un solo mondo, ed è falso, crudele, contraddittorio, corruttore,
    senza senso… Un mondo così fatto è il vero mondo… Noi abbiamo bisogno
    della menzogna per vincere questa “verità”, cioè per vivere… La
    metafisica, la morale, la religione, la scienza… vengono prese in
    considerazione solo come diverse forme di men…zogna: col loro sussidio si
    crede nella vita.”

    F. Nietzsche – Frammenti Postumi

    ferni

  3. Al vedere i festeggiamenti per il 62esimo anniversario ho provato
    malessere.
    Temo di aver sentito anche un misto di ostilità verso la terra d’Israele.
    Ho riflettuto, stando male, con un senso strano di oppressione
    e d’ impotenza..al dolore insanabile di molti, troppi ormai..
    Mi sono interrogata sulle nostre responsabilità individuali.
    Nessuna risposta..solo nelle orecchie un’eco grottesca…
    Quella dei bombardamenti, dei pianti, delle urla disperate.
    E i volti smarriti dei bimbi..quei volti..gìa segnati da un destino ineluttabile.
    Come si può fare Festa?
    Le arance..sempre più rinsecchite, languono..

    Marlene

  4. La storia, fino ad ora, non ha reso gli uomini fratelli e ha fatto sì che le diverse culture si scontrassero, ma l’arte no! L’arte ha il compito di superare i conflitti e le ingiustizie e la missione di mostrare una via alla possibile soluzione dei problemi: sto pensando alla “West Eastern Divan Orchestra” voluta da Daniel Baremboim e da Edward Said. In questa orchestra suonano insieme giovani arabi e giovani israeliani: l’armonia che producono testimonia che si può lavorare insieme, gioire insieme, vivere insieme.

    Rosaria

  5. mi hai fatto ricordare un grande film, in cui si parlava d’arte e di guerra.Ma la guerra non è solo con gli altri è con se stessi, forse è questo che non ci permette di incontrarci, noi siamo in guerra ciascuno con se stesso, come possiamo vedere l’altro? E questo perchè abbiamo concesso di trasformarci, trasfigurarci in qualcosa che non è un essere umano.

    Il film si chiama Lo sguardo di Ulisse.Questa la scena

    ferni…eppure l’arte non sana più nemmeno la nostra ferita

  6. Grazie mille Omar per questa proposta. Un testo struggente, una parabola, scritta come le poesie di Darwish (grande estimatore di Khanafani) sulla propria pelle (lo scrittore fu ucciso insieme alla nipote sedicenne con una bomba mentre erano in macchina).
    Pensavo anche al forte significato simbolico dell’arancia per le culture mediterranee, anche alle arance di casa (cosa) nostra, a quelle che vendeva il piccolo siciliano in Conversazione in Sicilia: l’arancia come male e bene-dizione, fato fame “amarezza” (arance a colazione a pranzo con l’olio, etc.) anche alle arance che adesso non vuole raccogliere nessuno tranne i nuovi schiavi (i fatti di Rosarno)…
    Stupendi i vostri commenti con spunti e suggerimenti (pensavo proprio in questi giorni a Said e Barenboim, a un documentario che li vede insieme ma non sono riuscito a trovare su youtube, Lo sguardo di Ulisse e’ forse il film che amo di piu’ di Angelopoulos..)
    Abele

  7. l’arancia rinsecchita, dura, priva di succo non ha più lacrime da spremere.
    una disperazione cieca e definitiva. un racconto d’intensità staziante.
    l’unico appunto è che, come io, pur essendo indubbiamente *italiano*, non voglio essere confuso con le nefandezze dello *stato italiano*, così sarebbe giusto non parlare di “ebrei”, ma di *stato israeliano*. non è questione di lana caprina: l’odio razziale si nutre anche di generalizzazioni etniche.
    a me, ad esempio, è capitato di conoscere parecchi ebrei che condannano senza mezzi termini i crimini contro l’umanità perpetrati dallo stato israeliano.

  8. Grazie Malos. Appunto importante sul quale siamo tutti sostanzialmente d’accordo. Omar ricordava infatti episodi di amicizia tra i la sua famiglia palestinese e famiglie ebree. Il prossimo post sarà dedicato a Primo Levi, per non dimenticare…
    Abele

  9. Mi rifaccio al commento di malos..
    quando lo scrittore Kanafani parla degli ebrei nel suo scritto…perche’ cosi’ era..era prima della nascita dello stato d’israele..quasi a ridosso di quella data..
    infatti quando i palestinesi venivano cacciati dalle loro case “come la mia famiglia”..era per mano di bande armate dei nuovi ebrei arrivati in palestina che seminavano terrore per costringere i contadini ad abbandonare le loro terre e fuggire…
    lo so bene che bisogna distinguere tra ebrei e governo d’israele..sarebbe un errore gravissimo per noi palestinesi cadere in questa trappola..
    nel mio ristorante a napoli i migliori amici e clienti sono cittadini napoletani di religione ebraica..oppure qualche israeliano che lavora a napoli e non si riconosce nella politica del governo israeliano
    un caro saluto

  10. Rifaremo ogni cosa più bella, sai?
    Torneremo alle nostre macerie
    Ne faremo verdi colline.

    Saranno cumuli di memoria
    Ma anche ombra di palme in fiore
    Gorgoglìo di fontane
    Scorrere d’ acqua fresca
    Pura, come la pace
    Che sapremo ancora sognare.

    Legheremo nuovi paesaggi
    Agli occhi. Ci parlerà di gioia
    Un timido raggio di sole.

    Ma tu, ora
    Volgi lontano lo sguardo
    Per favore. Lasciaci qui a morire.
    Soli. Coi nostri mondi perduti.
    I figli. I vicini di casa. Il tubare
    Quieto dei colombi. Innamorati.
    Il glicine che fioriva a primavera.
    Le chiacchiere. Le notti di luglio
    Sulle scale. I fuochi senza morte
    Di certe sere d’agosto. Lasciaci.
    Volgi lo sguardo altrove. Mentre
    Piangiamo ciò che tu che non sai.

    (Per te, per la tua gente, per le arance, per quel pianto che sento anche mio)

  11. Questo comportamento e lo chiamo ” comportamento perchè cerco di non assomigliargli, fa di tutto per fare dimenticare quello che continuamente dicono di non dimenticare, è giusto distinguerli come è giusto distinguere il dolore dal dolore, questa pagina me ne ha fatto conoscere uno, e a questa pagina devo un grazie per uno scalino ancora, nella crescita a diventare uomo.
    Grazie a voi tutti e alla mano che sempre, non fa del male, ma scrive.

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