Pasolini/Mangini: Stendalì

 

Pasolini a Calimera (1975), foto Fondo Piromalli

21 ottobre 1975: dopo aver tenuto nella mattinata a Lecce la lezione-dibattito “Volgar’ eloquio”, Pasolini partecipa nel pomeriggio con Piromalli, Buratti e i docenti corsisti alla visita di studio a Calimera, paese di lingua e cultura grecanica (ove egli era stato già nel 1959-60 per curare i testi del documentario “Stendalì”). Scopo della visita è l’ascolto dei tradizionali canti popolari salentini in lingua “grika”, fra cui i canti funebri detti “moroloja”, lamenti cantati dalle prefiche in presenza del defunto.

Rassegna del Fondo Antonio Piromalli / Pasolini / p. 3

sulla collaborazione tra Cecilia Mangini e Pasolini:

http://www.pasolini.net/centroBO_INIZCeciliaMangini.htm

 “La recitazione del lamento o, come con felicissima intuizione poetica ebbe a dire Euripide nell’Ecuba, del “canto del pianto”, era legata a determinate occasioni, si svolgeva con una mimica formalizzata e con una melopea tradizionale, costituiva un obbligo religioso, era indirizzata ad una figura mitica del morto con il quale si entrava in dialogo come fosse vivo ed evocava, infine, figure tipiche del mondo di là. Tutto ciò manifesta in modo chiaro la ritualità  della pratica. Durante la fase di “passaggio” del cadavere dalla condizione dei vivi a quella dei morti, dal mondo di qua al mondo sotterraneo, fase in cui il morto si avvia a morire definitivamente, si inseriva il complesso rituale del periodo di lutto. Se i riti non venivano eseguiti a dovere e il cadavere rimaneva senza sepoltura, senza pianti e lamenti, il morto non raggiungeva l’oltretomba e per questo, diventato maligno e cattivo, cominciava a minacciare in modo ossessivo i vivi che dovevano difendersi da lui isolandolo, alzando cioè delle barriere fra il proprio mondo e la sua sfera di azione.”

Brizio Montinaro, Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento, Bompiani.

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13 pensieri su “Pasolini/Mangini: Stendalì

  1. “Io sono una forza del passato. Solo nella tradizione è il mio amore”. Splendido modo, Abele, per intervenire ancora su Pasolini. E’ il modo migliore di ricordarlo, oltre le (pur utili) polemiche sul come e perché sia morto ad Ostia. Ti adoro (stendhalianamente).

    PVita

  2. Non vorrei fare il bastian contrario ma il documentario della Mangini è pura fiction. Estetismo gratuito che mal si adatta ad una seria ricerca antropologica. Certo bello, affascinante, trasporta la nostra mente in territori altri… ma appunto territori altri, non nostri, non reali. La soggettiva del morto ad esempio è inconcepibile in un documentario e via dicendo. Certo bisogna porre il documento nel contesto dell’epoca ecc. ecc., sebbene già allora esistessero opere di ricerca antropologica molto obiettive. Il discorso è lungo…
    Brizio Montinaro

  3. Grazie Brizio per il tuo prezioso contributo. Come ben dici il discorso e’ lungo ma sarebbe bello intraprenderlo. Nel senso che il documentario mi ha molto incuriosito e lo trovo interessante, un documento suo malgrado. Mi piacerebbe occuparmene e so anche che Pasquale e’ interessato. Del resto c’e’ “fiction” anche nello stesso De Martino che piu’ di altri era consapevole del pericolo del nostro “colonialismo interno”, del Sud come “altro”. “Nous et les autres” era il motto del tempo, come insegnava lo stesso Levi-Strauss e di cui non era esente lo stesso Pasolini, ma come sottolinei anche tu guardiamo con gli occhi di adesso…
    Di nuovo grazie e un caro saluto a te, Silvia, Cristina e Pasquale.

  4. Mi piace ricordare a tutti che i testi (bellissimi e struggenti se volete) letti dalla grande attrice Lilla Brignone non sono affatto di Pasolini. Senza voler togliere nulla al poeta, che ammiro moltissimo e che ho anche incontrato, sono testi di lamenti della tradizione orale grica. Io stesso li ho pubblicati insieme a molti altri in Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento. Pasolini, ma non ne sono sicuro al cento per cento, ha fatto solo l’adattamento di trascrizioni che gli sono state già consegnate in italiano e in più pare che abbia scritto la didascalia iniziale. Questo tanto per chiarire le cose e non creare ulteriori equivoci su un documentario discutibile dal punto di vista antropologico.
    Scusate la perentorietà dovuta allo spazio di un post.
    Brizio

  5. Caro Brizio, grazie per questa tua precisazione. Senz’altro utile per chi avesse pensato che i testi fossero di Pasolini. Il contributo di Pasolini e’ naturalmente nella raccolta di questi testi. Vale la pena ricordare in tal senso il “Canzoniere italiano, antologia della poesia popolare”, del 1955, fondamentale per la riscoperta della poesia popolare in cui Pasolini aveva proposto 800 testi di vario genere. Rimane da vedere, come suggerisci, quale ruolo abbia avuto effettivamente Pasolini nella realizzazione di questo documentario.
    un caro saluto
    Abele

  6. Il DVD “Stendalì – suonano ancora” di Cecilia Mangini e’ allegato al libro “Stendalì” di Mirko Grasso con l’introduzione di Goffredo Fofi
    Riporto le note che accompagnano il libro+DVD:

    «Un bel sasso, lucente e duro» viene definito, nel 1960, il film Stendalì di Cecilia Mangini. Stendalì, nel dialetto della Grecìa salentina “suonano ancora”, ritrae un lamento funebre contadino, rendendo su pellicola l’istituto del pianto rituale che affonda radici e origini antichissime ed è sopravissuto nel Salento sino ai primi anni sessanta del secolo appena trascorso.
    Stendalì, che nasce immediatamente dopo Morte e pianto rituale di Ernesto de Martino, racchiude tutto ciò e tramite un coinvolgente e straordinario uso delle tecniche cinematografiche inchioda lo spettatore che rimane affascinato da questo prodotto cinematografico.
    Il testo delle lamentazioni salentine, cantato dalle donne di Stendalì e interpretato nel filmato dall’attrice Lilla Brignone, viene tradotto da Pier Paolo Pasolini che coglie e mette in evidenza la struttura “a piramide” dei canti di morte. Nel canto di Pasolini, infatti, è presente una tensione che sale gradualmente e che si sposa perfettamente con un montaggio serrato delle immagini. Pasolini metabolizza, in una personale opera di riscrittura del materiale, quel sentimento autenticamente popolare e umano che traspare dai volti dei protagonisti del filmato.
    La ripubblicazione in dvd del documentario di Cecilia Mangini viene accompagnata da una nostra ricerca che propone: la ricostruzione del lievito culturale che ha fatto nascere questo genere di opere cinematografiche, un’analisi del contenuto specifico di Stendalì, il legame filiale con l’opera di Ernesto de Martino, una interessante e corposa intervista alla regista.
    Il nostro saggio si avvale di una panoramica sui registi demartiniani: pagine queste di Gianluca Sciannameo. In meno di quindici minuti il sasso lucente e duro diviene, oggi, un vero pugno nello stomaco: inchioda lo spettatore allo schermo, traccia un sentiero nel recupero della memoria collettiva. Alla visione di questo piccolo capolavoro, una vera e propria «opera di poesia realistica» come scrive Pietro Pintus, numerose sollecitazioni tornano alla mente. Grazie a Stendalì, e questa operazione culturale è un ringraziamento più ampio a Cecilia Mangini, è possibile ripercorrere un sentiero della memoria che appariva, prima di questa sua riproposta, vicolo cieco, relegato alla memoria di pochi ultimi.

  7. Non credo che Pasolini abbia mai voluto fare studi antropologici. La sua è una ricerca estetica ed etica (anzi, il rischio è proprio che la prima prevalga sulla seconda, fino all’estetismo puro). Egli cerca di ricostruire il Mito in una società smitizzata. Gli americani, non avendo passato, si sono costruiti una propria “mitologia” con il cinema. Noi abbiamo il Passato e la Tradizione, dunque, si tratta di “riscrivere” la nostra mitologia. Un’operazione estetica prima ancora che etica. Stendalì può anche essere fiction ma non perde nulla della propria potenza mitica. Anzi, il fatto che sia frutto di creazione, piuttosto che documento oggettivo, gli dà una maggiore carica visionaria e mimetica. Ovviamente, è una mia lettura del tutto personale. Trovo infatti le osservazioni di Montinaro e di Abele comunque adeguate e piene di solide sollecitazioni. Grazie.
    PVita

  8. Pienamente d’accordo, Pasquale. Pasolini era infatti già “postmoderno”. Non si proponeva di essere filolologico ma procedeva per analogie. La storia come un cerchio: nel Vangelo i Sassi di Matera diventano la Palestina, la pittura rinascimentale fonte per i costumi, gli spiritual parte della colonna musicale, etc.
    Credo che le riserve di Brizio riguardino soprattutto il modo con cui e’ stato riscostruito il rito nel documentario; e da studioso, oltre che originario di Calimera, ha tutti le sue ragioni. Io continuo comunque a vederlo come un “documento”, indipendentemente dalla sua attendibilità. Sono anche portato a giustificare operazioni del genere fatte alla fine degli anni Cinquanta, visto che la cultura predominante cominciava solo allora a fare i conti con il postcolonialismo.
    Abele

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