Eleonice Mastria: Finché avrai la forza di raccontare (Roads and Desires)

 

Astragali

 

  •  As-tu le pouvoir de prolonger la vie?
    Finché avrai la forza di raccontare nessuno può cancellarti.
    Di questo viaggio vorrei raccontare della generosità infinita di chi ci ha raccontato le proprie storie, i propri luoghi perduti, i propri sogni e la voglia di continuare a resistere a questa guerra, che seppur in alcuni casi silente, è sempre presente, continua, logorante fino alle ossa. E il loro raccontare, almeno quello, non può essere cancellato.
    Un tessuto di storie, di voci, di corpi maschili e femminili che si incontrano forse per la prima volta, forse per pochi attimi, nello stesso luogo, per ascoltarsi, guardarsi, forse interrogarsi.
    Un universo assoluto, assolutamente maschile che si incontra con un mondo, con un corpo femminile, più nascosto e segreto per parlare con altre parole, con altri modi, meno diretti probabilmente, della ferita che li accomuna, della propria terra ferita, della propria vita ferita.
    E come non pensare anche a Lysistrata in questo contesto, come non parlare della centralità del femminile e del bisogno che si avverte in questi luoghi di affermare l’importanza di un universo, invece, sottaciuto, nascosto, quasi indicibile e intoccabile.
    L’intimità che si lacera nello spazio del dono di una parola, nello spazio dell’ascolto.
    Una piccola moneta in dono per noi, un pezzo di vita, di cuore. E questo lo spazio della condivisione?penso di si.
    Ora che siamo tornati qui in Italia, ancora sulla pelle la tracce di cui parla Ivano, ancora i volti, le labbra che chiedono a noi di tornare, il calore, gli abbracci e le mani che si ritirano al saluto per tener fede alla loro fede.
    Ancora negli occhi Sebastia, Nafsjibil, Aasyra, Ramallah, Gerusalemme. Luoghi diversissimi tra loro, seppur accomunati dallo stesso dolore, dallo stesso sangue versato, dallo stesso vivere quotidiano accanto al nemico, accanto al proprio carnefice. Vittime di un’invasione ingiusta, ingiustificata, perenne, che si espande. E ancora insediamenti a macchia d’olio che bloccano i passaggi da un villaggio all’altro, che costringono la gente a percorrere strade tortuose e lunghissime per raggiungere villaggi che sarebbero, invece, vicinissimi. Strade, villaggi, case violate. E l’oscenità di quel muro, di quella barriera che spezza in due le esistenze e a volte anche le resistenze lasciando spazio alla rassegnazione di molti, alla rabbia di altri, alla scomparsa di altri ancora.
    Uomini armati ovunque, donne armate diffusamente, che scrutano, controllano uomini e donne per loro colpevoli a priori per il semplice fatto di esistere e di appartenere ad una certa comunità, ad una certa fede. Mi sembra un rigurgito della storia.
    Torniamo, siamo tornati, è vero, ma consapevoli che il nostro fare teatro continua ad essere il nostro piccolo atto di resistenza.Siamo tornati, ma vogliamo ritornare in quella terra dal profumo di arance e di fieno.
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    15 pensieri su “Eleonice Mastria: Finché avrai la forza di raccontare (Roads and Desires)

    1. لقد رحلتم ةلكن مازالت وجوهكم وذكراكم ورائحتكم تعبق بها الاماكن التي كنتم بها,لقدرحلتم وتركتم مسرحا في افئدتناالخالية إلا منكم

      عمر_ فلسطين

    2. il nostro amico Omar di nablus scrive..
      “sieti partiti ,ma i vostri volti,i vostri ricordi ed i vostri profumi occupano i luoghi che avete frequentato..sieti andati ed avete lasciato il teatro nei vostri cuori….”
      molto carino

    3. questa testimonianza sensibile lascia spazi di profonda riflessione contro e verso la “maledizione della storia”, sto leggendo un testo molto bello di augias – pesce inerente la figura di Gesù Cristo nella storia e nel luogo o i luoghi in cui si svoòlge il racconto, da ateo convinto quanti ottimi spunti riflessivi… ma e in ogni caso riterrei che tra le infinite contraddizioni del medio oriente c’è che israele è e resta l’unico stato democratico all’ibnterno di un contesto arabo che non vuole evolversi verso separazione netta chiesa (in senso lato) – stato, unico presupposto per civile convivenza tra Donne e Uomini oltre razze, colori, culture.. in altri termini stati teocratici mi fanno ORRORE! immaginate solo se bertone&vaticano comandasse(ro) politicamente da noi in occidente…

    4. Il ritorno in Italia.
      Ultima sera in terra. Partire dalle parole di Mahmud Darwish. Mi riportano ad una sensazione di felicità quasi dimenticata, che ho provato in Palestina. Forgotten happiness. Una gioia, per la vita che deborda da questo cuneo in cui viene costretta e schiacciata. Un desiderio che anima i corpi e gli occhi, che danza, anche nella più assoluta ritrosia. E nello stesso tempo in quei giorni avvertivo il peso insopportabile della vita in una terra occupata, negata a se stessa, un’impossibilità del vivere.
      Ma il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro.
      Siamo andati a Gerusalemme, il giorno dopo lo spettacolo a Ramallah, l’ultimo giorno. A Gerusalemme l’ingresso alla spianata delle moschee ci è impedito dai soldati israeliani, perché giorno di preghiera. Per accedere al muro del pianto si deve passare da un check-point, proprio nel cuore della città. I due soldati perquisiscono la cartella di un bambino palestinese di sette, otto anni.
      I luoghi dell’occupazione sono mortiferi.
      Gerusalemme è una città contesa, fatta a brani, materialmente e simbolicamente saccheggiata, violata. Un viaggio molto triste ci ha condotto a Gerusalemme, un passaggio attraverso i budelli di un inferno, quello del check-point di Kalandria.
      Il ‘teatro’ lo abbiamo fatto in altri luoghi, a Sebastia, ad Aasyra, a Nasfjibil, poi nella ‘capitale’ Ramallah. Nei villaggi la guerra sembrava anche lontana, se solo si manteneva lo sguardo basso, perché all’orizzonte, sulle colline che forse Mantenga ha sognato, il cancro degli insediamenti ti cariava il cuore.
      Parlavo con il nostro amico Ahmad, giovane attore palestinese-giordano (sì lui che per la prima volta è in Palestina), della traduzione in arabo di alcuni frammenti di testo del nostro spettacolo “Persae”, che poi abbiamo messo in scena a Ramallah, per il Festival internazione di teatro. (Ahmad, e come lui tutti i palestinesi, a meno che dotati di un permesso speciale, non può entrare a Gerusalemme, off limits)
      Si discuteva della traduzione di alcune immagini molto forti e assolutamente fragili nella loro intraducibilità da una lingua, dalla sensorialità di un suono, ad un’altra. Vari i salti, i passaggi. Ahmad mi dice, questo non ha senso nella nostra lingua, qui c’è un’inversione, qui si rimodula, qui scarta, qui c’è una straordinaria vicinanza, è proprio questo. Ma quello che Ahmad non riusciva a vedere, mi è parso, nella sua esperienza della lingua, era il mare. L’immagine, presente nei “Persiani” di Eschilo, dei corpi massacrati nel mare, dopo la battaglia, come dei tonni impigliati in una rete, mi sembrava che Ahmad non riuscisse a vederla. Ma il mare è stato rubato. They have stolen the sea. Il mare in Cisgiordania non c’è più, e il mare di Gaza è blindato, inquinato, sequestrato. Il mare non c’è più.

    5. Grazie Omar per aver tradotto Omar :)

      Non credo affatto, Roberto, che Israele vada visto come un faro di democrazia ma come la causa dello sterminio di migliaia di esseri umani :(

      Faccio un post del tuo interessante resoconto, Roberta.

      un caro saluto
      Abele

    6. Oche sono o cigni quelli che dalla Guest hause di Sebastia si ergono oltre i resti delle colonne romane, nei mosaici di Wala che fa la colla col caffè
      Non siamo solo in due. Non solo due, mi dicevi. Troppo bianca questa pietra,
      Specchio di denti non troppo bianchi, non troppo denti, che ridono e stentano a mostrarsi. Bianca come il bianco degli occhi della donna che saluta,
      e guarda in alto
      Il cesto è ben piantato sulla testa? la cesta..
      La cesta di Amr che vive nel cantuccio piccolo di suo padre che là non ci stava,
      non ci poteva entrare, che troppo piccoli sono quei fili annodati nel legno, che troppo piccoli sono per il figlio,
      il figlio che non ha pace, vuole tornare dal padre. Puoi?
      E tu, bambino, sfondi la porta e poi tiri un calcio al pallone, togli rami dagli alberi
      Ne stacchi le foglie
      più lontano bambino, più lontano puoi andare, più lontano bambina, più lontano
      puoi andare, con le tue mille voci, più lontano donna, più lontano puoi andare
      che schianti
      che troppo bella
      che annienti il resto
      che non ti si può guardare,
      ‘Non guardarla, non guardarla’, ha trent’anni, ha trent’anni, è sfiorita, mi dici,
      NO!
      ‘Mai più avrai sedici anni’, la guardo e ci penso,‘mai più avrai sedici anni’, la guardo e ci credo. Com’era Sarah?- ‘Una parola muore una volta detta’ –
      No? L’hai nominata. Non puoi più
      Guarda Fadi, maglietta verde, sale sulla pietra come lucertola al sole, come uccello del paradiso, Come i suoi sedici anni che mai più
      Così possiamo essere? Così nudi?
      Siamo venuti e non ci hanno fatto entrare nei muri del pianto
      E tu vuoi partire, le dici, per venire qui. Qui dove? Vuoi sposarmi?
      Per andare dove?
      Non ho sonno. Di notte vorrei poter guardare le case distrutte dal fuoco, fratello lasciato a bruciare

    7. Grazie Gaetano per l’immagine. L’unico muro che ho visto e’ quello di Cipro. Ricordo un gruppo di bambini dalla parte turca che guardavano attraverso un’inferriata: li vedevo in una gabbia, mi sentivo in una gabbia.

      Molto bello il tuo testo, Manuela. La vostra esperienza porta a prendere ancora piu’ consapevolezza. E’ un guardare oltre, annullare le distanze tra noi e l’altro. Essere, come fa il vostro teatro, “il fratello lasciato bruciare”.
      Abele

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