Roads and Desires: Il viaggio in Palestina

 

lasciamo amman.
iniziamo il viaggio per la palestina. controlli continui.
transiti disperati. tante volte negati
alla frontiera ripetizione continua delle procedure: si ripetono le domande (sempre piu` strane) si ripetono le file in attesa di superare il controllo. mostriamo il passaporto 6 volte (alcuni di noi molte di piu`) e questo fa impressione perche` alla fine rimaniamo sempre nello stesso luogo, controllati da ragazzine in uniforme israeliana che scherzano tra di loro, ma che hanno un atteggiamente arrogante e violento con tutte le persone che chiedono un visto per la palestina. sono queste ragazzine e ragazzini di non piu` di sedici anni che fanno gli interrogatori, che decidono di lasciarti passare, che ti urlano in faccia.
passaporti che girano di mano in mano, persone che passano da ufficio a ufficio.
un uomo con un bambino che doveva andare a ramallah a trovare suo padre in fin di vita viene mandato via all`ultimo controllo.

siamo passati. saliamo su un altro autobus. ancora controllo del passaporto. gerico.
Appare un`umanita` possibile. la terra. le montagne si dispiegano. bambini che giocano,
Arriviamo a Sebastya SETTORE C, vuol dire settore a controllo israeliano
mi domando come sia possibile parlare di perdono.
il lavoro che ci aspetta sara` molto duro

omar suleiman Dice:
aprile 2, 2010 alle 8:40 am

RITORNARE BAMBINI….

che sensazione splendida ritornare bambini….a maggior ragione quando questo e’  il risultato del ritorno in un luogo amato e desiderato..
dieci giorni in Giordania con gli amici degli astragali sono stati una depprerssione…
da tre giorni in palestina molto spesso torno indietro negli anni ; quando ero bambino…correre nei prati..odorare e mangiare le profumatissime foglie di finochietto selvatico..pulire i carcodi selvati e mangiarseli crudi…svegliarsi all’alba per arrampicarsi in montagna per raccogliere il timo selvatico…(Zaatar)con il suo profumo che stordisce…ritrovare i comagni della scuola elementare..(era uno solo per la verita’..perche eravamo solo in due in classe)…tornare nella casa vecchia dove s’e’ nati…o nella scuola dell’infanzia….o camminare nella terra dove mio padre ha fatto uscire la terra cone le mani nude ed ha piantatato gli alberi di ulivo che ora sono grandi e danno frutti buonissimi….Grazie Palestina per questi splendidi piccoli e preziosi doni…

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12 pensieri su “Roads and Desires: Il viaggio in Palestina

  1. RITORNARE BAMBINI….

    che sensazione splendida ritornare bambini….a maggior ragione quando questo e; il risultato del ritorno in un luogo amato e desiderato..
    dieci giorni in Giordania con gli amici degli astragali sono stati una depprerssione…
    da tre giorni in palestina molto spesso torno indietro negli anni ;quando ero bambino…correre nei prati..odorare e mnagiare le profumatissimi fogli di finochietto silvatico..pulire i carcodi selvati e mangiarsele crude…svegliarsi all’alba per arrambecarsi in motagna per raccogliere il timo selvatico…(Zaatar)con il suo profumo che stordisce…ritrovare i comagni della scuola elemantere..(era uno solo per la verita’..perche eravamo solo in due in classe)…tornare nella casa vechia dove s’e’ nati…o nella scuola dell’infanzia….o camminare nella terra dove mio padre ha fatto uscire la terra cone le mani nudi ed ha piantatato gli alberi di ulive che ora sono grandi e danno dei frutti buonissimi….Grazie Palestina per questi splendidi piccolo e preziosi doni…

  2. affascinante questo scritto di omar suleiman che mi ha preso coinvolgendomi, i miei complimenti sinceri e anche il cappello iniziale, Roads and Desires, molto molto suggestivo.. grazie abele, davvero per post che hanno il respiro delle cose importanti…

  3. i ragazzi e i metodi non sono diversi da quelli di più di vent’anni fa, eseguiti da altri, giovani in divisa anche allora, con le stesse consegne. Interrogare e controllare fino allo sfinimento, fino a che… uno scoppia.ferni

  4. “april is the cruellest month, breeding
    liliacs out of the dead land, mixing
    memory and desire, stirring
    dull roots with sping rain”

    “…. so many
    I had not thought death had undone so many”.

    9 ore per fare 200 km
    6 ore per farne 3

    l’acme della tecnologia: non ci si muove piu’, niente piu’ si muove

    lo spazio e’ compresso: il limite il confine implode
    in una temporalita’ neutralizzata: tutto ri-corre uguale a se stesso
    raddoppiato, triplicato, ri-chiuso

    un’attesa deliberata, inflitta, spietata

    lo spazio e’ ferito: non ci si muove piu’, niente piu’ si muove

    —————– ———— ————————-
    lentamente lo spazio ri-muove, risplende nella sua ferita
    lo sguardo riapre, l’orizzonte torna a correre piu’ veloce

    le colline, le capre, la luce ricominciano a muovere il filo
    delle nostre vite

    1. Do you know this clip at all: http://www.youtube.com/watch?v=3tqK5zQlCDQ ?

      Clear evidence for what T.S. Eliot said about poetry: “It may make us from time to time a little more aware of the deeper, unnamed feelings which form the substratum of our being, to which we rarely penetrate; for our lives are mostly a constant evasion of ourselves.”

      Look after yourself.

      Un abbraccio!

  5. ricordo quei colli, le tombe disseminate lungo la città…Gerusalemme, il muro, le mura… e poi quella che adesso è Shar-el-scheik e di fronte la sagoma delle coste giordane…
    ma allora c’era ancora un pò di pace… e trentanni hao ridotto a questo.
    uno scritto che resta nel cuore. grazie.

  6. Ultima sera in terra

    “Nell’ultima sera in questa terra ci separiamo dai giorni
    dagli arbusti, contiamo le coste che portiamo
    e quelle che lasciamo. La’. Nell’ ultima sera
    diremo addio al nulla, ne’ troveremo il tempo della nostra fine
    restando ogni cosa in quello stato. Rinnova i nostri sogni il luogo
    e gli ospiti. D’ un tratto siamo incapaci di fare ironia
    poichè il luogo è pronto ad accogliere il nulla.
    Qui, nell’ultima sera
    colmiamo gli occhi di monti che cingono le nubi. Conquiste e riconquiste
    e un tempo antico che a questo tempo nuovo rende le chiavi
    delle nostre porte
    conquistatori, entrate nelle case, bevete il nostro vino
    al ritmo semplice delle muwashshahat
    siamo la notte nel suo profondo
    e il nulla
    alba di un cavaliere giunto nell’ultimo richiamo alla
    preghiera
    il nostro tè è verde e caldo, bevetelo,
    freschi i pistacchi, magiateli,
    e i letti verdi del legno di cedro,
    cedete al sonno
    dopo un lungo assedio, dormite sul piumino dei nostri sogni
    le lenzuole sono messe, il profumo alle porte è asperso , e
    numerosi specchi
    entrate, noi ne usciremo, sino all’ultimo.
    E sotto la pelle cercheremo
    quel che fu la nostra storia intorno a voi per contrade lontane
    e alla fine ci chiederemo:
    c’era la Palestina?
    Là o laggiù?
    sulla terra … o nella poesia

    Mahmud Darwish, poeta palestinese

  7. Condivido la nostalgia di Omar Suleiman nel tornare nella sua terra ed, idealmente, alla sua infanzia: alle cose amate, vissute, ai ricordi, agli affetti, alle sue radici…non ho parole per la ferita aperta della guerra, che in questi luoghi sembra non cessare mai, e per l’ “assedio” e l’ invasione perenne degli Israeliani.

    Rosaria

  8. As-tu le pouvoir de prolonger la vie?
    Finché avrai la forza di raccontare nessuno può cancellarti.
    Di questo viaggio vorrei raccontare della generosità infinita di chi ci ha raccontato le proprie storie, i propri luoghi perduti, i propri sogni e la voglia di continuare a resistere a questa guerra, che seppur in alcuni casi silente, è sempre presente, continua, logorante fino alle ossa. E il loro raccontare, almeno quello, non può essere cancellato.
    Un tessuto di storie, di voci, di corpi maschili e femminili che si incontrano forse per la prima volta, forse per pochi attimi, nello stesso luogo, per ascoltarsi, guardarsi, forse interrogarsi.
    Un universo assoluto, assolutamente maschile che si incontra con un mondo, con un corpo femminile, più nascosto e segreto per parlare con altre parole, con altri modi, meno diretti probabilmente, della ferita che li accomuna, della propria terra ferita, della propria vita ferita.
    E come non pensare anche a Lysistrata in questo contesto, come non parlare della centralità del femminile e del bisogno che si avverte in questi luoghi di affermare l’importanza di un universo, invece, sottaciuto, nascosto, quasi indicibile e intoccabile.
    L’intimità che si lacera nello spazio del dono di una parola, nello spazio dell’ascolto.
    Una piccola moneta in dono per noi, un pezzo di vita, di cuore. E questo lo spazio della condivisione?penso di si.
    Ora che siamo tornati qui in Italia, ancora sulla pelle la tracce di cui parla Ivano, ancora i volti, le labbra che chiedono a noi di tornare, il calore, gli abbracci e le mani che si ritirano al saluto per tener fede alla loro fede.
    Ancora negli occhi Sebastia, Nafsjibil, Aasyra, Ramallah, Gerusalemme. Luoghi diversissimi tra loro, seppur accomunati dallo stesso dolore, dallo stesso sangue versato, dallo stesso vivere quotidiano accanto al nemico, accanto al proprio carnefice. Vittime di un’invasione ingiusta, ingiustificata, perenne, che si espande. E ancora insediamenti a macchia d’olio che bloccano i passaggi da un villaggio all’altro, che costringono la gente a percorrere strade tortuose e lunghissime per raggiungere villaggi che sarebbero, invece, vicinissimi. Strade, villaggi, case violate. E l’oscenità di quel muro, di quella barriera che spezza in due le esistenze e a volte anche le resistenze lasciando spazio alla rassegnazione di molti, alla rabbia di altri, alla scomparsa di altri ancora.
    Uomini armati ovunque, donne armate diffusamente, che scrutano, controllano uomini e donne per loro colpevoli a priori per il semplice fatto di esistere e di appartenere ad una certa comunità, ad una certa fede. Mi sembra un rigurgito della storia.
    Torniamo, siamo tornati, è vero, ma consapevoli che il nostro fare teatro continua ad essere il nostro piccolo atto di resistenza.Siamo tornati, ma vogliamo ritornare in quella terra dal profumo di arance e di fieno.

  9. إنني عندما أقرأ خلاصة تجربتكم عندنا(فلسطين)أطيرفرحا
    ربما لانني من ذاك الواقع ,أشعر أحيانا بنشوة الاخوة الممتدة على سفحات الارض الطويلة,أنا على يقين أن هناك أناس يتقنون كلمة لا المحفورة بلسان الاحرار والثوار ,لطالما عشقت هذه الكلمة لانها ترمز للحرية,
    انتم أخرجتم البطاقات مرات ومرات ,ولكن ثقو تماما هذه البطاقات لم تخرج منكم او من حقائبكم إلا لتقول لا,حتى هذه البطاقات رفضت الانصياع للأوامر النازية المتغطرسة..

    عمر – فلسطين

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