Maria Teresa Sampietro: Selvaggia

 

Loup Garou

antefatto

Quando Diletta Morieri vide per la prima volta il visetto congestionato della figlia, arricciò il naso aristocratico cercando di dissimulare un naturale senso di repulsione: certo è che la bambina non sembrava adeguarsi ai lineamenti perfetti della mamma né ai tratti forti e nobili del papà; persino l’incarnato paonazzo stonava terribilmente con la mise rosa pesca della madre, tanto quanto le urla, affamate e convulse, facevano a pugni col rispettoso sussurro della clinica di lusso dove era nata..
“Selvaggia” sentenziò Diletta volgendo un sopracciglio inarcato verso il profilo aquilino del marito “che ne dici, Giorgio?”
“Come vuoi tu, cara”
“E’ anche figlia tua” replicò la donna acidamente, quasi a voler condividere la responsabilità di aver messo al mondo una persona così inadeguata allo standard familiare.
“Mater certa semper…” sussurrò Giorgio tra sé scrutando la figlia quasi fosse uno strano animale da collezione e chiedendosi cosa avesse mai fatto di male per meritarsela.
Il fatto che entrambi non provassero affetto per l’esserino urlante, non sembrava turbarli più di tanto: la piccola, rossa, arruffata, decisamente brutta, non rientrava affatto nell’idea di impegno genitoriale che si erano assunti immaginando forse una sorta di bambolotto privo di voce e di necessità e, soprattutto, bellissimo.
Mancando di tutti i requisiti necessari ad una brava figlia, era logico per i genitori che non vi fosse la contropartita dell’amore.
“Ha il tuo naso” proseguì Diletta “ e Selvaggia è un bellissimo nome”.
“Assolutamente no” disse Giorgio chinandosi a guardare più da vicino la bimba, estenuata dopo l’attacco di pianto “ha il suo naso. Ma Selvaggia va benissimo”.

fatto

A tredici anni, Selvaggia Morieri aveva conosciuto già il meglio della vita, o per lo meno quello che le era consentito sapere: sapeva, per esempio, di possedere un vasto territorio di ricerca all’interno della biblioteca della villa sull’Appia; sapeva che il cane Arnold era un ottimo interlocutore e che mamma e papà non andavano disturbati se non in casi eccezionali; conosceva l’intimo significato della frase “ora sono occupato” e sapeva perfettamente che “ne parliamo dopo, cara” equivaleva a un mai.
Piccola di statura, sgraziata e tozza, la giovane Selvaggia aveva imparato che non oltrepassare determinati confini le rendeva la vita se non felice, per lo meno serena e che all’interno del suo perimetro, rigorosamente privo di specchi, poteva se non altro sentirsi padrona di se stessa.
In netto contrasto con la struttura corporea deficitaria, l’intelletto di Selvaggia era inversamente proporzionale alla prestanza fisica: a tre anni era in grado di leggere, scrivere e far di conto; a sei anni parlava correntemente inglese, francese, tedesco e spagnolo, lingue apprese senza nessuno sforzo dalla miriade di governanti di alto livello che mamma e papà non le facevano mancare mai; a otto anni era in grado di dimostrare complicati teoremi matematici e di esporre senza incertezze teorie filosofiche di una certa complessità; a dodici anni ne aveva elaborate di proprie, ma non avendo a chi esporle, aveva preferito tenerle per sé; Arnold aveva fatto chiaramente intendere che le dissertazioni filosofiche lo annoiavano a morte.
Selvaggia, inoltre, era perfettamente in grado di seguire ad occhio nudo i percorsi astronomici, anticipandone movimenti e ripercussioni sul globo terrestre.
“Vedi, Arnold? Adesso sta variando la pressione; se non riusciremo ad angolare la rotazione dell’asse di almeno mezzo grado, avremo problemi seri…”
Arnold era il risultato dell’unico capriccio vero di Selvaggia: lo aveva preteso a soli quattro anni, mettendo in pratica una serie di urla isteriche che avevano ricordato alla mamma l’esordio della bimba al mondo; benché fosse di razza incerta e di dimensioni assolutamente oltre la norma di un cane per bene, Diletta e Giorgio lo avevano giudicato il male minore e comunque adeguato, brutto e selvatico com’era, alle necessità di quella strana figlia. Cane e bambina, d’altra parte, preferivano non interferire col resto della famiglia, restando padroni assoluti di parte del giardino e della stanza di Selvaggia, atipici ed estranei alla perfezione omologata dell’insieme.
Arnold era suo malgrado un cane colto, intelligente, innamorato della padroncina e circospetto nei confronti di “loro” intendendo con questo termine sia la quotata servitù, sia i genitori di Selvaggia, perennemente adeguati e politicamente corretti.
Insomma in qualche modo, la vita continuava a scorrere, fino ad impennarsi sgarbatamente nel tragico giorno del

misfatto

“Non può essere scappato. Non lo farebbe mai.”
“Signorina Selvaggia, stia calma…”
“Non sono calma. Cercatelo ancora: Arnold non mi lascerebbe mai. Deve essere da qualche parte.”
Selvaggia strinse gli occhi, cercando di contenere la voglia di urlare: già durante la notte si era accorta che il suo unico amico non era con lei, ma aveva giudicato che preferisse l’aria fresca del giardino al caldo opprimente della stanza; da tempo non ricordava un mese di maggio così afoso e, pur avendolo previsto grazie ad una complessa serie di calcoli sulla cubatura della foresta amazzonica moltiplicato l’effetto serra per il diametro del buco nell’ozono, sia lei che Arnold soffrivano l’afa e passavano chiacchierando all’aperto buona parte della notte.
Non ricordava però che il cane si fosse allontanato da lei per più di una mezzora.
E questo la atterriva.
“Non è in casa né in giardino, Signorina Selvaggia” disse rispettosamente Madame Celine, la governante.
“E allora cerchiamolo fuori”
“Non le è consentito uscire, Signorina. Non da sola…”
“Vado a chiedere il permesso” rispose risoluta Selvaggia, accingendosi a varcare il confine del proprio territorio.
Un sentiero naturalmente incolto segnava la barriera con il giardino padronale: quattromila ettari di prato inglese ed aiuole coltivate esclusivamente a rose in gradazione di colore.
Selvaggia passò il limite con l’universo parallelo respirando forte, seguita dai passi affrettati di Madame Celine.
“Arnold è scomparso. Devo uscire a cercarlo.”
Diletta sollevò il volto appoggiando sul piattino la tazza di the, senza produrre il minimo rumore.
“Buongiorno, Selvaggia” rispose. Da tempo non inarcava più il sopracciglio a causa delle dosi reiterate di botulino che le avevano fissato il bel volto alla stregua di un dipinto restaurato di fresco.
“Come dici, cara?” chiese Giorgio Morieri.
Selvaggia non ricordava una sola volta in cui suo padre avesse chiamato qualcuno per nome: era per questo convinta che lui semplicemente non avesse bisogno di definire le persone con qualcosa di “proprio”
“Devo uscire di qui per cercare Arnold. Non c’è più”
“Non c’è bisogno di cercarlo. L’ho fatto portare via.”
Selvaggia strinse i pugni, in attesa della spiegazione.
“Stamattina Diego lo ha trovato morto sulla sponda dello stagno piccolo. L’ho fatto portare via.”
“Dove esattamente?”
“Non so dove lo abbia portato, Selvaggia…”
“Dove esattamente è stato trovato?”
“Chiamo Diego e ti faccio accompagnare.”
Senza dire una sola parola, Selvaggia seguì il vecchio maggiordomo fino alla spiaggia in rena artificiale che delimitava lo stagno piccolo, si fece indicare il punto esatto dell’ultima sosta di Arnold e poi chiese di essere lasciata sola.
Una serie precisa di calcoli e segni scritti sulla sabbia, portavano ad un affossamento del terreno lambito dall’acqua stagnante.
Gli occhi di Selvaggia si riempirono di lacrime via, via che comprendeva l’immensità del dono: Arnold le aveva lasciato in eredità la formula ultimata per la rotazione di grado dell’asse terrestre.

di fatto

da “Il Corriere della Scienza”

“Premio Nobel in Astrofisica alla giovanissima Selvaggia Morieri per uno studio sulla possibilità di variazione dell’angolazione dell’asse terrestre. La scienziata, appena diciottenne, ha asserito di aver trovato la soluzione grazie al fratello Arnold, prematuramente scomparso.
La Fondazione Arnold Morieri continuerà sulla strada intrapresa e percorsa con successo da Arnold, nel suo ricordo imperituro” ha detto commossa la neopremiata.
I genitori della scienziata non erano presenti alla cerimonia.”

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12 pensieri su “Maria Teresa Sampietro: Selvaggia

  1. un testo che fa riflettere, oltre che per la profondità del suo dolore, sulla grande forza che scaturisce dal non amore. tutti, abbiamo le stesse potenzialità, e tutti possiamo essere tutto, ma il più delle volte, il nostro naso non ci permette, di vedere più in là.
    non riesco, per la serena sofferenza che m’ha trasmesso la lettura, a dire di più, ma ci scriverei un trattato.
    guardo pisolo, e godo, consapevole di essere una persona molto fortunata. ora, vado a giocare con lui, e lascerò con gioia, tutto il sale che vuole, sulla sua lingua.
    sono ignorante, e non conoscevo. grazie, abele, di questa bellezza.

    simonetta

  2. quanta ironia e grazia da questo breve racconto scritto in prosa dalla bravissima maria teresa sampietro che fluttua come poesia..
    r.m.

  3. I racconti brevi hanno, a mio parere, una forza in più. Sanno concentrare nel poco il tanto, se ben scritti. In questo caso ho trovato ben strutturato questo racconto che in sè racchiude temi importanti come l’amore, la solitudine, l’egoismo, l’edonismo, l’amore per la conoscenza, l’abbandono affettivo, il dolore, la forza che risiede in ognuno di noi. La sottile ironia coniuga bene ognuno di questi temi, rendendolo scorrevole e di facile assimilazione. E se,conoscendomi, alla fine della lettura mi rimane un sorrisetto sulle labbra posso dire che ho letto qualcosa che mi è davvero piaciuto. Grazie della proposta Abele e complimenti all’autrice.

    Federica Nightingale

  4. La scrittura di Maria Teresa è tagliente ed essenziale sia in poesia, sia in prosa. Questo brano è perfettamente strutturato e compiuto: ogni particolare è necessario al racconto e alla definizione dei personaggi e del contesto. Il tema scottante del rapporto (o, meglio, dell’assenza di rapporto) fra genitori e figli è mitigato dalla sottile ironia e dalla figura di Arnold che svolge la funzione di nutrimento spirituale e aiuto nello sviluppo della persona. Così l’apparente assurdità del completamento della formula al momento della morte del cane simboleggia il distacco necessario alla vita e alla maturazione di tutte le qualità individuali.
    Una metafora attuale e toccante in una prosa perfetta e resa viva dalla struttura dialogica.
    Interessante la suddivisione in capitoli, insolita in un racconto così breve, che permette allo scrittore di dividersi dalla voce narrante e poter così esprimere un “giudizio” senza toccare l’asetticità della narrazione.
    Grazie ad Abele e a Maria Teresa.

  5. siccome non so fare commenti tecnici e siccome mi manchi da troppo tempo dirò solo che ritrovarti qui mi ha commosso. ho letto e riletto questo brano da due giorni. e ci ho pensato a lungo…ecco diciamo che sono certa che questo ci ho pensato possa farti comprendere cosa e quanto io pensi della tua scrittura. an

  6. un racconto ben scritto e articolato, in cui significati allegorici e letterali definiscono una serie precisa di calcoli e segni scritti sulla sabbia. forse, nel contempo, questo è anche il limite maggiore del brano che m’è parso un po’ ingessato. ad esempio, non mi sarebbe dispiaciuto un repentino spostamento nell’asse terrestre in un test di prova messo in atto da selvaggia nel buio ramingo della sua cameretta, con conseguente *esondazione* del thè della tazzina di diletta.
    : )

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