Federica Nightingale/Poesia

Federica Nightingale: C’erano le ore

Arshile Gorky

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATASTE AL SOLE

Sono ammassi,
cataste d’estate
Che riemergono
su precipizi a bordi
Sfrangiati
D’ombre sempre meno
avulse
Nei granai,
fra le tempie e la pelle
Orti disseminati si torcono
fiorendo sui banchi di terra
Nera e rossa a punti
Dove le farfalle indugiano
mangiando l’aria crepata
Si è come battuti dal cielo
Nell’orda che cambia ondeggiando
Liscia sul prato
Libellule grandi e spavalde
S’intersecano fra rami
Lette le scie salubri s’intrattengono
Ansiose
Che poi non v’è riparo al suolo
Ancorato da radici grottesche al
Mescolo

D’un volo sapido e un’edera
Rispedita fra muri intolleranti
Eppur fermi immobili
Necrosi rigida quella calura
Imponente
Ai fiori gialli le zucchine siedono
Cotte d’aceto nelle pentole dal bollore
Lento
Sui gas aperti di cortili ciechi
Rispettosi al tempo esile che accantona
L’inverno poi richiuso in vetri
Di vasi piccoli da aprire fra la nebbia
E il gelo
Nei campi una parola sosta zitta
Di uccelli ripetuti al volgersi remoto
Che il giorno ripudia ancora
Nel seguito
ci sarà sì
L’ombra sacra del martire che aspetta
Nell’atrio focale d’una lente spessa
Coltre sorella di gesta che si perderanno
Domani
Nel vento del nord

  

Arshile Gorky

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’ERANO LE ORE

C’erano le ore nelle strepitio
stanco di una gioia smossa
E le doglie di un parto a termine
che non superava la notte
Fra le cortine di polvere
si alzava la pena
di quando ancora un bollire
sottotono s’incantava per nulla

E ora le nubi s’apprestano a gonfiare
Oltre le rose del giardino si sente
un lamento che il vento domina
Il braccio alzato contro il sole

Denti d’oro rilucono e non mordono

Le bocche si schiudono per un sibilo
laddove non esiste il decoro
e neppure lacrime da consumare

C’era un groviglio astuto che premeva
nel fondo
e poi ancora un cavillo addomesticato
che dormiva da anni
Eppure si sentiva l’aria giocare
che il futuro sbraitava tanto e forte
al suo passaggio

C’erano le ore nello strepitio
stanco di un dolore smosso
Aperte le stanze e volate via le foglie
sui muri non vi sono ora ombre a passeggio

Ma impronte

Che lascino esse solo deserto

Fioriscono cactus anomali
a forma di pietra

Elevata sui giorni

Fioriscono segni sulle crepe diritte

Senza sogni
Senza piedi e mani

Vuoti all’interno come scavate buche al passaggio

RETROGRADO MOVIMENTO

Retrogrado movimento
d’intersezione al pensiero
Dubbio d’abile mano
sul silenzio imposto
Aperta una porta si copre
il sogno

D’improbabile il senso
riluce
Per essere in intimo
soggiogare di braccia
Immuni
Da ferite brucianti sul
petto deserto
Cosa mai raccoglie questa
Cieca speranza
Le ossa riposte in scatole
D’acciaio
Rivolto lo sguardo
screpolando pupille al sole
Nell’immortale volgersi
d’un inesatto desiderio
a scaldare notti d’infuocato gelo
Un solco riapre nubi
rabberciate al sogno
come desolate lande di
terra secca ad attendere
acqua
Vile tradire il tempo
e avanti andare
A dispettose corse
impedire una meta
Eppure,eppure
le carezze non muoiono
Sempre si spreme l’anima
al cospetto d’un Re
Reciso in vita
E in morte rinato.

(Ho sepolto le colpe in un tardo pomeriggio d’estate)

19 thoughts on “Federica Nightingale: C’erano le ore

  1. Sequenze scandite con misura e dis-incanto. L’incedere lento e cadenzato del tempo, dell’anima e delle cose di sempre. Come un campo di nuvole, di ossa e gelo, di solchi-spiragli. La vita un raccolto misero e di luce insperata.
    Grazie Federica.
    Abele

  2. che belle, queste emozioni, scendono come la nebbia, a coprire per ridare ore migliori. quei fiori gialli e le zucchine che siedono, e i denti d’oro e le nubi gonfie. è davvero come un susseguirsi di singhiozzi, che smorzano il pianto e fanno rifiorire il tempo, anche dal fango.
    noi siamo partoriti dalle ore, ed ogni cosa ha il suo tempo. e lui, nell’impasto di un cuore buono, ci rinasce ricordo.
    è farina, la parola, e l’autrice è il suo lievito migliore. mi complimento, davvero.
    grazie.
    simonetta

  3. “Cieca speranza
    Le ossa riposte in scatole
    D’acciaio
    Rivolto lo sguardo
    screpolando pupille al sole
    Nell’immortale volgersi
    d’un inesatto desiderio
    a scaldare notti d’infuocato gelo”

    Mi par di vivere in questi versi il riflesso del mio sentire. Grazie!!

  4. il senso di una natura generosa ma che anche si ripiega su se stessa e in ogni fibra umana.
    c’è un senso sulle cose (forse la memoria?) che conserva e che ripone (“L’inverno poi richiuso in vetri/Di vasi piccoli da aprire fra la nebbia”; “Le ossa riposte in scatole
    D’acciaio”)
    un senso che non si può tradire: “Vile tradire il tempo/e avanti andare”
    e anche se “E ora le nubi s’apprestano a gonfiare”


    Eppure si sentiva l’aria giocare
    che il futuro sbraitava tanto e forte
    al suo passaggio

    la rinascita (ci) accompagna, non fosse altro.

    questa la mia lettura.
    grazie all’autrice e ad Abele.
    ciao

  5. La mia impressione è che Margherita Ealla abbia intuito il leit motiv tematico di queste liriche: il ripiegamento (“C’era un groviglio astuto che premeva / nel fondo / e poi ancora un cavillo addomesticato / che dormiva da anni”).
    C’è come un andare all’interno, uno scandagliare che trapassa la superficie perché la sua meta è quella di rendersi prossimo all’osso da raschiare, da spolpare, da decodificare (“Fioriscono segni sulle crepe diritte”), ma anche solo da sospendere, come in quelle “impronte che lasciano solo deserto”.
    Un procedere per tempi lunghi, lenti, dilatati, si potrebbe dire appositamente ritardati, come per “assaporarsi” in ciò che ci scava e che ci rende vulnerabili.
    Allo stesso modo, i solchi, le pieghe, i ripiegamenti per quanto volti a riaprire, a creare come una fenditura di luce, in realtà non fanno che conclamare l’idea di un deserto e l’urgenza di un acqua che possa non dico purificare ma almeno placare una sete congenita e ricreare l’illusione di una possibile/impossibile fertilità.

    Un solco riapre nubi
    rabberciate al sogno
    come desolate lande di
    terra secca ad attendere
    acqua

  6. Che bella “C’erano le ore”! un testo in cui, pur “nello strepitio
    stanco di un dolore smosso”, brulica il futuro. Un lessico secco che non indulge a cedimenti.

  7. Retrogrado movimento
    d’intersezione al pensiero
    Dubbio d’abile mano
    sul silenzio imposto
    Aperta una porta si copre
    il sogno

    Ritmo e parole creano un effetto di svelamento sorprendente. Complimenti sinceri, bellissimi versi.

  8. “C’era un groviglio astuto che premeva
    nel fondo
    e poi ancora un cavillo addomesticato
    che dormiva da anni”

    Questi su tutti m’indicano il nord di Federica, quel punto – cristallo di gelo – conservato “al riparo” del ricordo, da sciogliersi cuore capace d’incanto, nella casa dei versi. Una casa fatta di gesti e colori e suoni e atmosfere e stagioni e rincorrersi di tempi diversi ma di uguale visione interiore. Leggere queste poesie è stato come assistere a un ritorno, allo stupirsi delle cose conosciute e circostanti, trovando il tempo di gustarle comprese nel senso complessivo del proprio agire. Una voce pittorica impetuosa e piena di travalicante trasporto, capace di scindere l’emozione dal concetto metaforico elaborato che restringe di netto il campo dell’espressività focalizzando un punto. Complimenti all’autrice.

    Doris

  9. Un ringraziamento per il commento, la lettura sensibile e acuta di Doris. La definizione di “voce pittorica” mi è molto cara perchè rappresenta la “forma” dell’essenza del mio scrivere. In realtà, quando scrivo, spesso io stessa mi sorprendo ad adoperare il pennello al posto della penna. Grazie davvero.

    Federica Galetto

  10. Questa poesia si propone di aprire lo sguardo su un mondo d’insperata bellezza che, per qualche maligna ragione esistenziale, corre il rischio di essere trascurato. Il lento procedere dei tempi verbali all’imperfetto indicativo è scandito, a tratti, dall’anafora “C’ era / C’ erano” ad inizio verso che crea un’aspettativa, come di una progressiva scoperta. Le immagini si rincorrono con una punta di nostalgia, non si tratta solo di rievocare ciò che la memoria più o meno conserva, piuttosto emerge una necessità di valutare a pieno, d’intraprendere una ricerca di senso. La matrice dei testi è dunque assiologica. Si vedano questi versi che voglio citare a titolo di esempio:
    “C’erano le ore nello strepitio / stanco di un dolore smosso / Aperte le stanze e volate via le foglie /
    sui muri non vi sono ora ombre a passeggio…”
    E’ intenso qui l’avvertimento di una perdita, il dolore, tuttavia, non impedisce di cogliere il dinamismo della situazione, il suo svolgersi con riguardo al tempo che passa ed è registrato con un tono di pacata e struggente nostalgia. In tale contesto di spessore ricopre un ruolo significativo l’evocazione del mondo naturale, a cominciare dagli eventi, semplici e umili, propinqui alla sfera personale dell’autrice, ma trasfigurati nella terza persona che impone un distacco e un dominio sul vissuto. La progressione dei testi, caratterizzati poi da una certa lunghezza, ha, per concludere, uno svolgimento fintamente narrativo, sebbene educato ad una musicalità sottile e pervasiva. Marzia Alunni

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