Antonio Sabino: Ombre

Arthur Hacker

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OMBRE

Troviamo forma e canto come nasce il mattino,
senza voce, senza alcuna espressione, senza peso
ma potete capire se d’adulto o bambino
da un tremolio capire se siamo d’un indifeso

che gioca a sembrare ancora forte e senza affanno.
Noi siamo costrette al non riposo indefinito
ed ogni luce che dona forma causa danno
perché voi non conoscete ancora l’infinito

dolore che è racchiuso nel nero
della superficie inesistente
ci credete più lievi del pensiero
pensate che proviamo niente

siamo della terra e della carne
siamo della persona la maschera strana
escogitata per nulla farne
se non d’ingombra fattezza vana.

Sveliamo nell’intimo il più vasto segreto
per questo ci preferite alle vostre spalle
schiacciate sotto i piedi, con un discreto
inutile intento di svellerci dalle

vostre ultime continue proteste
d’esser esseri immortali
dal confondere testi con teste
e di credervi non uguali

al numero delle anime che ingombre
dei loro corpi sono state incarcerate
ed ora giacciono ai vostri piedi, ombre,
e voi sognate che si son liberate

CANTO D’ULISSE E PENELOPE

Ho composto degli astri
per un tempo che non ha cielo
e dell’invocare d’un vecchio veliero
la parvenza d’una prua all’orizzonte
del mare che non fosse senza limiti
ho fatto quasi un simulacro bifronte.
O chiglia sospirata dal flutto
d’un eburneo stelo incline
a increspare la piana fronte del Tutto
per negare al suo viaggio la fine,
siedo sulla riva
sulla riva d’un cumulo di strame
raccolto da un contadino sbilenco
e nei suoi riflessi vedo il cordame
ch’intrecciandosi dona l’elenco
dei patimenti, il nodo del mio soffrire,
ad ogni sosta tesa in un unico grano
ravvedo come in un passaggio il partire,
il tagliare l’onda e l’approdare,
ad ogni sosta tesa in un unico grano
lo stesso cammino del tornare
– al viaggio del mare presiede Giano
e non Nettuno, egli giusto l’accoglie –
ma chi siede sopra al seggio del giacere?
Non certo chi degli insepolti vigila la sorte,
perché insepolto è chi gode di luce e fuoco,
mentre di me e di te le medesime porte
del mondo son senza cardini e non han gioco.
Qualcuno nella casa, tra le onde,
sulla spiaggia, tra la roccia e le mura,
ha dato alla infanda parola di morte
l’accento della sorte sicura,
qualcuno ha prestato la mano
qualcuno ha schernito chi chiede,
eppure sento come la Nemesi
poggiare al mio il tuo piede.

RUSKIN IN TRINCEA

Non c’è tempo per le consacrazioni,
i carnevali ributtanti dei cioccolatai d’ultimo pelo,
e per ogni pedestre tentativo
di venire alle mani con il tempo e scolpire un volto,
ve ne sono mille e non cento
di fallimenti da elencare sotto un porticato tanto ampio
da fare invidia alla sorella d’Agrippa.

Eppure ci sono ancora di questi
che praticano l’ostetricia cimiteriale del “mi racconto”
perché lo pensano men discreto
più sociale, ma è tanto ammuffito quanto la parete
più umida della loro piccola casa,
ed è un vizio che è dettato dalla pretesa del vivere
giacchè, parliamoci chiaro, vivere è pretesa

Sì, il vivere è sempre intimamente una pretesa,
fuggevole, insensata,
un tendere l’arco per colpire una distesa
invisibile, una vetrata
immensa e inesistente benchè paia estesa,
come una cosa immediatamente nata,
paragonabile, nel mio sonno, alla resa
d’una cattedrale sventrata
da una bomba precisa, ecco da dove nasce
il frantumo della vetrata.

E vedo all’improvviso indicatomi dall’incerto dito
di un compagno rannicchiato
un volto riaffiorato
dal cumulo di terra dove l’avevano seppellito,
un volto come il nostro
ma forse solo più scarnito
puntuto, tutto rostro,
dilavato all’infinito
dalle lacrime di chi l’ha lasciato,
dalla pioggia che è caduta ad ogni istante
inumidendo la zolla,
dalla pioggia che a noi l’ha riportato
raffiorante dalla fossa dove l’hanno seppellito
la fossa verticale d’una trincea
come tante
il posto dove ti danno il ben servito
ed ho visto in quel volto di sasso il non finito
di Michelangelo,
in lui che raggelato gridava a ragione
d’essere non di pietra, ma di carne,
tramutato in quel affranto prigione
che cedeva alla fatica dopo lo schianto
delle membra per liberarsi dall’incanto
d’una terra che non è più nostra né sua
ma è campo aperto all’insonne vigilia
che ci strappa le ore dell’ultimo riposo.

Arthur Hacker

 

 

 

 

 

 

 

SENSI

No, perché questo mondo non è sconcio,
neppure sciapito o inane,
ma solo il teatrino che a me stesso acconcio,
un battagliar placido di rane

Pieghevole come un sipario cartonato,
sul quale fare pressione
con modo e senso che è già stato dato
al momento della creazione

Ed è presago chi non muove più la mano
Né accumula forze che tanto poi sperde
Per dare forma e misura sempre invano.

SENSI II (O L’INVANO VANTO)

L’alba non dirada i canti, né gli ultimi suoni,
ma la mente sola puo’ gettare nel nulla
l’architrave traforata dal moto
d’una luna apparsa,
d’incanto,
tra quelle bandiere squarciate che son nubi,
distese a cielo a cielo pressapoco
come un inestinguibile immenso manto
che diviene al rimbobar di fuoco
d’una foglia autunnale lo specchio stanco.

Vedi allora delle piccole e grandi cose
l’invano vanto
e dell’anemone traghettator di rose
su una distesa di tempo emetico
-suo è il rigettare mode e pose-
il cangiar in papavero retico,
questo giallo l’altro bianco,
perché mai v’è stato altro giorno
come quello del secolo d’ora
che sia stato così anestetico,
perché mai v’è stata altra bora
a sconquassare di schianto il nulla
per dare alla rinfusa il suo niente,
piccolo, docile, cane perdente
bave e bava dalla strana luce
che pare quasi produrre la limassa
e non essa della luna
ma la luna d’essa
sembra fare da risuono e grancassa,
così talvolta il mio sguardo si posa
su queste così finite e minute
cose che s’agitano sulla terra,
pensando che non il mio sguardo
ma il loro corpo un senso serra
e che ogni mio pensiero
ch’io tra certo e incerto traguardo
sia solo e soltanto perdiora
lanciata su uno stagno che è cielo
senza tramonto e aurora

IO NON ESISTO

Io non esisto
nel gorgo
o forse più a valle
nel borgo
o forse più a monte
Io non esisto
e sono insensibile alle ragioni delle altre esistenze
perché non ho di queste ragioni
non ho spiriti, passioni, essenze,
Io non esisto
se non nell’ultimo recesso della mia immagine
disperso nell’aria
ad osservare l’immensa distesa delle cose
questa unica, plumbea, diurna voragine
fatta di statue semoventi, piccole pose,
frasi spezzettate solo dal serrarsi dei denti,
senza pause dettate dal voler dire,
dalla logica, dalla fascinazione delle menti,
Io non esisto
se non nei libri che un giorno ho scrutato,
se non tra le pagine che scritte ho scritto,
se non nei volti che visto ho guardato
e nei resti di un paese su di una collina,
tra gli alberi mezzi incerti, piegati dalle stagioni dure,
tra i tronchi aperti allo sconcerto del vedere il mondo
piagato dalle più semplici e corrive fenditure,
e se risalirete per una strada sassosa,
magari in un’ora che conceda la divina ebetudine
dell’occhio che puo’ ammirare senza posa
solo l’incanto di una eterna e silente solitudine
allora forse mi vedrete, mi vedrete nella mia assenza,
e sussurrerete il mio nome, balbettio infando,
tentando con le sillabe, d’un botto, di darmi esistenza.
Vedrete quella estranea luce che piano spando
piccolo corso che subito sulla terra rinsecca,
ed udrete il suono che nasce per un singolo istante
da una orchestrina miserrima, incompleta e stecca
dopo stecca udrete, perché questo è il mio mondo,
un suono a voi stridente, uno specchio convesso e tondo,
un riflesso che non è percepibile dalla vostra mente
gravata al suolo da un unico, invincibile e trasparente pondo.

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9 pensieri su “Antonio Sabino: Ombre

  1. Un altro poeta pianista, altrettanto elegante e raffinato. Poesia dall’ampio respiro quella di Antonio. Sa dare voce al tempo, agli eventi, al mito, seguendo le dinamiche di uno spartito.
    Grazie, Abele.

  2. Mi piace questo Poeta elegante, classico, musicale. I versi sono davvero strumenti che suonano in modo armonico; è un genere di Poesia senza tempo,che non stanca mai. Grazie per averla proposta e complimenti all’autore.
    Federica Nightingale

  3. “Non c’è tempo per le consacrazioni,
    i carnevali ributtanti dei cioccolatai d’ultimo pelo,
    e per ogni pedestre tentativo
    di venire alle mani con il tempo e scolpire un volto,”

    Una parola poco indulgente nei riguardi del mondo, da cui la salvano il ricordo, la scrittura e la natura, sia pure deformata.

  4. Incantata da “Ombre”:

    Sveliamo nell’intimo il più vasto segreto
    per questo ci preferite alle vostre spalle…

    complimenti sinceri all’Autore.

    Un saluto a tutti, e un abbraccio ad Abele.
    stefania

  5. Conosco e ammiro da tempo il talento di Antonio Sabino. Ritrovo qui la sua forza di visione e i ritmi che giustamente, prima di me, sono stati definiti musicali. Sensi II, così risonante, così piena di immagini preziose e mutevoli, continua ad incantarmi occhi ed orecchie, più di quanto le sirene poterono con Ulisse:

    O chiglia sospirata dal flutto
    d’un eburneo stelo incline
    a increspare la piana fronte del Tutto
    per negare al suo viaggio la fine

    versi che respirano il ritmo, il respiro senza fine di uno sconfinato mare di dentro. Bellissimi.

  6. Ringrazio tutti per i commenti e Abele per la magnifica accoglienza e la cura (i dipinti di Hacker sono splendidi), alla domanda che ha posto Rosaria di Donato rispondo che effettivamente è quanto anelo e non sono solo note di un romantico sentire ma qualcosa di più forte, credo, direi quasi un ossessivo rincorrere i confini del concetto ( o meglio dei concetti) di esistere e di non esistere.
    Grazie ancora a tutti e un saluto
    Antonio

  7. Trovo l’uso alterno di settenari ed endecasillabi molto tattile, da pianista appunto. E’ un poesia che emette suoni per me molto familiari. Risonanza.
    Grazie.
    PVita

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