Pasquale Vitagliano: Poesie Civili (2)

 

David De Figueredo
 

PERCUSSIO ARMORUM

Ascolta le voci in distorsione
e i ronzii sintetizzati
martellare
gli incubi
che questo nostro deserto
incarna
in folle di occhi accecati
……………………………………….

Tornano gli insetti!
Li puoi udire in ACOUSMATRIX 7:
la folla punzecchiata
e troppo tempo assopita.
Schiaffi!
Sulle spalle,
sulle gambe,
sulle guance…
Schiaffi! Insetti! Schiaffi!
Se riverrà il dolore.
Sarà la notte che sempre ritorna.
……………………………………….

E non più PAROLE, ma
SCHIAFFI!
Non è più il tempo
delle preferenze:
Vuoi? Credo…
DICO!
Ripiomberà il tempo
sofferente del silenzio,
acclamato in delirio.
………………………………………

Eppure attendo che
i clacson
trasfigurino
nel canone osceno
di un tango argentino.

 

Che ci fa questa villa stagionale

 
come una velina dentro il telegiornale
a rompere la visione prospettica di
questo arco romano più metafisico

di una delle melanconiche piazze d’Italia,
sporcata da indecifrabili griffe metalliche
senza metropolitana. Spazio senza luogo
alcuno se non il quadro di pittore anonimo;

tempo senza memoria, cascato in terra come
un frammento incomprensibile, vestigia senza
origine sopravvissute senza pasolini non al dopo
ma all’anti-storia caudale senza più uomini.

Quale irriconoscibile forza tracima nel nostro futuro.

 

APOCALYPSE NOW

Sulla Promenade,
Tra vecchie signore in carrozzella
E certi scrittori
Affacciati ai Caffè
Sui fiumi rumorosi:
Acheronti senza approdo,

L’Europa perse il mare:
Non ha più mappe, né recapiti.
E senza mare
La porta d’Otranto
Non porta al cielo
Ma ad un castello desolato.

Chi attese al Bosforo,
Fu ingannato:
A Panama era il passaggio.
Ma le Tigri non passano da lì;
E adesso attendono
Sulle Black Hills.

Per loro il sangue è nutrimento;
Non è un fiore all’occhiello.
E la capitale del Nuovo Ordine
non è più Roma
Ma Bogotà o Pechino.
Mucchio selvaggio di volontà.

Primo incesto di purezza,
Danza cieca e acutissimo canto:
Grande illusione d’ombre.
Portate le navi in arsenale.
non è più il tempo di viaggiare.
Prore sono le facce approdate

Sulle nostre tovaglie sparecchiate:
Il Naturalismo ottocentesco
Non è più all’orizzonte.
E’ stato soqquadro.
E la storia non è finita in Occidente.
E’ suonata la ricreazione.

Si sono lanciati i reggiseno bianchi,
Ma si è ritirato il mare;
Ci hanno tolto la frontiera.
Ed è rimasta una piaga
O una piega,
Una smagliatura;
Smarrendomi in essa,

Chiedo al viaggiatore immobile:
Chi sono i barbari?
Chi sono i pionieri?
Abbiamo chiamato
Villaggio Globale
Quello che è stato solo
Un recinto:
A chi una tanica d’acqua;
A chi un paio di scarpe.

Per voi il gsm;
La paura dell’euro,
E dei cinesi.
Chi si chiamò Skandemberg
Non servirà il pranzo,
Non lo fermerà il leone.
Allora: Save Our Souls.
Ma risponderà il silenzio.
Ci rimarrà : http \\ www
Indirizzo invisibile,
Recapito inesistente.

Poesie Civili 1

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10 pensieri su “Pasquale Vitagliano: Poesie Civili (2)

  1. Grazie, Pasquale, per queste altre tue poesie civili. Apocalypse Now la sento come un canto funebre, la morte del Mare Nostro. Discorso che mi sta a cuore anche per essere nato a due passi da Otranto, che più di qualunque altro posto simbolizza questa morte. Penso anche alle parole di Franco Cassano che fino a qualche anno fa con il suo “Pensiero Meridiano” parlava ancora di Mediterraneo, sostenendo che non era un un mare come gli altri (“Esso non è come l’oceano, un integralismo del Mare, una partenza senza ritorno, ma porta fin dal nome l’idea di un legame difficile, ma inevitabile, tra le terre”). Ci penso consapevole che non ci è rimasta nessuna speranza, come ben dici:
    “Si sono lanciati i reggiseno bianchi,
    Ma si è ritirato il mare;
    Ci hanno tolto la frontiera.
    Ed è rimasta una piaga”

    Abele

  2. “Ripiomberà il tempo
    sofferente del silenzio,
    acclamato in delirio.”

    civili e profetiche, oserei dire.

    Pasquale, sai bene, oggi la nostra *resistenza* è ancora più necessaria, non ti nascondo un profondo senso di smarrimento e paura, grazie al cielo esistono punti fermi come te e Carmine, e tanti altri. E’ oggi necessaria la coesione delle voci, seppur distinte, diverse e distintive nelle proprie peculiarità.
    a presto, come una promessa.
    n.

  3. tensione (dice enrico de lea) percussione (avverto nell’ottimo ritmo scandito dal lessico nella prima)
    come di rimbombo, come se il mondo non girasse più in silenzio sull’asse, ma trasportasse allo stesso tempo il cigolio di un disfacimento ad opera dell’umano, l’urlo dello stesso e ancora il suono (ebbene sì, fastidioso) di un tamburo che dia una mossa (a quando la ri-scossa?) o forse un colpo finale, per ancora le piaghe in eterno ritorno: “Se riverrà il dolore. /Sarà la notte che sempre ritorna.”

    Mi piace molto questo canto, lo sento nudo e “necessario” (proprio di una sua necessità interna e non solo quella etica che poi diventa del lettore) e mi ritrovo molto nel bel commento di Abele.

    Grazie
    ciao

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