Margherita Ealla: Finestre

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FINESTRE

(in riquadro)

E davvero, nel vetro convesso dove cerco riparo
dove deformando mi trovo
un baluginio di zucchero, da orecchio a orecchio
messo sotto ghiaccio, come un piccolo calco
si stabilizza il foro.
Per giunta io, si capisce, rosso e non statistico

tanto che il punto di pericolo
è l’orrore e non sentirlo tale.
Così le inquadrature, se anche fossero acqua e sapone
e di fronte alle tele
il pennello dell’inguine
tenebre al dunque. Tinte.

*

Lo sguardo indugia sul cortile
filo a filo di finestre, dai ballatoi
un umore di minestre nel colmo si rovescia.
Sta rientrando, conversa alla vita, quale lato al palo, quale che si cambia e appende
forme di belle speranze che il venditore ambulante
promette sotto casa: serve una certa figura mia cara signora
per poter stare al mondo.

Guanto sul foglio, dall’altra parte della strada dritto in rovescio che si gira e
ancora Ida: il cuore sverna alla ringhiera potato
a pezzettini, lei li rammenta interi
giorni sulle unghie. Guai d’amore non si langue.
Al sole in altro oriente la sposa scioglie le carezze nude, qui la mocciosa
fra la sarabanda chiede: giochi alla bambola, sta sulle scale
di quest’aria che la strema, sempre poi che viva, rende umida la fronte.

(Se sei troppo ubbidiente puoi scambiare per miopia
il tenere fede agli occhi)
Forse mi amava. E i piani sfitti sono quelli rialzati
dichiara il cartello in una riga, scusando la pazienza e già
che spera la testolina interno nove
Fossi lei muoverei il sedere
lentissimamente.

*

Non si dovrebbero aprire i fanali
per lo stupore delle gocce al vetro
il volto improvviso si vede così additato
a mille scoperte:
il sorriso a fossette della ragazza di fronte
quella che muove le anche a dispetto del velo
e il finto sollievo del venditore porta a porta
quando chiude la giornata in macchina
dopo l’ennesimo rifiuto.

Perché quanto più è ferito
l’accendersi del mondo sotto il portone
dal modo di fare costante della luce
di schivare le ombre per il tutto o niente
ora e adesso o più sicuro
e l’occhio è un sarto a ricucire il buio
dell’illusione squarciata dentro il solco d’acqua
tanto lei chissà se aspetta
la notte farsi da parte in bianco.

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*

Periferie, decalcomanie o in abuso
fuori dal vaso
le luci scoprono acide
il sasso da un pezzo tramutato in edilizio
nessun conflitto
protegge sia l’insetto, sia il coito interrotto
dell’orizzonte a caldo.

Da che mondo, a rovescio, stirato
sul lastrico d’asfalto
dentro i bricchi il latte diventa
preso da impazienza
sonnambula: “tabula rasa”
e alla finestra accesa il suo biancore
non viene meno il rullo compressore
o un fiore alpino altrimenti ammutolito.

(in triangolazione geodetica di visi)

* α di febbraio

e il vagito respirante già si strappa
sulla città aguzza di tetti, pali, croci
rallenta al tiglio dei giardini pubblici
prende, s’imbuca, sfiata.

è un tempo non proprio alla giornata
non proprio d’inverno in un nevischio
a fiori , corteggia in aria o lapida i pensieri
di un mulinello che profuma in giallo.

Incontro un vecchio, tanto di cappello
non ancora morto in tutto quel mortorio
il gilet a stampo sul petto di una volta
il vino economico basta che sia scuro

e la mortadella rosa d’amplissimo digiuno
nel sussultare sodo. Fuori, adatto al volo
se e dell’airone, piuttosto la cassa buia artigianale.
Sì, nel bene il male, la visione che martella fine

finemente il polso.

Mia cara si è -qui
su un cavalluccio a dondolo
che quando è stufo
sgroppa.

* ε di maggio

Oh
il sogno che si presta già da maggio
quando filtra salvifico all’estate

sarà, ma tanto forse non sorbisce
l’anice di un cielo shakerato
fino a ieri da cubetti in fin di vita
nuvole sciacquanti i propri panni al sole.

E dato il ben di Dio si aprono le viole
delle gonne appena strette alle ginocchia
in corso è tutta una provvista di occhi
che sembrano cicale.

In fondo chi non muore si rivede
anche se il passo annienta il suo profilo
nel petto e nella donna linguacciuta
che declina proprio in faccia al marciapiede

gridando

le nefandezze dei piccioni
con le mani ancora in frenesia di latte .

* ω di novembre

un assalto di lunghe file d’ossa
la corsa
verso il tram del centro.

L’ammucchiarsi ha il sopravvento
su favole insepolte , i clienti spolpano
le merci in cimiteri , gli dei, i denari, ipocrisie al mercato.

Adesso, mai più proibito
solo l’alibi è carne della carne

Va nella direzione? – mi chiede un’anima
perduta (magari è la mia in salita)
lungo facce a cremagliera.

Forse (si va comunque) attaccati all’esistenza
e al corrimano, la necessità di scendere
qualcuno, alla fermata dorme.

Intanto cercano le salme
l’amore della vita – lo scampanellio poi desta
quello soffocato

sono in ritardo, ho fretta, farò in tempo
e si viaggia, passandosi l’un l’altro
lumini

e notte e alba.

rw[1]

(in scorrimento)

Acque, non ancora privazioni.

La padronanza dell’Adriatico a carponi
fra balere e discoteche
non alza mai la voce, anzi
si ritira.
C’è questa insolenza umana di sostituire
fiumi e anche mari, all’occorrenza

il sangue bolle d’aria
e sulla linea di sinistra
la pompa non basta a contenerla tutta.

Ecco si rovescia
sulla gabbia di ombrelloni raggrinziti come mani
a toccar ferro

o sculettanti l’ombra dello sballo
portata via agli spicchi, sottobraccio persi
nel rientro.

Sovraffollarsi in vento e fino a questo punto.
Qui, un asciugamano caduto nel momento del bisogno
scopre il resto. Là, dove si fa più posto, il bulbo di un cranio spunta da un quaderno.

*

un fiotto il cielo
e dentro cecità che ingoia
già sputa alveoli sulla strada
e macchie di mattino.

In controspinta almeno
l’orina fresa i marmi delle statue
zampilli in testa -cornucopie
seppure svelte nel mutare direzione

tanto più in incognito l’ombra da voltare
quanto sul marciapiede a rischio di cadute.

Lo fa veloce col piglio dei bambini
che giocano a rialzo col futuro
mentre il riso in bilico sul muro
aumenta lo sbattere di ascella.

*

Anche da qui

in questo sottopasso d’animo agli scuri
s’intravede la mannaia d’anni e luoghi
cantano sull’affresco i cori
il dissesto mostra angoli d’inverno.

Oggi la gita su San Tomè rovescia
l’incertezza di esistere all’estate
(altro guizza verso il buco dell’ozono)
ogni secolo traduce sulle pietre
il guado e l’ala d’angelo rende
obliqua la bellezza.

-Signori nel chiostro non si dà risposta
sul passaggio mantenetevi in fila –
la polvere che si morde la coda
appena poi nasce, si scrosta

e sempre così o al più sosta
nel tempo sbadigliato alla fiamma
Dio è morto, urge, s’inganna
già pungola, in pace

è finita – andate.
Voce o campanello d’allarme
l’ugola al soffio del mantice.

(in prese d’atto)

Dove tutto comincia
che sia uno schizzo o una scatola nera fra due guanciali
i vetri scorrono, mostrano il bimbo roseo già nel taglio
e il tempo all’orlo succhiato
goccia a goccia
o tracannato in fretta, un sorso e via.

Perché buono a sapersi che il sangue
salta i fossi e i cordoni ombelicali
e che ci si sente immortali sul filo a piombo
ai respiri prossimi
cadendo.

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*

È che a metà della fiaba
non credi alle colpe dei lupi
o che gli occhi degli adulti affossati cerchino mirtilli
fra i mille raggi nei boschi della lastra.
Una rx che fresca ti scopre in qualche traccia
con i morti a cavallo della schiena e non si dà in parola
la mano sulla faccia che se non altro
accarezza, se non altro schiaccia.

*

Alla fine un telo e dietro un polverone
il tubo digerente del cantiere.
Non so quale escremento cavino al biologico

o se è questione di calcolo, oltre che di macchinari
tenere divisi i cieli. Quelli interiori

che quelli fuori non si fanno di memorie.
Hanno le proprie vesciche natatorie
e non tralicci d’osso dalle fossa craniche
a reggersi sui due piedi.

*

E a ridosso del morente
la voglia di cominciare daccapo
nei giorni del dopo, quando l’io è un rifugio
stanato e dai vivi ti fai pungere le mani.
Poi ci pensano i sospiri a darti occhi allegri
rilanciandoti la palla e la fiducia nella storia

che il cielo umano sulla tavola anatomica
è pur sempre una volta cranica illustrata.

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20 pensieri su “Margherita Ealla: Finestre

  1. Brutalmente potremmo dire che veniamo al mondo buttati giù da una finestra. Segue poi un eterno spiare e spiarsi addosso.

    Il cinema è “ruffiano”, sa quello che vogliamo e nel buio ci serve in primissimo piano (due film che mi colpirono da ragazzo Il Prato e Tootsie, la Rossellini e Jessica Lange):

    “Così le inquadrature, se anche fossero acqua e sapone
    e di fronte alle tele
    il pennello dell’inguine
    tenebre al dunque. Tinte.”

    Si indugia sul cortile “filo a filo”: spaccati di vita, panoramiche/carrellate che evaporano in un continuo vociare, inseguirsi di sguardi. Questione di stile, il dettaglio per il tutto, la pennellata ferma e sicura. Come tante istantanee di una predella di un dipinto che ci governa:
    “l’anice di un cielo shakerato
    fino a ieri da cubetti in fin di vita.”

    Questione di buone maniere e di buone letture, galateo esistenziale, elegante forma di resistenza (la vita, si sa, va presa con leggerezza).

    Grazie Margherita!
    Abele

  2. Scusami Margherita, sono andata in overdose. E avvisa la prossima volta, mica ci puoi sparare poesie di questo calibro con un solo colpo!

    Che dirti? Mi son sentita come quando mio padre mi accompagnò da bambina alla Reggia di Caserta, ed io non sapevo più dove guardare.

    Lo stesso stupore, lo stesso entusiasmo. Sarei bugiarda se ti dicessi che ho colto tutto. Posso tornare ancora, vero?

    Per ora ti dico solo: MERAVIGLIA!!!

    E ti abbraccio.

    Rossella

  3. mi pongo, in religioso sentire, nei silenzi fragorosi di questa poetica ricca di umori…e rinasco a vigore sconosciuto. Margherita è poetessa vera. Plasma il plasma delle parole vampirizzando significati arcani e ti porta esattamente dove volevi…..per dizione, alla perdizione.
    Grazie ad Abele per l’ennesima dimostrazione di buon gusto.

  4. Un omaggio meritatissimo alla Grande e Unica, sai siete veramente pochissime ad accendermi, diciamo mezza mano. Stupende finestre tutte, ma questo già lo sai. Quello che ho preferito e amato già in altra lettura
    (in prese d’atto). Intendimi fantasmina mi piace tantissimo tutto ciò che scrivi…ma quei versi in modo particolare mi sono rimasti dentro.
    Grazie per l’invito è stato un lauto e raffinato pasto.
    Ciao Poeta.
    I miei ringraziamenti anche al padrone di casa che dimostra un gusto sopraffino.
    frantzisca

  5. Che bella questa antologia delle tue poesie, che trova nella finestra la parola che bene le accomuna.
    La finestra si rivela un punto di contatto tra l’interno e l’esterno, il fuori è come un palcoscenico e tu una telecamera che intercetta tutto quello che passa, signori strani, figure sculettanti e l’adriatico a carponi, queste figure passando guardano dentro anche loro.
    C’è lo scambio osmotico degli sguardi tra il mondo che scorre fuori e quello che dentro agita il suo pennello inguinale.

    telemaco

  6. È che a metà della fiaba
    non credi alle colpe dei lupi
    o che gli occhi degli adulti affossati cerchino mirtilli
    fra i mille raggi nei boschi della lastra.
    Una rx che fresca ti scopre in qualche traccia
    con i morti a cavallo della schiena e non si dà in parola
    la mano sulla faccia che se non altro
    accarezza, se non altro schiaccia.

    *

    Alla fine un telo e dietro un polverone
    il tubo digerente del cantiere.
    Non so quale escremento cavino al biologico

    o se è questione di calcolo, oltre che di macchinari
    tenere divisi i cieli. Quelli interiori

    che quelli fuori non si fanno di memorie.
    Hanno le proprie vesciche natatorie
    e non tralicci d’osso dalle fossa craniche
    a reggersi sui due piedi.

    Tutte e due insieme, come parti della stessa storia, dirigibile e non digeribile, con cui ci si va a spasso, come con la propria colecisti senza accorgersi che, dopo un po’ di…vita, si sviluppa una specie di vescica natatoria per tirarsi fuori dalle acque basse del racconto fattosi scuro, tetro e nero da non poterci sopravvivere e. Scopri che scoprendoti c’erano naufragi da vivere, finestre da staccare, e, una parete dopo l’altra, sentire che l’unico muro insormontabile e smontabile sei tu, prima di ogni altro. Grazie, un mondo a cui non mi ero ancora affacciata.fernanda

  7. Ma grazie! @rossella e @frantzisca sempre generose come me, mi fate sentire circondata da così tanto affetto e complicità femminile da sentirmi inorgoglita;
    @stefano che mi riconosce capacità per al di là di quelle che ho, ma tant’è. poi, poi mi piacciono molto le sue letture con i suoi giochi alti di parole.
    @giancarlo davvero bellissimo commento, capace di legare gli aspetti in quello “sguardo osmotico” che è anche e soprattutto del lettore, io credo.
    @fernirosso: ottima anche la tua lettura, che ha sottolineato parte della “storia”, restituendola in modo universale, che era poi il mio sentire (che la “storia” personale di sottofondo è proprio di una corsia d’ospedale – mio padre operato d’urgenza per un grave blocco intestinale).

    Un abbraccio a tutti. GRAZIE.
    anche e soprattutto ad Abele, che ha scelto immagini molto molto significative (oltre, naturalmente, ad avermi attribuito fiducia)

    ciao

  8. Ringrazio anch’io e do il benenuto a Rossella, Frantzisca e Giancarlo. Grazie anche a Stefano, a Ferni e a te, Margherita. Auguroni per tuo padre!
    un abbraccio
    Abele

  9. Avrei potuto mai rifiutare anche qui l’occasione per una figuraccia?

    Non ho salutato Abele accipicchia, né l’ho ringraziata per averci dato questa opportunità!!!

    Lo faccio ora, chiedendo scusa.

    Veniamo a noi, cara. Ho approfittato delle prime ore della domenica per tuffarmi nella tua poetica. Tranquilla, nessun senso di colpa! Non avrei fatto un tubo in casa, non è per me periodo di ordine maniacale, anzi a dire il vero odio l’ordine maniacale e non.

    Avendo tanto “materiale” davanti, ho avuto la consapevolezza che una voce come la tua non solo si distingue, ma si eleva tra mille e più voci.

    Non potrei dirti quale poesia, quale verso mi abbia colpito, mi sia piaciuto di più, questo non sono in grado di farlo. Ti ho detto più volte che vado a empatia, a vibrazioni, a battiti.

    Con la tua poesia, e credimi, non è la solita “lisciatina” tanto per, mi accade ciò che sempre dovrebbe accadere quando si legge POESIA.

    Perciò, mia cara, prendo in toto, ciò che appare in vetrina, anzi in finestra, scappo col bottino e ti ringrazio per le emozioni che mi hai fatto vivere. Inoltre, ti auguro una buona domenica.

    Sarei sprovveduta, non distratta, se questa volta dimenticassi di salutare e augurare una buona domenica ad Abele.

    Rossella

  10. beh, qui su wordpress posso ancora commentare.
    quindi ritornerò di passo in passo con più calma su questa progressione geometrica di versi (dritto, rovescio, double fas) di forza in calco labile.
    “periferie, decalcomanie o in abuso / fuori dal vaso” l’avevo già letta suiduepiedi. il resto direi di no e pertanto me lo lascio decantare dando tempo al tempo.
    per ora m’è balzato all’occhio in incipit lo *zucchero* (“baluginio da orecchio a orecchio”), che subito m’ha rievocato un’altra lirica dov’era scritto: “così sul davanzale la formica muore / schiacciata senza un esame autoptico /per un granello di zucchero).
    è giusto il caso o solo un caso?
    mmmm….

  11. beh rossella, un po’ in colpa cmq mi sento, perché ti so molto presa.
    malos tu, tu puoi dire mmm che te ne sono già grata (sì il granello di zucchero, qui è la mia bocca sorriso, però sai, sono nate vicine e poi prob. scrivo sempre della stessa cosa, che a furia di dai e dai :))
    Grazie di nuovo ad Abele che accoglie gli ospiti come io non saprei fare.
    ciao

  12. ecco, dunque non è un caso. intendo: la formica fa provviste di sorrisi per l’inverno…
    vieppiù tutti scriviamo sempre le stesse cose: parole parole parole.
    così, tanto per non smentirmi infatti anche.
    :)
    e allora entro nel riquadro: lo studio di funzione del vetro è l’equazione della finestra. e la finestra è l’incognita aperta sul mondo (intesa anche come finestra-schermo tele-visivo). ergo, se l’allarme è rosso e noi si tira avanti sorridenti, beh o è mancanza d’empatia o è eccesso di **fiction**.
    difatti mi pare subito di cogliere uno sdoppiamento dell’io poetico che nel guardare la ragazza di fronte *si guarda* rientrare in casa “conversa alla vita” (mirabile definizione d’inciampo di marcia, che immagino confluente di traverso), nudo corpo figurante (forme di belle speranze), più che altro. di conseguenza, ida rimpalla addosso al foglio (la *nostra* ida?) ancorandosi alle parole-boa: la piena della minestra ha superato il livello di guardia e la misura è colma, *onde per cui* appare giudizioso l’avviso di “muovere il sedere / lentissimamente”.
    un universo allegorico, dunque, scritto per gioco e giocato per davvero, anche perché le sfitte al cuore fanno male seppur “ancheggiate” piano piano (rialzati… riàlzati!).
    bellissimo e dolente quindi, il lampo di luce dell’auto-coscienza (i fanali contro le gocce del vetro, alla finestra) in cui si (ri)scopre, nel contempo, il proprio volto e il mondo circostante, all’improv-viso, negandolo all’illusione del buio, del sogno indefinito.
    e il tutto culmina nello spettacoloso “la notte farsi da parte in bianco”, in cui mentre si cerca la *costante* (della luce) nella variabile incognita, si trova come risultato una “notte in bianco” e un “farsi da parte” che è un drogarsi nell’angolo buio più appartato. ma non solo: c’è pure l’esorcismo del foglio bianco, capace costringere col il malessere della notte a allontanarsi, facendosi da parte.
    eh, direi che “lei” ha aspettato, ricamando ottimamente il buio.

    (il resto poi)

  13. Sei entusiasmante Ealla!!!
    Hai un talento indiscutibile, una poesia di stile][ con il Tuo stile veramente prodigioso:-)))
    E devo dire che mi accendo d’entusiasmo raramente anch’io…
    Tornerò per una nuova lettura. I testi erano davvero molti, ma credo di aver assorbito: ora [dentro] devo elaborare.
    Ho la convinzione che la poesia – in particolare – vada meditata a lungo. Almeno per me è una necessità…
    Grazie di cuore.
    Grazie ad Abele.

  14. che apprezzamenti generosi! Grazie davvero
    a malos, che mi prende la parola come un calzino e me la mostra con l’impronta dentro del piede ancora calda :), insomma la anima, tanto che se anche faccio fiuu, quella si gira e mi dice che segue il malos
    a carmine vitale e nina maroccolo (a entrambi la mia ammirazione) che mi fanno davvero arrossire per l’onore.

    Ancora grazie ad Abele.

  15. (in triangolazione geodetica di visi)

    divisi. momenti di visi (un vecchio in attesa dello sgroppo, una donna da marciapiede, facce a cremagliera) che cercando una giusta collocazione nello spazio-tempo mediante la triangolazione, implicitamente tutti mi domandano “si va nella giusta direzione?”
    eh, fermandomi un attimo a riflettere non posso che rispondere che *sì, e non potrebbe essere altrimenti*: la direzione è la freccia del tempo (non climatico) e noi siamo la feccia del tempo
    :))
    vieppiù, come si può sbagliare e la necessità di vivere (a partire dal primo vagito) e di morire (le salme coi lumini)?
    in mezzo c’è il sogno in oh-maggio, in cui l’aprirsi stagionale delle gonne e il richiamo del corpo (a mo’ di naturale necessità ornitoide) fa sì che le “viole” cerchino i “piccioni” – e vice versa – poiché, siccome recita il proverbio, chi disprezza compra (ergo di nefandezze così nefan-do tutti…).
    così, se l’alibi è carne della carne, labili sono i margini tra la geodetica e la *godetica*. ed è nel continuare a correre (tutti arriveremo in tempo, quando si compie, il tempo) passandosi il “corrimano”-testimone, che sta probabilmente il senso dello smarrimento collettivo (del senso stesso).
    ottima e impietosa, come sempre.

  16. in prese d’atto (la solita storia)

    Rifacendomi a te e a un “vecchio titolo”… la solita storia è che rimanere aspirati dentro ai tuoi labirinti è così facile e non oppongo resistenza, anzi… sei unica e la tua unicità è fatta di immagini personalissime a scorrimenti multipli contemporanei, tu spremi emozione pura Margherita, inciti a percorrere le tue traiettorie che diventano proprie, come a
    -mosca cieca- : voce narrante e solo il senso tattile della corporeità delle tue parole e suggerimenti per approdi fatti di percezioni indotte prima, dilatate poi. Adoro la tua Poesia (caro bulbo)…

    Doris

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