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ROMA/AMOR di Plinio Perilli (SALVIAMO CINECITTA’)

“Cent’anni d’Indifferenza”

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1398_-_Alberto_Moravia – by Roberto Matarazzo

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MORAVIA COME ERA, E PERCHÉ CI MANCA                                                        

Alberto Moravia (Roma, 1907-1990) ci appare, cosa strana, sempre più lontano e sempre più raggiunto, datato eppure perfettamente avverato… Pochi in realtà lo leggono, ma tutti noi dovremmo farlo, proprio per tornare alla profonda elasticità di una lingua duttile e lucida, laica e sensuale, coerente e quasi educata, elegante di malessere. Così, anche chi non lo capì, fuorviato da ben altre radici – e sogni – generazionali, deve ora rendergli merito. “L’opera di Moravia rivela che la letteratura è una forma della religione” spiega Franco Cordelli “e che questa forma, a partire dall’età moderna, coincide non con la fede, con l’abbandono e l’ingenuità, ma con la cultura, la consapevolezza, la resistenza.”

L’impazienza di Moravia! Memorabile e aneddotica! “Moravia è agitato: non riesce a restar fermo un attimo…” – annota Leo Longanesi in un diario del ’41 – “Guarda distrattamente un po’ tutti, poi finisce col dire che è stanco della guerra, che è stanco dei nostri discorsi, ch’è costretto ad occuparsi di cose che in fine ben poco lo interessano”… Variato ma coerente interprete dell’unico sentimento che sostanzialmente pervase, sia in superficie che in sottofondo, il Secolo – ben al di là e al di qua delle febbri nichiliste, delle folli violenze dittatoriali: l’indifferenza, la noia, l’apatia, l’indolenza… se non complice comunque ignava, sussiegosa al Potere. “Gl’indifferenti! Potrebbe essere un titolo storico.” – divinò Borgese già nel 1929 – “Dopo i crepuscolari, i frammentisti, i calligrafi, potremmo avere il gruppo degl’indifferenti. E sarebbero i giovani di vent’anni. Speriamo di no. Il Moravia e quelli che gli somigliano sapranno uscire dai panni di Michele…”

Balza in scena, Moravia, pensoso e fiero, amletico e risentito come la sua prima eroina: Entrò Carla. Quella terza persona che già era la prima, flaubertianamente: “Ella fece di nuovo il vano gesto di respingerlo, ma ancor più fiaccamente di prima, ché ora la vinceva una specie di volontà rassegnata; perché rifiutare Leo? Questa virtù l’avrebbe rigettata in braccio alla noia e al meschino disgusto delle abitudini”…

Un universo laido ma educato, inquieto eppure agiato, benpensante e malevolo, compunto e maldestro, fatto di Cortigiane stanche e Amanti infelici, figli disubbidienti e cameriere licenziose, piacenti madri corteggiate e figli adolescenti travagliati da un futuribile, melanconico complesso d’Edipo: “Nei primi giorni d’estate, Agostino e sua madre uscivano tutte le mattine sul mare in patino”…

Scrittore senza storia, lo disse erroneamente Luigi Russo: niente di più opinabile. La Storia, piccola o grande di Moravia, fu quella stessa della borghesia europea addentro il secolo più ambiguo e feroce della cosiddetta Modernità… Egli fu invece, eccome, uno scrittore di coscienza, un perfetto termometro (o addirittura sismografo!) morale, di decennio in decennio… Gli anni ‘30 dei consueti, cinici Indifferenti (e dell’italico, prototipo Conformista del doppiogioco), gli anni ’40 dell’Epidemia, d’un dramma bellico che solo il surrealismo consente di trasfigurare; e i ’50 del populismo becero ma irridente (Racconti romani)… Poi La noia e il benessere degli anni’60; da cui un’alienazione immedicabile, eternamente indolente: L’automa, Una cosa è una cosa, Il paradiso, Boh

Glielo riconobbe perfino Vittorini, che è tutto dire, in tempi di acceso radicalismo, e nientemeno che sul “Politecnico”! Scomodando grandi categorie come la “Morale dei freni e attività morale”; e parlando di un romanzo come La Romana, cioè sostanzialmente di una “ragazza che si mette a fare la prostituta”, della madre complice e degli uomini che le ruotano attorno: “E questo chiamo conquista della nostra letteratura: che l’efficienza di un nostro scrittore sia tale da aver aperto un conto (nella morale, nella vita, in una certa linea di rapporti umani) che non si chiude su di lui stesso.” Correva il 1947. L’anno del Dolore di Ungaretti e del Diario d’Algeria di Sereni! Sugli schermi scorreva il neorealismo in celluloide di Rossellini e Visconti, Germi e De Sica.

Poco importa che non fosse amabile. Non è mai amabile una verità scomoda, per sé e per gli altri: “Gli occhi le si riempirono di lacrime; tutti erano colpevoli e nessuno, ma ella era stanca di esaminare se stessa e gli altri; non voleva perdonare, non voleva condannare, la vita era quel che era, meglio accettarla, che giudicarla, che la lasciassero in pace.”

Per questo fa un po’ sorridere, leggere oggi la livorosa stroncatura che Carlo Muscetta, grande critico marxista, gramscian-lukacsiano, decretò al suo Conformista (1951), accusandolo di non saper “neppure concepire che possano esistere personaggi positivi”. Molto più in linea l’analisi dolente di Ungaretti, fin dai tempi degli Indifferenti: “La società non è tutta a quel modo, né mi sembrano a Moravia simpatiche le persone che presenta; ha una certa debolezza solo per Michele. Ma più che uno strato sociale, egli vuol mostrarci una certa china della società… Lo stesso Michele, se ubbidisce a stimoli morali, ne ha dispetto, tanto sono stanchi; e una liberazione, anche lui non l’aspetta che da beni materiali.” Flaiano insisterebbe col sarcasmo, nostro eterno e magico antidoto: “Comunque, di Moravia potremmo dire come Voltaire di quella signora che, controvoglia, per mostrarsi spregiudicata, teneva discorsi blasfemi: ‘Ha un bel dire, sarà salvata’.”

Lo si voglia o no, piaccia o meno – Alberto Pincherle in arte Moravia è stato e rimane il nostro ‘900: impaziente e immobile, abissale e torbido, conversevole e macerato, intossicato di malesseri, ombra dopo ombra. “Egli sa che la psicologia non è solo psicologia: ma anche sociologia.” arguiva Pasolini recensendo nel ’61 La noia in parallelo con l’incomunicabile e non meno angustiata Notte di Antonioni: “Tutte e due le opere esprimono l’angoscia del borghese moderno”… “La sua figuratività è sempre espressionista,” – rilevò Enzo Siciliano – “ma di un espressionismo voltato al dato interiore, esistenziale. Appunto, narratore esistenziale, invece che realista.” Dall’epica della realtà all’epica dell’esistenza.

Perfetta incarnazione della sveviana, rigenerata categoria del giovine vecchio, o del vecchio giovine, Moravia girava sempre vestito alla moda, molto giovanilistico: camice a fiori o molto colorate, pantaloni a zampa d’elefante: memorabile una sua foto con l’irruenta Marina Ripa di Meana (allora Lante della Rovere) e un’altra sgarambona, discinte in seta nera, boa di struzzo, tacchi alti e paillettes; e lui promosso, risucchiato lì in mezzo a quell’abbraccio in marcia della vanità e della bellezza, come un dissonante, rapinoso fotogramma epocale; come un pensatore neoantico, più socratico che nicciano, della Gaja Scienza contemporanea…

Quasi che le sue stesse, potenziali creature, volessero ora andargli in soccorso, e recitare, denudarsi appunto personaggi in cerca d’Autore?!… “‘Devo mascherarmi?’ domandò la fanciulla con voce dubitosa e profonda, senza alzare  gli occhi da terra. La madre rise: ‘Svegliati Carla’, disse agitandosi con quel suo ondeggiante velo spagnuolo; ‘a che cosa pensi?… non vorrai mica andare al ballo senza mascherarti?’.”

I racconti in prima persona femminile degli ultimi tempi furono stanchi, pleonastici, irridenti quanto irrisori. Ma il cauto polemista vegliava lucido, illuminato… Impegno controvoglia, ammetteva egli stesso. “Scrittura ideologica”, rilevava Pasolini… Attraversò tante guerre, dittature e democrazie, sempre senza perdere l’ignudo filo del raziocinio, lo sguardo giusto (orripilato o speranzoso) sul mondo…

Ma nei suoi viaggi inesausti all’estero – terzo e vorremmo dire finanche quarto mondo – c’è il meglio di sé. Le lettere dal Sahara (1981) sono il suo ultimo capolavoro, il vero romanzo senza altri protagonisti, forse, che la pasoliniana Nuova Preistoria: “Il deserto che è sinonimo di morte, riesce in qualche modo a ispirarmi un’impressione di vita.”

Noi tutti abbiamo ormai perso il romanzo, spiegava a Ferdinando Camon, e siamo adesso in piena letteratura: “Il romanzo nasce fuori della letteratura, come forma del giudizio morale e come durata: la letteratura invece non sa che farsene né della durata né del giudizio.”

Non ci sarebbero mai più state parabole di destini, personaggi simbolo: solo accadimenti vièti, agili e banali: un immenso spot di Realtà dentro alla Realtà, una continua, ininterrotta pubblicità in presa diretta, un consumismo di ogni gesto e pensiero; e parole svuotate. Insomma, la filosofia del reality show

Non fu amato, Moravia, dalle sirene e rivoltose vanità generazionali: troppo lucido, disincantato, a suo modo severo. Ma verso i giovani fu generosissimo. Quando Renzo Paris gli segnalò il Nanni Moretti in super8 di Io sono un autarchico, andò a vederlo, e ne scrisse con moderato ma efficace entusiasmo… Aiutò il maledetto/ironico Dario Bellezza (che di lui mi parlava con gustoso e misterico sarcasmo, additando il suo manifesto, ma anche platonico appetito sessuale: “Mi chiede sempre di presentargli le mie nuove amiche!”) fin dalla prefazione del suo primo romanzo, L’innocenza. Ci torna in mente una felice annotazione di Dominique Fernandez: “Questa triplice fiducia nella natura, nel corpo e nel sesso si ritrova lungo tutta l’opera moraviana, salvandola dalla sterilità e dall’astrazione.” Perfino Mario Soldati, amico di vecchia data, gl’invidiava la “meravigliosa costruzione ideale” di Io e lui (1971), il romanzo in cui il protagonista dialoga mentalmente col proprio membro, impertinente ed erotomane: “Ma la freddezza clinica, ma il rigore scientifico con cui sono eseguite tutte le descrizioni più carnali assolve automaticamente Moravia dalla sciocca accusa di compiacenze erotiche o di oscenità”.

Noi sottoscritti, che avemmo la ventura di conoscerlo, prima dai ricordi di nostro padre cineasta (che con lui collaborò a varie sceneggiature, in una smaliziata e frondista accolita che comprendeva anche Flaiano e Patti, Lattuada e Malerba, Zavattini e Pietrangeli, Castellani e De Feo), poi personalmente, in vari incontri e occasioni, ne constatammo sempre la burbera gentilezza, e una totale, pignola disponibilità, seppur venata di fertile scetticismo…

Diceva di non amare scrivere per il cinema – ma la sua impazienza lo spingeva a entrare in quei trust di cervelli più o meno riottosi e sarcastici. Perfettamente cavalcando, parodiando, se era il caso, tutti i generi: per Lattuada, a esempio, passò da Luciano Zuccoli a Verga, da La freccia nel fianco a La lupa… A Soldati prestò la trama de La provinciale, e a Godard il plot de Il disprezzo… Scontentò entrambi, ed entrambi lo scontentarono…

Noi gli telefonavamo talvolta – pieni anni ’70 – per balde, taglienti intervistine da settimanale, vaghe inchieste e pareri “sociointellettuali”, una ininterrotta presa di posizione civile: e mai in lui venivano meno la gentilezza dei modi, la precisione e anche la secchezza dei giudizi. Cosa pensa delle Tv private? E della moda dei film horror? E dei “franchi narratori”?…

Tutti insistevano a chiedergli, infliggergli risposte su tutto, in fieri e in progress:ma davvero nessuno come lui sapeva e poteva questionare, discettare a tappeto, come un classico filosofo peripatetico, ruvido e divertito… Col suo procedimento un po’ a spirale, spiega Cordelli con Sklovskij, né verticale né orizzontale: “ciò che segnava il passaggio dalla vita ‘ingenua’ di tutti i giorni alla vita ‘sentimentale’ della scrittura: la mossa del cavallo.”

E capì perfettamente, molto prima dei sedicenti politologi, il nuovo disagio dei cittadini verso la società civile, insomma la nausea della falsa politica, a partire dagli anni ‘80: “Infatti i romanzi che ho scritto in questo periodo non hanno nulla di politico,” – confessava ad Alain Elkann – “salvo L’uomo che guarda in cui, appunto, in un certo modo è descritta l’agonia dell’impegno politico. Quanto al parlamento europeo, chi ha mai detto che nei parlamenti si faccia politica? I parlamentari sono istituzioni per legiferare e la politica, se ci arriva, è presente come rapporti di partito.”

Moravia ci manca – ecco la verità: diversamente ma non meno dell’impegno inesausto, febbrile di Pasolini; o della composta, elegante leggerezza di Calvino.

Gli ultimi tempi, manifestamente invecchiato, intristiva così, lucido ma sordastro – e tutti intorno che dovevano alzare stentoreo il tono di voce, parlandogli. Lo ricordo alla presentazione di un libro di poesie di Elio Pecora, rimasto in piedi in fondo alla sala, sempre lieto di esserci e sempre pronto ad andarsene. Perennemente illuminista ma indifferente, partecipativo ma controvoglia, annoiato e impaziente. Ma il suo Diario europeo del 1980, è una miniera dei tic, delle mode, delle nuove tendenze che presto, ahinoi, avrebbero trionfato: “Dormo poco, da cinque a sei ore per notte e, aspettando di alzarmi, per mezz’ora o un’ora guardo al Videomusic, le cui immagini in qualche modo si accordano molto bene con l’idea di una fine del mondo ballata, cantata e suonata”…

Nessuna illusione e nessuna utopia: solo una grande, sconfinata fede nella Realtà, con tutti i suoi ospiti, turisti o concittadini… “La cosa più importante è che l’arte ‘agisca’. Essa è venuta al mondo per ‘agire’, cioè per comunicare con gli uomini”… Alberto Moravia era un romanziere che agiva. Un idealista eminentemente pragmatico…

Ed anche la sua casa romana di Lungotevere della Vittoria – oggi organizzata come un piccolo prezioso museo, diretto dalla Toni Maraini – mi apparve, ormai spogliata del suo grande ospite nonché padrone, davvero il perfetto calco della sua scrittura: sospesa e concreta, aerea, terrazzata (uno splendido attico mediamente borghese affacciato sul sinuoso corso del fiume e della Storia; tanti libri ma ordinati, e ovunque un severo, diffuso lucore); ma anche proiettata dentro il reale, il traffico delle macchine e dei problemi, l’intasamento delle coscienze e delle emergenze… Una vera panoramica, filmica ed emotiva, del ‘900 che aveva romanzato e abitato: “Un’immagine che si ferma un po’ più a lungo sullo schermo, è un sostantivo con aggettivo. Un primo piano è un punto esclamativo, e infatti i primi piani oziosi irritano come ogni sottolineatura inutile. La macchina da presa procede come una macchina da scrivere”…

Davvero l’esatta metafora, registica e architettonica, narrativa e introiettata, della sua vita e della sua arte.

Plinio Perilli

 

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5 pensieri su “ROMA/AMOR di Plinio Perilli (SALVIAMO CINECITTA’)

  1. Un altro capitolo dal libro di Plinio, RomaAmor, da dedicare a Cinecittà, a chi si batte per il proprio lavoro e per conservare la nostra memoria storica. Un omaggio questa volta a uno scrittore, che più di ogni altro è stato “adattato” dal nostro cinema, Alberto Moravia. Scrittore che si è occupato di critica cinematografica, che molto è stato influenzato dal cinema nella sua opera e che del cinema e del suo mito nell’Italia dell’immediato dopoguerra ne ha fatto il tema di alcuni suoi lavori (penso ai tanti richiami nei ‘Racconti romani’ e al racconto ‘Il provino’, in particolare). Questo omaggio ci permette di continuare a parlare dei grandi della nostra letteratura, dopo il ritratto di Augusto dedicato a Elsa Morante. E anche Plinio, come Augusto, ci offre un affresco affascinante filtrato dal ricordo personale.
    Grazie, Plinio.
    Abele

  2. manderei volentieri a p. perilli e a Voi tutte tutti un mio ex libris fatto per moravia.. peccato oggi un po’ in ombra, personalmente mi è sempre piaciuto molto e ricordo bene le sue pagine sul cinema pubblicate sull’espresso..
    r.m.

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