Cinema/Ivo Perilli/Plinio Perilli/SALVIAMO CINECITTA'

ROMA/AMOR di Plinio Perilli (SALVIAMO CINECITTA’)

Ivo Perilli

ROMA/AMOR

Ivo Perilli con Dino De Laurentiis

   Palindromo imperfetto, eccelso e antiquo, Caput Mundi concreto e ideale Finis Terrae, Capitale della Storia e dell’Arte, ROMA non si legge antipodicamente eguale da entrambi i versi, ma come un alfabetico Giano “bifronte” intona ed evoca AMOR, l’Amore – e forse, realmente, rappresenta e insegna quella quadratura del cerchio, quel divino umanato che gli ingegneri dell’arte e gli architetti della fede hanno inseguito per secoli, per millenni, sempre e solo sfiorandoli, come s’incarna e si sfalda insieme la trasparenza di un’Utopia.

   Per chi è poeta – vi nasce o ci diventa, la questione è annosa! – anche solo le sue strade, i suoi nomi, le vestigia vorticose e immote, scrivono e dettano un fluido o petroso, inesorabile e arioso romanzo di formazione. Srotolo, ecco, i miei ricordi personali dell’infanzia: certe visite familiari ai luoghi di culto, sacri o pagani era lo stesso, se laici comunque restavano, brillavano, anche gli sguardi felicemente più cristiani.

   Perfetto, smodato rito di Se Stessa, Roma/Amor mi ha subito insegnato l’Arte attraverso la Storia e viceversa: come a dire, la Poesia attraverso la Prosa, il Sogno per consueto tramite di Realtà: “…Verticale, sconfinato / orizzonte: specchia ciascuno a sé, miraggio si ritrae.”

   Ricordo un’intervista “culturale” di qualche anno fa, in chissà quale televisione o radio presunta “libera”: – Le piace Roma, la sua città?

   Reagii affabile, replicando: – Ma quale Roma?… Ce ne sono tante…

   Naturalmente non fui capito, anzi cordialmente indispettìi, evasi dallo stereotipo, imperdonabile peccato mortale…

   Perché la Roma di Vacanze romane non esiste altro che in un risibile, inopinato scenario di celluloide, dove la scalinata di Trinità dei Monti è vera quanto uno scenario in cartapesta di Hollywood… Come quella di Totò e Peppino che si vendono il Colosseo, o della Anita Ekberg che entrava discinta e fotogenica nella Fontana di Trevi, per l’eternata, improbabile ma veridica gioia d’Immaginario dell’uomo medio di Kansas City…

   Ma in quei densi, intriganti tempi di formazione, i vasti, formicolanti quartieri romani si assimilavano, si confondevano, per me – fantasioso e pragmatico – coi visi, e i destini e perfino i caratteri degli amici, delle amiche che vi abitavano…

   Italo Calvino scriveva in quegli anni Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), cambiando riscrivendo e variando dieci incipit del medesimo romanzo… Perec, in La vita: istruzioni per l’uso (1978), narrava la biologia di un edificio dissezionato e intrecciato di storie, umori, destini… La società “cosificata” – si disse.

   Ebbene, anch’io avrei potuto de-scrivere, sperimentare ogni volta una Roma diversa, sciorinando tanti unici e variegati racconti quante erano le creature che andavo a conoscere, frequentare, anche e soprattutto amare…

   E a ogni nome cambiava il film, il regista, lo scenografo, il costumista, la fotografia di scena, la colonna sonora, insomma lo “stradario” documentato e documentario del cuore… Via dei Gerani (Centocelle) così come la conobbi per Emma, la diligente figlia di un tassista, che davvero sembrava uscita da una canzone di Claudiobaglioni; l’Appio-Claudio e il Tuscolano per Marinella, dolente e ironica sognatrice mancata; l’agiata Balduina e il protervo Belsito con Cinzia, cinguettante borghese incolpevole; la Piramide e San Saba con Paola, umbratile poetessa nonché Venere lesa, dove un long night bar coincideva con l’approdo ad un’alba poetica tutta nostra, ipersensibile e rapita dal buio alla luce. Ma per un flash solo intimo, e una fotografia davvero invisibile: “…Sto su una scala mobile da STANDA, / scendo innamorato fino a te – te che ridendo mi accogli, / innalzi nel tuo cuore e nella Pentax”…

   Ragazze italiane dava conto lirico anche e proprio di quei teneri o inquieti incontri urbani, di quelle solitudini di gruppo che lottavano per innamorarsi e rifiorire autonome, risolte, insomma ben più consce e degne di Realtà: «“Com’è piccola Roma!…”. Buffo giorno: traditi / dal rito della sorpresa! “A piazza di Spagna?…” / Solo perché dopo cinque anni ti rincontro? / E ci fingiamo amici senza mai esserlo stati.”»…

   Roma a ogni libro che scoprivo, leggevo e dunque rivivevo… Gli indifferenti di Moravia; Roma di Palazzeschi; Una vita violenta di Pasolini, La storia della Morante… O certe luminose, bellissime prose di Corrado Alvaro (Roma vestita di nuovo) e l’inesausta, educata sensualità di Ercole Patti (Un amore a Roma, Roma amara e dolce)… Ma anche 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti, breve cronaca dell’atroce rastrellamento nel Ghetto, e quell’eccezionale diario in progress che fu Straparole di Zavattini, strologante vangelo neorealista… Senza però tralasciare le acerrime meditazioni di costume di Ennio Flaiano; o memorabili, intricate psicoterapie contronarrative, scardinati ingranaggi fra stile, società e derive dell’Io, come il Pasticciaccio di Gadda, Il male oscuro di Berto, Misteri dei Ministeri di Frassineti… E i romanzi via via più disillusi, sarcastici e moderni: Il protagonista di Malerba, Le forze in campo di Cordelli, Affinati coi suoi Soldati del ‘56… O due provvidi recuperi transgenerazionali: L’uomo del parco, onirico e manniano, di Francesca Sanvitale, e uno struggente romanzo giovanile di Volponi, La strada per Roma… Perfino le performances oltranziste di Carmelo Bene cronista di sé medesimo: “Il Teatro Laboratorio a Trastevere in piazza San Cosimato n. 23, in un cortile che somiglia un carcere di Sing Sing, tutto inferriate, grate, popolarissimo palazzo di sette, otto piani”…

   I poeti di Roma! Sopravviveva – me ragazzo – la Roma lirica di Ungaretti, luminosa e dolorosa, barocca eppure ferita, umiliata dal peso ulceroso del Novecento: “Tevere, mio fiume anche tu”…

   Per vecchi debiti familiari (la sua amicizia con mio padre Ivo, cineasta e sceneggiatore “storico”, da Camerini a Rossellini, da Lattuada a Monicelli, Comencini etc.), ero inoltre devoto a certe prose luminose e incantevoli di Vincenzo Cardarelli – l’equivalente lirico-visivo dei quadri famosi del miglior Mafai (gli struggenti paesaggi urbani, Roma vista dall’alto, pastosa e fulgida, meridiana o infiammata di crepuscolo), per non dire dell’onirismo ebbro, neoespressionista, della cometa Scipione, rimpianta stella cadente: “Roma barocca ci rammenta ad ogni passo la nostra fragilità, la nostra miseria, ma, nel tempo stesso, tutto conduce a farci guardare in alto”…

   Più tardi, per conto mio, avrei recuperato certi tagli e squarci poetici di Giorgio Vigolo, un libro straordinario e misconosciuto come La città dell’anima… Mi sarei conquistato e direi metabolizzato, un sonetto alla volta, tutto il geniale, purgatoriale Commedione del Belli… E soprattutto avrei conosciuto e frequentato di persona gli sfaccettati, fulgidi o umorali destini dei nuovi estrosi poeti salvati o dannati da Roma: da Elio Pagliarani ad Amelia Rosselli, da Nelo Risi a Maria Luisa Spaziani, da Valentino Zeichen a Dario Bellezza, da Luciana Frezza ad Anna Cascella, da Giovanna Sicari a Valerio Magrelli, da Elio Pecora ad Alberto Toni, da Renzo Paris a Marco Caporali… E tanti tanti altri sommersi o salvati da una pasoliniana, imperitura riapparizione poetica di Roma: “Roma spalmata come fango sulla lama / infiammata del cielo”… Nel 1999, per RomaPoesia, lessi una sera dei miei versi a piazza del Campidoglio, e davvero la statua equestre del Marc’Aurelio tornò a sembrarmi vera, e non posticcia copia postmoderna: “transito dalla grazia pura alla speranza ricaduta.” 

   Ecologia della Storia? Insieme con l’amico fraterno Eraldo Affinati, romanziere “etico” e quasi filosofo anzi antropologo della Realtà, usiamo spesso concederci lunghe chilometriche passeggiate a metà tra l’occasione eugenica, l’ossigenante allenamento fisico e un inesausto, conversevole discettare di tutto un po’, inseguendo strade, dettagli, scorci cittadini, luoghi artistici, vestigia storiche, commenti di costume, meditazioni sull’oggi che non riesce per davvero a conquistare, a meritare il suo proprio futuro… A Villa Borghese o Villa Pamphili, naturalmente, andiamo volentieri a correre… Ma performances ancora più intriganti, tutte nostre eppure pubbliche, da veri pellegrinaggi pensanti addentro al purgatorio urbano, le abbiamo marciate fino al Santuario del Divino Amore, lungo una via Ardeatina che a metà pone il sacrario delle Fosse omonime come un doloroso, lancinante appuntamento “civile”… Altre volte divaghiamo a tagliare, con piglio ginnico e gommose scarpe da footing, chilometri di lungotevere, da San Paolo al Testaccio e al traffico ossidante di Trastevere: “Lì, vedi, tra il Ponte dell’Industria e Ponte Marconi, Pasolini ha girato la scena della morte di Accattone!”… O vagavamo tra l’arcano acciottolato del quartiere Esquilino: “E lì, nella Chiesa dei Santi Vito e Modesto, in pieno agosto 1880, fu battezzato Apollinaire, nato a Roma da madre polacca! Ma più nessuno lo ricorda…”

   Ed a ogni amico – o bioritmo – cambia anche la luce, la scelta, il tassello di Realtà da incastrare nel puzzle, l’accordo che fa, dà musica a una scelta interiore: certi concerti estivi con Marco Palladini presso il laghetto di Villa Ada, dove il rock impegnato dei PGR protestava con l’amenità della notte e la fitta clemenza degli alberi tutte le sacrosante canzoni, ragioni, dell’urgenza sociale… O i lunghi discorsi – notturni anch’essi, clandestini eppure ecumenici – riaccompagnando Eric Toccaceli, fotografo d’arte, fino alle soglie di Cinecittà, ma, per così dire, a schermo spento, e altoparlante acceso su ogni dubbio, progetto, anelito, vecchia recidiva illusione di nuova cocciuta armonia… Dopo aver “rubato” insieme, nottetempo, in un vicolo dissestato del ghetto, uno splendido sampietrino abbandonato, prima che lo togliessero in nome del più comodo asfalto e dell’economicità globalizzata: perché Eric potesse portarselo a casa, sul Trasimeno, e pulirlo e lucidarlo e proteggerlo come una nostra reliquia laica, totem/sculturina di selce e secoli, un piccolissimo casuale ricordo d’ossidiana reso maiuscolo.  

   Una città è tante cose, e nell’immaginario di un poeta, la rete e il filo delle proprie nude esperienze, culturali, lavorative e umane insieme: i miei laboratori di poesia nelle scuole romane, con maggior amore per quelle periferiche, ulteriormente problematiche (il liceo classico Plauto di Spinaceto); faticosi e umanissimi corsi di scrittura creativa che ho tenuto o tengo in luoghi più apparentati all’incubo, al dolore, che al mero idillio da baedeker: tra i minorenni reclusi di Casal del Marmo, tra i carcerati disillusi eppure rigemmati, confessatisi “poeti” in quel di Rebibbia…

   Quale Roma? Tante Rome in una, pianeta in cui ogni marziano autoctono spesso si sente a casa, ma talvolta esiliato… Il caro Flajano, lui sceneggiatore felliniano, lo aveva capito già dagli anni ’50, molto prima di una Dolce Vita che creò e affabulò certo senza crederci. Ricordo una filastrocca di Un marziano a Roma: “La follia universale non è senza umorismo, / in se stessa ripete un teorema riuscito. / Ci spinge l’implacabile, stupendo meccanismo / del cosiddetto infinito.”

   Da circa tre anni, vivendo con Nina Maroccolo, che si è trasferita nell’effimera Città Eterna da Firenze, mi abituo e gioco a riscoprire la Roma che voglio e riesco a farle amare, aggirandomi in una lunga, paradossale visita inesausta da turista domestico, da esiliato in casa, pirandelliano, anzi camusiano straniero complice e devoto, riazzerato Cicerone di Psiche: l’Isola Tiberina, frequentata l’estate tra film e dopocena, giardini e terrazze aeree per sorvolare il Bello avvicinandolo, immolandolo a questo attimo che più non sia fuggente, casuale o dimentico: il Pincio, il Gianicolo, il giardino degli aranci, le basiliche paleocristiane dell’Aventino, la Domus Aurea o i Fori Romani, la Lupa del Campidoglio o il Teatro Marcello… Tutti i luoghi insomma dove la Storia si è fermata perché davvero il nostro cuore possa raggiungerla, e prenderla come Nina per mano, perché ancora e sempre si fermi e si stupisca di un grande platano bello come una scultura vegetale; di un gabbiano che a Ponte Milvio ci guarda e noi battezziamo Jonathan Livingstone; di un attico slanciato, arrampicato tra i sempreverde e le cupole, per la delizia panoramica di chissà quale cinico potente…

   Ma anche dolerci, indignarci per l’ennesima svastica tracciata, annerita a fuoco a sporcare un monumento, un muro, un cassonetto, uno sguardo che non può mai più sopportarla, come non si sopporta un oltraggio o un’amnesia, uno sgarbo o un tradimento: alla memoria, alla poesia, alla storia, all’amore che ci divide e ci unisce tutti, in questa o in ogni capitale del nostro cuore, Roma/Amor, anagramma lirico per eccellenza, imperfetto palindromo del Mondo.

Su Ivo Perilli:
http://www.treccani.it/enciclopedia/ivo-perilli_(Enciclopedia-del-Cinema)/***

Plinio Perilli

Plinio Perilli (Roma, 1955) ha esordito come poeta nel 1982, pubblicando un poemetto sulla rivista “Alfabeta”. La sua prima raccolta è del 1989, L’Amore visto dall’alto (finalista quell’anno al Premio Viareggio). Seguono i “racconti in versi” di Ragazze italiane (1990). Chiude una sorta di trilogia della Giovinezza con il volume Preghiere d’un laico (1994), che vince vari premi: il Montale, il Gozzano, il Gatto. È anche critico e saggista, curatore di molti classici, antichi e moderni, nonché di un’apprezzata antologia interdisciplinare, Storia dell’arte italiana in poesia (1990).

   L’ultimo suo testo lirico, Petali in luce, è uscito del 1998, presentato da Giuseppe Pontiggia. Dello stesso anno un grande studio sul ‘900 italiano in rapporto all’idea di Natura (Melodie della Terra. Il sentimento cosmico nei poeti italiani del nostro secolo). 

                              

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11 pensieri su “ROMA/AMOR di Plinio Perilli (SALVIAMO CINECITTA’)

  1. Un altro dei libri “magici” di Plinio Perilli, Roma Amor, atto di amore per Roma, il cinema e non solo. Come dice Plinio non c’e’ una sola Roma, ma tante, legate anche ai tantissimi film ambientati a Roma. Naturale che Plinio, facesse sentire la sua voce in questi tempi cupi dove la stessa Cinecittà, simbolo del nostro immaginario collettivo, rischia di scomparire. Abbiamo visto nel video al post precedente Nina Maroccolo cantare Roma Amor, qui oltre al testo di Plinio offriamo uno dei tanti film, Grandi Magazzini per la regia di Camerini, di cui Ivo Perilli, padre di Plinio, è stato sceneggiatore. Un grazie di cuore a Plinio, per il suo impegno per Cinecittà, per queste sue memorie e per le foto di Ivo Perilli che ci ha gentilmente concesso di pubblicare.
    Abele

  2. Non ho potuto vedere il film, perché non più disponibile. Ma, in compenso la lirica immagine di una città che anche io amo immensamente nelle sue infinite sfaccettature,mi ha fatto apprezzare anche tanti altri aspetti che Plinio ha magistralmente evidenziato!
    Grazie Abele, per averlo pubblicato!

  3. Caro Abele,
    forse è il più magico libro di Plinio. Con la Roma di quegli anni, vissuti da suo padre Ivo, Plinio riesce a esprimere molta della sua interiorità: come se quel lacerto – figlio del medesimo prodigio – lo aprisse a una forte componente autobiografica. Ma lo sappiamo: qualunque scritto non può slegarsi da un Io che vorremmo ignorare o espellere… Penso, tuttavia, che Perilli riesca a portarci dentro il testo con liquida facilità. La sua diviene una prosa scorrevole; e la chiamerei: flusso di coscienza… Piuttosto lontana dalle complesse, dialettiche folgorazioni appartenenti ad altre creazioni letterarie o d’impronta saggistica.
    … Quel suo passato-bambino, ruolo così difficile da rivestire, lo coglie impreparato nel rapporto amore/odio *miscelato* a una piccola dose di idolatria patriarcale… Non poteva deluderlo. Mai. Guai!
    Un padre di grande cultura può anche pretendere studi danteschi da un bimbo di otto anni…
    Quanto sarà stata difficile la lotta col gigante? E ritrovarsi adulti – improvvisamente.

    Da Ivo Perilli, sceneggiatore, fine intellettuale degli Anni Cinquanta, che vive una straordinaria mamma Roma, passiamo a Plinio Perilli che quella mamma Roma la rivive a distanza: è poeta, critico d’arte e di letteratura, amante delle sinestesie. Carattere esuberante, estroso, irascibile – come il padre.
    Conoscerà le tante “rome” con passione: il desiderio appagato di una Roma amorosa, complice dell’approdo all’alba degli amanti. La Roma delle Rose odorose… A ciascuno la “sua” Roma da evocare ed evocante “aggirandomi in una lunga, paradossale visita inesausta da turista domestico, da esiliato in casa, pirandelliano, anzi camusiano straniero complice e devoto, riazzerato Cicerone di Psiche…

    “Quale Roma? Tante Rome in una, pianeta in cui ogni marziano autoctono spesso si sente a casa, ma talvolta esiliato… Il caro Flajano, lui sceneggiatore felliniano, lo aveva capito già dagli anni ’50, molto prima di una Dolce Vita che creò e affabulò certo senza crederci. Ricordo una filastrocca di Un marziano a Roma: “La follia universale non è senza umorismo, / in se stessa ripete un teorema riuscito. / Ci spinge l’implacabile, stupendo meccanismo / del cosiddetto infinito.”

    Un caro abbraccio, e grazie!!!
    *
    Nina Maroccolo

  4. Ogni lettura, ogni ascolto (per me, felix, dalla voce di Plinio Perrilli e da quella di Nina Maroccolo in diretta) indicano percorsi nuovi nella mia città . Rigoroso l’azzardo delle associazioni. Oggi, faccio mia quella della scena di Totòtruffa 62 con Decio Cavallo babbeo in cerca del ‘biss-nis’ con “La città dell’anima” di Giorgio Vigolo e percorro idealmente il tratto di strada dalla Fontana di Trevi oggetto del contendere nel film di Camillo Mastrocinque a Santa Maria in Trastevere, al centro del testo “Santa Maria in Fons Olei” ne “La città dell’anima” di Giorgio Vigolo.

  5. Grazie a Plinio Perilli per questo “racconto” fatto di immagini, rumori e suoni, luci e oscurità di volti e luoghi, memorie e amnesie della storia, poeti, scrittori, registi… persone che vivono Roma (o hanno vissuto) e che ce la mostrano legata e collegata da “strade” che portano e partono.

  6. Bella la descrizione così visiva, di una persona che vive così agglutinato alla sua città .
    Io ci ho vissuto un anno, nell’83, girando tutti gli hotel del centro, e mi sono trovato come a casa mia, uno dei miei luoghi favoriti era il portico d’Ottavia, dove mangiavo da Gigetto. Allora fumavo, e lì una sera incontro un signore piuttosto anziano e distinto, che mi racconta di come il fumo sia un espediente del diavolo per costruire un inferno dentro di noi, ogni boccata di fumo nei polmoni contribuisce a costruire un piccolo inferno, che poi un diavoletto abiterà. Se ci ripenso mi sembra ancora una bella teoria.

  7. Roma/Amor di Plinio Perilli è davvero un libro straordinario (come dice Nina “magico”), fatto di poesia, cinema, cronaca, storia, in un percorso attraverso tante immagini diverse di un’unica grande e meravigliosa Roma. Un omaggio alla città eterna realizzato con grande passione, cura e intensità. Ed è bello vedere queste immagini che, a proposito di Cinecittà, rappresentano un pezzo significativo della storia del cinema.
    Un caro saluto
    monica

  8. Vi ho letto e pensavo “tante rome le ho conosciute anch’io”, Ho sempre apprezzato Plinio per il suo rifiuto dell’omologo e mi avete coinvolto, ora so quale sarà il prossimo libro che leggerò. Grazie, amici.
    Cristiano Sias

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