Narrativa/Uncategorized

Linfe, quintessenza di un romanzo vegetale, Dome Bulfaro recensisce Adriana Libretti

Adriana Libretti, attrice e autrice

Venerdì 11 novembre 2011, Tindara Greco, cameriera nel Bar Pizzeria Centrale di Aiucco, un paesino di provincia posto nel fondovalle di un luogo imprecisato, si schianta con la sua automobile e trova la morte contro il tronco in fiamme di un tasso centenario. Inizia così Linfe. Romanzo vegetale (Vydia Editore, 2012), libro che ci consegna un’autrice, Adriana Libretti, ormai giunta con questa prova alla sua piena maturità. Le ragioni sono molteplici: l’originale narrazione a ritroso da quel fatale venerdì 11/11/2011 fino al 4 gennaio 2011, giorno in cui non a caso avviene un’eclissi parziale di sole; una scrittura che  tratteggia con precisione i personaggi e mantiene sempre viva la suspance, anche quando si svela l’identità dell’uomo ritrovato morto, sfigurato in volto, sotto un noce; la coniugazione di scene alle soglie dello splatter e del pulp, con scene sintetizzate per tratti da haiku giapponese; la possibilità per il lettore di apprendere molto in un romanzo sul regno vegetale e di recuperare con alberi e piante un rapporto vivo al quale dobbiamo ogni nostro respiro.

La stessa copertina di “Linfe”, sobria, contemporanea, sottolinea con precisione l’essenza della relazione vitale che esiste tra i personaggi di questo libro e il regno vegetale.

I personaggi il più delle volte appaiono bruciati dalla vita. Le loro esperienze passate, l’incomunicabilità sempre presente, li consuma dall’interno riducendoli poco alla volta, a tronchi cavi, cenere. Sono antieroi, per certi versi paragonabili a quelli di Carver, che devono fronteggiare se stessi, quali unici veri antagonisti. La condizione di sradicati dalla natura li espone all’azione corrosiva dei quotidiani tormenti, intemperie da cui i personaggi spesso trovano tregua solo quando riparano sotto la chioma degli alberi o abbracciati ai loro fusti, rinnovando il contatto col proprio sé, con un’anima che trascende le loro singole linfe.

Romanzo corale, che indirettamente, ma senza tentennamenti, rifugge l’affannosa ricerca di eroi che caratterizza la nostra quotidianità; romanzo che definirei, per il messaggio ecologista che sottende, implicitamente civile. La posizione politico sociale dell’autrice appare chiara, nitida, senza che mai ella avverta il bisogno di esporla, palesarla; anzi per la Libretti pare necessario, al fine di evitare qualsiasi retorica, che la propria poetica emerga oggettivamente “dalla natura delle cose” di questo romanzo vegetale: se il bilancio della vita dell’uomo per dirla con Margherita Babi, tra le linfe che più si nutre di autoanalisi «pareggerà o addirittura risulterà in attivo, lo dovrà a loro. Agli alberi, certo. Sempre e soltanto agli alberi. »

La ramificazione delle storie dei personaggi, dapprima immerse nell’indifferente ordinaria normalità, capitolo dopo capitolo, scoperchia un formicaio di desideri inappagati, tradimenti coperti da un intero paese, deviazioni inconfessabili, pratiche esoteriche, un delitto sconvolgente. L’intreccio, sapientemente dipanato, pone in evidenza le contraddizioni contemporanee, le cui stonature appaiono in tutto il loro stridore soprattutto perché ambientate nella vita monotona di un paesino di provincia, in cui convivono per contrasto, cultura rurale, declino del boom economico, rivoluzione informatica, conflitti religiosi consumati in beghe giornaliere, saggezza proverbiale e alienazione. I personaggi, in questo scenario ossimorico, che fotografa in modo verosimile la realtà odierna, piombano in una solitudine sempre più assordante. Come recita la quarta di copertina «L’universo vegetale non è soltanto metafora: con i suoi infiniti cicli e i suoi silenzi, racchiude una promessa di eternità di fronte alla morte e uno spazio di ascolto per questi personaggi così vicini eppure così soli.»

La regia della Libretti procedendo per panoramiche e soggettive, parole chiave nei sottotitoli ai capitoli, presenta e risucchia in un unico gorgo le vite di tutti gli abitanti (Tindara Greco “la malmaritata”, Margherita Babi detta “la giapponese”, Moreno Mirani detto “il moro”, Serena Giambelli gestrice di una “lavanderia internet”, Erminio Fassi farmacista zoppo, Toni il postino, Andiska la bella del paese, Gianolio il matto, Jesse lo straniero texano, Franco Marabini l’uomo di legno, Ennio Porta detto “il capitano” uomo d’acqua, Hathor la veggente, Vichi la vichinga, Krishna il pakistano induista, Alì il pakistano musulmano …), riportandoli alle radici di uno stesso bosco simbolico il cui destino, se sconnesso da Madre Natura, non può che condurre alla stessa drammatica fine. La vicenda corale degli abitanti di Aiucco e Strigole, l’altro paesino limitrofo ad Aiucco in cui è ambientato il romanzo, soprattutto quando la narrazione di “Linfe” è oggettiva, potrebbe ricordare quella de “I Malavoglia” di Verga. Sennonché il leitmotiv di questo libro, «Brucia, tutto brucia», che apre il secondo capitolo del libro mentre Tindara tra le lamiere della sua auto carbonizza (incidente, suicidio o omicidio?) riporta al prequel “Fuoco cammina con me” e alla corrispondente innovativa serie televisiva “I misteri di Twin Peaks” ideati dal regista David Lynch e da Mark Frost. Le analogie riscontrabili, in effetti, sono numerose e affascinanti, tant’è che potremmo aggiornare la domanda “Chi ha ucciso Laura Palmer?” che agli inizi degli anni Novanta, quando questo sequel sbancò per ascolti, prima in America e poi in Italia, si impose come tormentone, con “Chi ha ucciso Tindara Greco?”. Tuttavia “Linfe. Romanzo vegetale”, nonostante i parallelismi con l’autorevole sequel di Lynch non è un noir, non c’è come in Twin Peaks l’agente speciale Dale Cooper incaricato di risolvere il caso; “Linfe” possiede una freschezza, una padronanza di segno, una originalità propria che, oltre alla tecnica narrativa “pregressiva”, è misteriosamente depositata negli alberi e nelle piante corrispondenti ad ogni personaggio narrato e a cui il loro destino è legato.

La vita di Margherita Babi è scritta nel pino e nel faggio e nella quercia, quella di Tindara in quel tasso centenario, quella di Moreno nei suoi vitigni, quella di Alfio nei suoi bonsai, quella di Serena nei fiori di campo, quella di Jesse nel bosso, quella di Krisnha nel pipal, quella di Alì nella palma, quella di Hathor nella divinazione delle cortecce… e la nostra vita? In quale albero o pianta è scritto il mistero della nostra linfa?

Un consiglio, in ultimo, rivolto soprattutto a chi come me è un animale di città: leggete questo romanzo vegetale ovunque, a letto come in metro, ne vale la pena, ma solo chi lo leggerà ai piedi di un albero, ne coglierà la quintessenza.

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4 pensieri su “Linfe, quintessenza di un romanzo vegetale, Dome Bulfaro recensisce Adriana Libretti

  1. un libro che incuriosisce molto. E se un giorno anche gli alberi ne avessero abbastanza? Alcuni del resto hanno sempre avuto un’ombra sinistra (stando a un’antica superstizione greca, mai addormentarsi sotto un cipresso, le radici potrebbero impossessarsi del cervello…)
    grazie a pasquale per la segnalazione

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