“dovrei fare di ogni pagina un balcone
sospendere a mezz’aria
questa brutale precarietà che a tratti
sembra fermarsi poi
lo strepito continua”
tre poesie da
Annamaria Ferramosca Canti della prossimità
***
LO SPECCHIO
Più che un auto-ritrarsi, un cammino
Ecco, parto da qui, da questo autoritratto di getto, richiestomi nel 2007 per il blog Erodiade. Perché in questi nuclei di riflessione ancora mi riconosco. E mi soffermo appena dopo a dilatarli per questo Quaderno del Poiein, con qualche pensiero in più nel frattempo maturato.
Autoritratto? Mille, o nessuno.
Più che dirvi chi sono, o come mi vedo -davvero non lo so ancora e mi piace scoprirlo ancora, ogni giorno- preferisco darvi qualche mia sensazione di ieri di oggi, brani di versi-desideri, luci che mi appaiono appagano con il loro sapore di vero. Il fatto è che vivo per intervalli (insaniae, forse), in continua azione-reazione, come una cellula che attende ogni giorno l’attimo osmotico con l’altro, l’in-out felice, l’incontro-scambio denso necessario per sentirmi viva. A 18 anni vedevo così la mia infanzia:
Ricciuta bimba scontrosa lacrimosa/alla finestra avevi terrore del mondo/nemmeno un chiodo ti diedero i distributori di spade/bimba risorta ogni giorno a ferite/ al mondo sei senza parole e guardi/un bimbo nuovo settentrionale, voci / di strana dolcezza afferri …
Il sapore misterioso-creativo della parola l’ho avvertito presto, come l’ebbrezza consapevole di poter dilatare all’infinito lo spettacolo del mondo che ogni giorno abbracciavo, tutta quella ricchezza e anche miseria, la natura i suoi piccoli grandi esseri i cieli le pietre e gli incredibili umani, quanti messaggi da decrittare! Mi sentivo come in un quadro di Chagall, figurina sospesa sul mondo, ma concreta, fluttuante ma vigile. Cercavo tra le innumerevoli orme i segni emozionali, i suoni-parole che placavano, le esperienze-contatti che scaldavano… La trottola era ormai innescata, sebbene a tratti la velocità somigliasse all’immobilità, ma le fasi -come di luna- innalzavano estri e maree, ogni volta lasciando detriti di sofferenza pure preziosi che mai riuscivano a spegnere l’incendio…
Il tuo arco di vita un incendio, ragazza/tieni abbracciato il mondo/coi capelli che cantano/la tua voce/ infinita/colora il miniappartamento del mondo/la tua vita è un’arancia/si sgranano gli spicchi/volano.
Una luce intensa riverbera dalle pagine lette, dalle innumerevoli voci da ogni dove, soprattutto da quelle innocenti, autentiche,con la loro volontà sincera di comunicare, senza competizione
… Come rischiara l’ascolto del tuo polso/unito al mio, se vola/in catena di prolungabili sussulti/a svolgere dal pozzo corde avviluppate/in salita leggera di parole-carrucole,/in carezza di voci/La più insensata invidia quella delle parole/ Luce da ognuno, a tutti…
Così mi si affollano mille domande, come in una spola si rincorrono assieme a ipotesi visionarie (che fortuna, che colpi al cuore, gli incontri visionari)
Se fosse/ pura coincidenza di parametri/ a tendere/ l’arco innocente della vicenda/ solo un’aria giovane/ profumo d’alga iniziale/ turbolenza di fango/ confuso ancora/ tra humus di stelle e tufo di conchiglie/ Se fosse/ amore solo un’eco parallela/ armonia di due eliche abbracciate/ a punteggiare/ di luci-amplesso il mare…
assieme ai mille tentativi di risposta. E mi rispondo che l’unico barlume di senso, per impossibile che sia accostarsi solo ai margini di un senso, non può che essere nell’incontro, nella volontà limpida di ascolto-comprensione attraverso il segno-parola
…Parlare come/ nascere agli altri, ogni volta/venire alla luce –bianca- dove/bianchezza è l’universo offerto delle note/ brusio d’angeli sopra berlino/sopra le regioni fuori dal dubbio fuori dagli equivoci/così i bambini parlano impastando la terra/col minimo dolore necessario…
Sensazioni di gratitudine non so a chi a che cosa, per la sola via d’uscita intravista in questo mondo disastrato: percorrere umilmente le vie dello scambio, quelle curve di livello che una sera nella libreria romana OdradeK, guardando vecchie affascinanti carte geografiche mi sono sembrate venirmi incontro, come grida dalla terra. Il loro grido, necessario e acuto, l’ho avvertito come la nostra richiesta inconscia di ricomporre ovunque equilibri interrotti, ricostruire legami di solidarietà planetaria di fronte alla rivelazione di fragilità del mondo. Un sogno utopico ricorrente, quello degli antichi cerchi attorno al fuoco, sì, proprio quelli dove i nostri progenitori condividevano i loro terrori, progettavano i loro passi, insieme colmavano di senso la loro vicenda…
…Ritorna il racconto attorno ai fuochi/il viso ardente l’aria sulla pelle/le braccia divenute leggere come ali/le parole essenziali come un pigolìo/(intorno rami e nidi)
Chissà, anche noi forse lasceremo graffite – su disco, questa volta, con il nostro tremore,
…le nostre figure in cerchio, sbigottite/il sole scuro, il fungo/l’incerta aurora
Allora tento il dialogo sempre e ovunque, anche attraverso la scrittura poetica, anche con qualcuno che, come è successo con l’amica traduttrice Anamaria Crowe Serrano, mi lancia un incipit in altra lingua e alla mia risposta in italiano, continua nella sua lingua e così via, felicemente co-creando …
To be a blank page/pulled from sleep/waiting for the rhythmic/rub of a pen /essere l’ultima pagina/di ogni libro,verifica/della fine sospetta, fruscio/del sipario che lascia nudi e muti / texts startled in reverse/undoing the laws/of tomes, tracts, edicts, acts/progress at its most perverse / come gatti selvatici ribelli/un salto di felpata magia/e la mano che scrive è bloccata, la mente/vertigine vortica / bellezza il suo indecifrabile ritmo.
Così ancora cerco compagni/compagne per un pluripoema collettivo, perfino anonimo, quale utopicissima provocatoria sfida! Eppure credo che potrebbe nascere qualcosa di nuovo e buono, possibile in questo mondo supercollegato, se solo fossimo disposti a rinunciare a individualismo e autoreferenzialità, per cercare una voce condivisa, corale, per questo più vera.
Perché alla fine ciò che resterà non sarà un nome, ma la parola che ha saputo incidere in tutti in profondità, l’impronta di un cammino riconosciuto.
***
Dunque la mia premessa è nel lasciare ogni nucleo di riflessione sempre aperto all’evoluzio-ne 2, perfino alla rivoluzione, se la sentissi necessaria al procedere nel cammino, a dilatare la percezione.
Ecco, la percezione. L’esigenza di interrogare. Di mettermi in ascolto, nello spazio e nel tempo, ma perforandoli, oltre ogni definito confine. In uno spazio dove risuonano voci ancestrali e insieme familiari, che ritornano come su un’orbita che è anche la mia. In un tempo che si mescola al passato e si svela intriso di mito.
Provengo da una terra, il Salento, mediterranea. Che attraverso il mare ha da sempre assimilato lo spirito di molti popoli, e questo flusso osmotico millenario ha lasciato come una sete residua, una tensione inestinguibile allo scambio con l’altro. Così mi accade spesso che voci e immagini dal mito- la mia Grecia poi, così vicina- mi giungano mentre scrivo. Le sento mescolarsi prepotentemente nell’immaginario come a sacralizzare il pensiero, come ad imprimere la traccia di una memoria genetica e insieme antropologica alla mia scrittura. È forse una variante di percezione riconducibile al desiderio di ascolto dell’anima mundi, di cui parlano Leopardi, Rilke, Celan, ma fortemente permeata di mediterraneità, che indica da una parte il valore etico dell’incontro, e dall’altra svela un remoto legame di continuità della vicenda umana tra la realtà attuale e le lontane scene delle origini. Inconsapevolmente una luce si accende su una vicenda evocata dai miti appassionatamente studiati, facendosi specchio di una situazione reale, ricreando e dilatando alla contemporaneità la suggestione mitica. È quella spontanea mitopoiesi del quotidiano di cui parlano Marcello Carlino e Donato Di Stasi nelle letture critiche dei miei testi.
Dalla tensione all’ascolto e allo scambio derivano i cerchi metaforici della condivisione, possibili solo attraverso il segno-parola, temi fortemente presenti fin dalla prima raccolta. Un desiderio lancinante che l’umanità giunga ad una solidarietà planetaria, unico traguardo di senso che vedo per un mondo sopraffatto dall’egoismo, disumanizzato e disumanizzante, dominato da un’ ipertecnologia senza direzione. L’unico imperativo “etico” in cui credo, che supera ogni religione e mi permette di convivere- conservando il tremore del dubbio- con il mistero della casualità del tutto, che non esclude l’abbraccio cosmico.
E le parole più dense di significato, capaci delle più forti indicazioni, sono per me quelle incontaminate dell’infanzia e quelle, sottili e intensissime, dalla natura e dall’oltre natura, che chiamo infravoci. Ho spesso imparato proprio dalla frase di un bambino, dalla sua spiazzante filosofia, che vede nell’esistere solo la felicità di essere vivi, essere con l’altro, all’altro mostrare l’umanità- giocattolo rotto con la voglia di ricomporlo dopo averne scoperto la miseria dei pezzi. E pure continuo a farmi tabula rasa in stupore, disponibile ad essere incisa degli innumerevoli segni che il codice della natura lascia ovunque, compreso il segnale – quanto loquace, a volte – del silenzio.
Ansia del condividere come sola dimensione capace di colmare la voragine esistenziale, che mi spinge fino a voler mettere in comune anche la gioia della creatività nella scrittura. La figura insistente del cerchio proietta il mio immaginario verso un futuro di città divenute “curve” per l’affollarsi dei cerchi, dove si potrà smussare ogni angolo di disumanità, dove l’uomo lentamente assumerà il profilo sontuoso dell’ibrido totale, di una ricchezza interiore mai raggiunta in passato (in biologia esiste una legge naturale che ha nome ” lussureggiamento degli ibridi”, che riguarda l’aspetto somatico dell’individuo, ma sono sicura che se ne verificherà la validità anche per le funzioni umane cognitivo-comportamentali ).
E lungo le mie pagine è anche facile imbattersi nelle tracce orgogliose della mia dimensione di donna. Sento, con Maria Zambrano, il femminile come “pensiero della nascita”, volto naturalmente alla salvaguardia della specie contro ogni forza distruttrice, all’accoglienza, alla ricomposizione, alla calda parola che nutre costruisce ricostruisce. Una dimensione divenuta per me nitida grazie anche alle luci derivatemi da menti meravigliose (Hannah Arendt, Marija Gimbutas, Simone Weil, Charlotte Perkins, e tante altre). La dimensione di donna-persona totale, per molti secoli sospinta nel silenzioso angolo domestico, che oggi lentamente ma irreversibilmente, si fa libera, liberando tutto il suo potenziale d’ intelligenza e creatività a vantaggio dell’umanità intera. E mi metto in ascolto della sua voce di verità originaria – l’eco archetipica di dea madre vigile e pacifica- mentre scaturisce da resti archeologici, da tradizioni millenarie e da leggende, mentre rivela la sua sapienza del rinnovare- accettare la spirale di morte-vita.
Credo allora, di star cantando la Prossimità. Nella vitalità delle sue incandescenti spinte, nel senso largo dello stare accanto, del voler accogliere e restituire ogni voce, anche dello scrivere per avvicinare, per assomigliare a chi mi si accosta, cercare di innescare l’osmosi tra ciò che scrivo e ciò che il lettore cattura. Così che chi legge possa allontanarsi un po’ dal suo buio, e, come afferma Elisabetta Liguori, 3) di nuovo avvertire “desiderio”, quello, transitivo, di sentirsi vivo rivolgendosi all’altro che gli è accanto. Una Prossimità che mi auguro possa divenire contagio.
NOTE 2 E 3
2-
- Poetica?
Trovo, nella frequente richiesta fatta all’autore ancora in cammino di estrapolare dalla scrittura anche sedimentata lungo gli anni la propria “poetica”, un possibile rischio, soprattutto se l’intento sia classificatorio: che accada una specie di involontaria sottile violenza. Per un evidente motivo, che attiene all’essenza stessa della scrittura poetica, che è ricerca insaziata, cammino impervio ondulante, dai confini sempre in espansione, mai rigidi, crivellati dai fori dell’inatteso, con possibili varchi anche al ripensamento. Anche se l’autore si imponesse dei binari, potrebbe venire continuamente sconfessato dall’imprevedibile spinta del poiein, che ha nell’inconscio il suo fuoco originario e contrasta ogni razionale “progetto” di scrittura. Pensiero questo, che ha il conforto di Borges (“E’ difficile intuire un percorso, se non alla fine del dire”) e Pound (“Poesia è concentrare su ogni verso il maggior numero di significati, perché ognuno poi possa riscrivere la sua personale poesia, cogliere la sua personale vertigine”). Una vertigine, dunque, ogni volta diversa, sia per il lettore che per il poeta, la cui lettura interpretativa è una delle infinite possibili, tutte legittime.
D’altro canto è sempre illuminante che insieme all’autore si esplorino di volta in volta i campi – fluidi – della sua percezione esclusiva, i territori della sua ricerca inconsapevole, quella più autentica.
-La forma
La mia lotta per raggiungere un mio personale linguaggio-stile, è stata veemente durante i primi anni di scrittura, quando, come nell’adolescenza, ci si allontana dai modelli amati genitoriali(per me Dickinson, Campo, Rosselli, Pizarnick, Lorca, Pessoa, Borges, Rilke, Heaney…) , ma continua ancora, come dev’essere per chiunque scriva immerso nella vita, con soste feroci di afasia, arresti crudeli sulla soglia del preverbale, inseguendo la grazia dell’equilibrio tra senso e respiro. Una guerra aperta, in particolare tra la naturale spinta poetica al sottacere, all’alludere, e la consuetudine galileiana derivante dal mio parallelo lavoro scientifico a chiarire, asserire, illuminare di razionale significato. Difficile attraversare le due soglie non lasciandosene invischiare, ma contemporaneamente i due mondi paradossalmente possono felicemente coesistere, in uno stile definito da D. Di Stasi mistico-scientifico,se il lessico trova nuove inattese suggestioni e l’immaginario altri fertili territori. Così gioisco ogni volta, alla rarefazione ottenuta dai tagli, al senso nuovo dei termini dalle scienze, dalla tecnologia, o di quelli polifusi che spontaneamente s’impongono, speculari al senso circolare dell’abbraccio. Ma insieme imparo, da maestri come Bonnefois, a superare le insidie della scrittura, nel suo farsi sogno, illusione di auto riconoscimento, dissipando ogni volta il sogno per aprire la parola a nuove risonanze. Credo che la forma in poesia sia un portato fortemente automatico, perché l’immersione nella contemporaneità guida l’evoluzione della lingua e l’esito di uno stile non è che il risultato di un attrito tra la sensibilità-cultura personale dell’autore , e la pressione esterna, vitale, della lingua comune. Così, dopo la fase ipnotica dell’ascolto-incanto che poi cola sul foglio, sono all’erta, divengo vigile e ancora operosa, consapevole che ”L’unico principio morale nella scrittura è la cura della parola”, come da Pound. [nota di A. F.]
3- Elisabetta Liguori, in Poesia-pane, ne Il Paese nuovo, 6-7, 1 apr.2009
per richiedere il libro: acquisti@puntoacapo-editrice.com
per richiedere il CD di Canti della prossimità: gianmario@poiein.it












