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3 – Topolino, il più grande attore di film sonoro…
Topolino, viene esportato in tutto il mondo, come Charlot… E come Charlot, fu sùbito esaltato di cuore sia dall’uomo della strada, dal popolino andante, che dai poeti e intellettuali più raffinati. L’equilibrio degli opposti: il vero punto d’arrivo di ogni arte… “Topolino mette in tacere i problemi della vita, scioglie i nodi dello struggle for life, trasporta l’uomo mortale in una zona di semi-immortalità.” – scrisse Alberto Savinio per Mickey Mouse, in qualche modo apparentandolo (sic!) al grande movimento sinestetico, alla mitica fusion artistica di cui pure fece parte – “Ora che cos’è questo Topolino se non una forma di surrealismo volgarizzato, un surrealismo alla portata di tutti, un surrealismo per piccole borse? Topolino infatti supera la comune realtà, e tocca l’’altra’ realtà: la realtà dei poeti. Topolino risveglia e rende plastico l’animismo degli oggetti. Topolino inverte e trasforma le abituali finalità della vita. (…) Come tale, il ‘surrealista’ Topolino è la più umana fra le creature poetiche, la più benefica, la più ‘civile’.”
Topolino, per strano e ameno paradosso, fu forse la massima invenzione poetica americana dopo l’infausta Depressione del 1929, e il crollo in Borsa di Wall Street… Perfino Ejzenstejn ci scrisse un saggio! Anche il buon Giacomo Debenedetti, intorno alla metà degli anni ’30, verga un gustoso studio su La vittoria di Topolino: “Sì, Miké è veramente il più grande attore: e diciamo di più, il più grande attore di film sonoro. Anzi, fino ad oggi, il solo attore sonoro, se così posso dire: il solo la cui concretezza sia insieme visiva e uditiva. E, quel che importa, questo piccolo divo dalla vocazione così perentoria nasce quasi simultaneamente con l’invenzione del sonoro.”
Quando poi Walt Disney inventa, o meglio perfeziona nella fruizione cinematografica da lungometraggio il cartone animato (grazie anche al suo nutrito stuolo di preziosi collaboratori, Ub Iwerks in testa), ormai le ragioni dell’industria superano quelle della poesia – e al massimo ci si alleano…
Ma Biancaneve e i sette nani, uscito nel 1937-38, fece realmente epoca; il bis si realizza nel 1940 con Pinocchio. Quanto poi alla strepitosa, fascinosissima apparizione di Fantasia, in quello stesso anno davvero magico (apparve anche Dumbo, l’elefante volante), i superlativi si sprecano: e oggi ormai ne parliamo come di un cult.
Ma anche qui, le polemiche non mancarono…
Fantasia era comunque il tentativo riuscito di una musica visualizzata, animata fra forme e colori, lussureggianti scenari da fiaba e spassose sagome animalesche antropomorfizzate ad arto… Un estro trascinante, prorompente, assoluto. Fantasia, spiega Gec (Enrico Gianeri) nella sua fervida Storia del cartone animato, “adotta in parte i principî futuristi di cui sopra. Leopold Stokowskj, per la parte musicale, Walt Disney, per il disegno, se non crearono il capolavoro, crearono almeno qualcosa di nuovo e di avvincente. Il che, forse, è più importante. Le pagine musicali di Beethoven, Ducas, Strawinsky, Ciaikowskj, Ponchielli, Mussorgsky, Bach, Schubert furono liberamente interpretate dalla fantasia del disegnatore secondo ciò che le note suscitavano in lui di grafico. E si possono ‘vedere’ le note diversamente, si può dissentire; ma non si può non ammettere che quella di Disney non sia una interpretazione musicale disneyana. Tantoché Ciaikowskj, Beethoven e persino l’‘Ave Maria’ con le piante che si muovono armoniosamente evocano le ‘Silly Symphonies’, come Ducas richiama in servizio Topolino. Bisogna accettare ‘Fantasia’ non come una ortodossa interpretazione musicale; ma come un fertilissimo commento disegnato in margine allo spartito. Il guaio fu che Walt mise la parola ‘fine’ a questo suo capolavoro quando il nazifascismo mise la parola ‘fine’ alle libertà europee, e quindi tutti i mercati extramericani vennero automaticamente chiusi. Questo significò un passivo verso le banche che lo avevano sovvenzionato, di circa 5 milioni di dollari. Spiccioli.”…
Del resto, perfino il c.d. musical, aveva la sua funzione e ragione: “In fondo, la tanto bistrattata commedia musicale nel cinematografo” – rileva Cecchi già nel ‘33 – “aveva una ragione artistica abbastanza vera: quando il parlato sconvolse la tecnica del cinema, e portò di colpo il cinema verso il teatro, e lo fece quasi riassorbire nel teatro, il richiamarsi a un ritmo musicale e danzato, da parte di alcuni direttori rispettabili, fu veramente (senza, magari, se ne rendessero conto) un modo di riaffermare alcuni elementi base del cinematografo: il ritmo, il movimento, la composizione, ecc.”.
(da: Plinio Perilli Costruire lo Sguardo “Storia Sinestetica del Cinema in 40 grandi registi” Mancosu, Roma, 2009)
© Plinio Perilli, casa editrice Mancosu (Roma), 2009
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