FEBBRE LESSICALE
di VILLA DOMINICA BALBINOT
DEDICATO AL PADRE
2010
*
SI STINGE
Si stinge, dunque,
l’ideogramma
di un calvario calmo,
teatro delle spoglie
- e dei muti / miti esercizi
in assenza di dolore-
Langue, allora,
l’estenuato innervarsi
in una immobilità malata,
sanie di chiosa inutile,
e della trafittura.
*
E NE SAREBBE STATA AFFETTA
Era l’odore della terra in fiore:
la sua splendente bellezza permaneva,
le faceva amare cose inermi
Si sentiva tutta riarsa
- e con suo stesso orrore-
fino al midollo
di una sua magra esistenza selvatica.
Ogni cosa appariva troppo fredda.
troppo ampia- e desolata.
Ora si aspetta tutto dall’uomo
come una mattazione,
l’abisso oltre il giardino.
E ne sarebbe stata affetta,
da quei vivi- mutilati e imperfetti-
dai cumuli di piccole celle,
da una minima contaminazione dell’aria.
(era il lieve velo della polvere,
dei fiori che andavano essiccandosi…)
*
NELL’AZZURRA FIORITURA
Nell’azzurra fioritura del suo recesso
(meraviglia vi era stata
- all’inizio-
dell’ immacolata bellezza)
i fiori erano ormai scuri per l’ombra della notte,
come alghe viola le ombre stesse.
Le parole dunque scritte
- attorno al conclave cadaverico -
erano fragili,
lei le trasformava in due ustioni
fin nel labirinto osseo, lì in fondo:
il nero dei cani neri,
e quello stretto laccio
( nemmeno la più piccola pulsione di sangue,
vi era).
*
E ERA ABBAGLIANTE COME RIVELATO
E era abbagliante
- come rivelato-
quel suo sguardo ferito:
aveva voluto conoscere la causa prima,
come se una qualche condanna
dovesse spettare anche a lei…
( Ma noi, noi tutti ,
non avremmo saputo escogitarlo,
il teatro infernale, quei brani segnati,
i figli che devono soffrire
per i peccati dei padri…)
Al fine di non contrarre contagio
quali delitti si perpetrano
- lentamente, quasi sacralmente -
nella normale proliferazione di ogni deriva;
e forse lei era nata per precipitare,
in quella bellezza muta
dei mondi curvi- e riflessi-
tra gli steli e quei crani di calcare
( in tonnellate focali
di un pesante silenzio azzurro)
con il loro carico di annegati
-e lì nelle gore
Ma nel giorno dedicato al compiuto martirio
non aveva fretta – la bestia- di finirla:
e in quell’aria dilavata
era il resto incalcolabile,
la decollazione di ogni lingua fiorita,
e c’era il serpente nel cuore della madre.
( Un abisso si aprirà sempre per noi,
anche questo tuo posto può andare a fuoco,
ci sarà sempre la sfigurazione
- di quel nostro viso di vetro-
e nella vorace bocca della divinità ).
*
E DELLA CONSUNZIONE – SUA -
Nel periodo primo della consunzione sua
( e per una qualche affezione del corpo:
delle mucose aride,
della tensione istologica
del moto linfatico
per ogni dove le scorie di sfaldamento)
contemplava lei la forma impudica dell’essere,
queste sottili ferite nella terra,
un secreto agitarsi
nel casto gelo del tutto.
Tirata fuori
- dalle pozze di annegamento -
il bordo ha scorticato,
in un minuscolo punto,
- sotto la parte più dura del cranio
ci sono, i rilassamenti :
e ora la stretta faccia verde del serpente fissa,
e il prospetto della sezione strasversale
del cuore.
E in questa aspettazione
il dissezionatorio rito le è concesso:
le sue preghiere non raggiungono
neppure il limbo,
quei nomina lei li teme,
delle creature che la trafiggono.
( Era così,
che doveva essere nata,
la gorgone)
*
IN QUEL VASTO SILENZIO, DA TERRA SPIANATA
Diventava insopportabile,
perfino il semplice fatto
di essere ancora vivi,
in quella casa di nessuno,
ancora odorosa dei fiori di cimitero
E solo per non capitolare
in un vasto silenzio
- da terra spianata-
( un taglio di coltello nell’azzurro)
aveva scelto quella fessura,
e allora paurosamente bianca si era fatta.
al sentire quel tale mormorio:
” orrore, orrore, orrore”.
E nel ricordo di un cristo in croce
che forse non c’era neanche
( lei nulla aveva tenuto,
per non scorticare invano)
si era autoprodotta un atto di incolpazione,
epifenomeno per riconoscere poi
gli eletti tra la turba,
cruda disciplina nell’adempimento
delle obbligazioni scarne.
In quei furiosi crepuscoli.
(furore in ogni cosa,
ogni approdo come un assalto, e lei ansante
verso il fulgore delle prime rose)
era quello l’odore nudo
dei fermenti umani,
con uno sguardo di sghembo
per sapere dove stava l’amore,
nello scandalo delle scimmie invisibili:
( E quella sarebbe dunque stata,
la richiesta,
e dell’Inesorabile).
*
E ALLE VICINANZE- INFETTE -
Dai teatri di ferocia
- e dei furori-
dai tramonti lacerati di quei tempi
(tanti tempi, tante sevizia)
si era poi finiti
- simile a un atto di perdizione -
nel regno inclemente e meschino dell’amore…
( … Io l’avevo profetata, l’affezione triste!…)
Non restava che fare assegnamento
su quelle certe eccitazioni,
nel toccare una carne
nella propria carne:
gli incordamenti,
le dislogazioni,
quel formicolio di pelle in pelle,
e per ogni dove i segni del corrotto,
le enumerazioni dei sintomi, i medesimi
( e quella furia nelle sommessioni,
alle vicinanze- infette -).
Era stato poi
come un ristagno,
il loro fatidico silenzio,
e in un olezzo da affogati,
( cose, oh, cose…
cose da far récere i cani)
a forse infondere alla città morta
quella fatale frenesia,
una apocatastasia,
e pure con certi inequivocabili segni,
quelli degli ossidi finali.
*
AVEVA DATO NELLE SUE PRIME ISMANIE
Aveva dato nelle sue prime ismanie
nel curare le piaghe
( morbilità scave, piante mutanti)
durante quel divampare del morbo:
le dissordinavano tutto,
gli ingorghi delle glandole,
con l’inferma immaginazione
tutta piena di una secreta idea,
lei inquieta della sua inquietudine,
sotto la sferza del malcreato
-a mangiarla viva.
Con ortografia fantastica
era andata continuando,
a squartare lo zero,
-che l’abbruciava –
e discopriva poi il dissepolto solo:
certe tisiche rose
arrampicate all’inferriata,
quei malefizia che serravano il corpo
come scaglie di testuggine,
e infine i dodici fascicoli bianchi
grandi come lastre di pietra
( e non era già più maraviglia,
ma principio morboso,
l’innominabile cosa).
*
LASCIATE VOI ALLORA
“Lasciate voi allora
la dolente al suo lutto:
stiamo sempre annegando
- nel fiorire di un giardino azzurro -
e tutto sarà dimenticato,
e a nulla si porrà riparo!”
Ancora intenta a spolverare
la sua prima morte
( indulgenza a lucrarsi una sola volta al giorno,
nei tempi cronometrici
di un cielo iniziatore di fuoco)
della supplicazione sua
non era capace di trovare il tono,
per la storia crocifissa,
per le evidenti deiezioni, talora di ribellione,
di lamento forse,
di sottomissione, anche.
Perdeva l’aureola, l’innocente martire
- un’ossatura cubica le movenze sue
a rinchiudere -
e balbettavano- e scricchiolavano -
quelle figure enigmatiche,
durante l’inventario delle gocce di sangue.
Sotto quale degli otto cieli
- e dove mai,
nell’ordinato interconnettersi
degli epicicli e degli abissi -
doveva lei collocare dunque
l’agonia del morente,
un accumulatore che si scarica,
in quell’attimo brevissimo e allucinatorio
nella notte della Notte più lunga?..
Oh, se solo
se solo qualcosa avesse potuto mai
dissigillare poi le labbra
per un sommovimento qualsiasi degli elementi,
e dopo averlo sentito, quel mormorare obliquo!
(L ‘ Inevitabile dopo tutto è inevitabile
- sacramentavano – gli altri-
tra i rasoi e i feretri sottili
crudamente spersi nel cerchio – e sempre di
emaciazione estrema lei periva).
*
IN PENETRALI INACCESSIBILI
“Vi siete ingrassati
per il giorno della strage,
e ora siete pronti”
Questo era stato detto,
e era il germe della bestia.
I colpi e gli avvenimenti
si fecero pensieri vagolanti
in elaborazione tubulare
- anellidi della sabbia
in attesa della folgorazione -
Ogni cosa si mise a strascinarsi dietro
il peccato dalle bianche lunghe dita
facendolo scomparire poi
in penetrali inaccessibili,
lì dove il sangue impazzito
era pronto a guastarsi,
a riversarsi nell’osceno,
in quel puro
lungo gemito di cavi.
E solo si potè
tornare al turbine,
all’avanzare rasenti e proni
- accosto all’imprecisa materialità dell’altro -
colonne infami di untorelli
nell’ebbrezza breve del contagio,
essendo vicini all’epilogo,
e già ab ovo sulla croce,
quella dei luoghi sempre liminali.
***
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