m.m. , Aldina De Stefano è finalista del XXVI Premio letterario nazionale di haiku. La cerimonia si è tenuta ieri, 25 maggio 2012, presso l’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, organizzata anche dalle edizioni Empiria di Roma, dall’Associazione Nazionale Amici … Leggi l'articolo completo →
sergio fedele “CONTAR” SABATO 26 MAGGIO Villa Alessi- Faedo di Cinto Euganeo – Padova Sabato 26 maggio, alle ore 19, presso Villa Alessi in Via san Pietro 6 a Faedo di Cinto Euganeo (PD), verrà presentato il volume Contar … Leggi l'articolo completo →
17 maggio 2012 - ore 18.30 Libreria Pagina 348 - Viale Cesare Pavese 348 - Roma Con Gaja Cenciarelli. Introduce Anna Maria Curci. Letture di Maria Grazia Trebbi.
I've been a chess obsessive for years but it's only thanks to the great Charles Simic that I can begin to justify all the wasted hours ... There’s something else in my past that I only recently realized contributed to...
I will be appearing on a blogging panel at the 2012 conference of the Biographers International Organization. I'm still not completely certain why biographers would like to hear from me, but they asked, I was free, and so here we...
(Copertina Paola Viola) Abitare l’assenza Non è necessario essere filosofi per sapere cosa sia l’assenza, tutti, fin da piccoli ne facciamo esperienza. Quanto abbiamo pianto il primo giorno di asilo quando, nostro malgrado, siamo stati costretti a lasciare le braccia … Continue reading →
Figlia di Maria Grazia Lenisa, poetessa nota e celebrata, di spiccata personalità e di precise scelte tematiche e contenutistiche, fortemente materica e sensuale, non dev’essere stato semplice imboccare per la figlia la stessa strada della poesia; sul suo capo , oltre alla grande competenza , si stagliava un’ombra da coltivare e di trapassare per potersi [.. […]
Tra queste poesie vorrei partire da quella intitolata “Morte antologica permanente” per passare alle altre come se fossero pianeti tutt’intorno ad un nucleo centrale o sole. Chi di noi non ha osservato, con occhio apparentemente arido e senza speranze, la caduta dei propri sogni migliori? Qualunque sia il motivo, tocca a tutti gli esseri um […]
. Questo autore mi è parso talmente ricco che ho preferito analizzare le poesie proposte ad una ad una nella speranza di aiutare più efficacemente la lettura altrui. In questo modo sarò più lunga, ma più chiara e, dato il genere di poesia, ciò mi sembra necessario. In Terre emerse vedo una fusione di sogno-realtà [...]
Francesco De Girolamo, Fruscio d’ assenza, Gazebo Verde Editore, aprile 2009.
Nella collana di testi brevi a cura di Mariella Bettarini e Gabriella Maleti, Gazebo Verde, Francesco De Girolamo propone i suoi Haiku della quinta stagione come lui stesso scrive nel sottotitolo della raccolta Fruscio d’ assenza.
Personalmente ritengo che quella del comporre haiku sia una tecnica piuttosto paragonabile alla scultura che non all’architettura: si tratta, infatti, di togliere la materia in eccesso e di giungere all’ essenziale lasciando sussistere nella versificazione soltanto le tracce di un dire in cui l’io narrante scompare fino a dissolversi. Ecco l’ assenza che si fa ombra, trasparente bellezza in una brevità in cui emergono gli elementi reali come in un fruscio di immagini. La sintesi consente un’ eleganza raffinata non tanto legata al rapido fluire quanto all’ inesistenza del superfluo, all’ attento lavoro di limatura a cui il poeta sottopone il testo. Il gioco di pieno e di vuoto esalta il chiaroscuro che circonda ogni haiku quasi fosse una goccia d’acqua che scorre su un vetro terso lasciando intravedere l’ oltre. Non ci sono confini, ma solo l’ appiglio delle parole rinvenute nel verso quasi a segnare un argine, una sponda per l’ infinito.
Tolgo le scarpe
sulla soglia dell’ uscio
come un viandante.
Pioggia nel bosco:
il lombrico nascosto
ringrazia il vento.
Finalmente trovo un po’ di tempo e riprendo il diario. E’ tanto che non lo scrivo…
Sto mentendo: non l’ho fatto perché avevo paura di quello che avrei buttato giù, nero su bianco.
Ieri sera, però, mi sono fatta coraggio e ho messo la sveglia un’ora prima, giurando che mi sarei alzata.
So che dopo che ti scrivo ciò che mi appare intollerabile diventa quasi sopportabile. Sono anni che lo faccio: da quando ero piccola.
Tempo fa ho provato a rileggere qualche pagina: è stato terribile! Tutto quel dolore ma al tempo stesso quella speranza…
Ora ti riprendo, dopo tanto tempo.
Ho mandato Elena dai nonni, approfittando del fatto che ci andava mia sorella. Lei cinguettava, felice: il suo primo viaggio in treno senza di me! Dieci anni, e si atteggiava a provetta viaggiatrice, con il suo libro e il taccuino per gli appunti: che tenerezza!
Io non sono mai riuscita a leggere in treno, troppo attratta dal finestrino, dagli alberi che sfuggono velocemente, dalle case, i campi… Quando poi si vede il mare sto con il naso schiacciato sul vetro, disturbata solo dalle gallerie che interrompono il mio sogno e mi catapultano in un altro.
… le poesie che formano “Scorrono le cose controvento” pongono problemi e domande a chi legge. Nel mondo in cui ci muoviamo da lettori, la geometria cui siamo abituati non regge, [...] Certo, leggere poesia è aspettare che faccia luce, non ci si muove, è pericoloso, finché il sentiero non compare o una linea ideale sulla parete, appigli e appoggi evidenziati dal sole basso.
I versi dell’autrice pulsano in un loro buio uterino – vene, viscere, sangue e battiti circondano il lettore stordendolo a volte, a volte guidandolo verso un’uscita, ma in un’inquietudine cui non si sfugge [...]Non ci sono in questa raccolta poesie d’occasione, genere denso di pericoli ma quasi irresistibile per molti. Ci sono invece versi che sono implacabilmente al posto giusto, e il cuore sobbalza nel leggerli.
dalla prefazione di Stefano Colletti
NON SO DIRE QUANTO ANCORA
Non so dire quanto ancora
s’invade la soglia di sole
o le ombre – scagliate da fuori
Le gesta paiono appena più miti
fra gorgogliare di suoni mai pesi
Ridotte corde infilate fra sassi
e speranze risorte di vuoti mai pieni
Maksim Cristan è croato, ricco e affermato. Un giorno lascia la sua Beretta Chevrolet ad un semaforo, con il motore acceso, e se ne va. In un albergo: stanza 510. Lascia che i suoi cellulari si scarichino e si ferma a guardare il soffitto: fanculo. Fanculo pensiero. Poi va alla stazione, prende il primo treno per Milano e si mette a vivere per strada. E per strada scrive. Scrive della decisione di mollare tutto, dei suoi incontri, delle sue donne, di una vita che non vuole più – per niente – essere come prima. Anche il protagonista dello spettacolo, interpretato da Ippolito Chiarello, apparentemente è ricco e affermato. Anche lui un giorno lascia la sua Beretta Chevrolet ad un semaforo, con il motore acceso, e se ne va. In un albergo: stanza 510. Ma c’è un problema: la stanza 510 non c’è. Lo spazio in cui agisce il personaggio è un rettangolo dal vago sapore di pista da ballo. Questa è la sfida – o l’esperimento – cui il personaggio dà vita: mette in scena in maniera quanto mai letterale tutti gli oggetti e i mobili di questa ipotetica stanza, la abita nei minimi dettagli, la evoca e con essa anche gli altri personaggi utili al suo esperimento, che altro non è che il gioco crudele di mettere in scena la sua vita, quella da cui vuole scappare, quella che lo ha portato fino alla stanza 510 e quella futura, che può solo immaginare. Fanculo a se stessi, fanculo al proprio personaggio, fanculo al ruolo. L’esperimento è una discesa feroce dentro se stessi, a cercare risposte nel fondo del fondo, fino a rischiare di perdersi totalmente e fino, ineluttabilmente, a trovare altre domande e poche risposte. Lo spettacolo tenta una via per analizzare il desiderio di fuga ormai così violentemente connaturato nella contemporaneità. Mette di fronte ai tanti che vorrebbero andarsene a fan… l’esperimento di uno che ci prova e che usa i mezzi classici della rappresentazione per rappresentare e presentarsi le alternative possibili. Il personaggio principale si spinge fino al limite del non ritorno ma fallisce. Qualsiasi nuovo ruolo indossi ha lo stesso sapore del cappotto di classe con cui è entrato nel teatro/stanza 510. Simona Gonella http://www.frisella.it/index.php?option=com_content&task=view&id=2408&Itemid=27
Tratto da “”Fanculopensiero” (Lupo Editore 2006 ; Feltrinelli 2007) di Maksim Cristan
Nina che guarda con occhi chiari racconta cose che fanno sudare
non è mai stanca di ascoltare il suo futuro è lasciarsi andare
coglie dagli occhi i sentimenti non c’è l’ombra di pentimenti la sua
saliva sa di perdono usa l’alito come profumo
Nina che ha sempre voluto insegnare l’arte di vivere senza imparare
l’essenza unica degli animali uomini piccoli muti normali
non c’è lezione che non sa dare
dal farti ridere al farsi amare lascia un sorriso senza dolore quello
lo stringe nel suo pudore
I passages di Amman,
mi chiedo cosa avrebbe pensato Walter Benjamin traversando le strade e i vicoli che formano il suq di Amman.
I passages di Parigi sono quelle costruzioni in vetro e ferro che uniscono due strade, piene di negozi e vetrine, sono le nostre gallerie cittadine, sono forse il prototipo delle finte piazze dei grandi centri commerciali.
In Benjamin sono anche la metafora di Parigi capitale del XIX secolo, della modernità. Vetro e ferro come metafora della trasparenza e della forza. Luogo dell’apoteosi della merce e della pubblicità.
Ecco, il suq di Amman è l’esatto opposto dei passages parigini: cemento in luogo del vetro e del ferro, stretti cunicoli dove si assommano sarti e barbieri, infiniti mercati dell’usato, di merce che è passata di mano in mano senza necessariamente il consenso del proprietario originale,
Sarà il Salento ad ospitare dal 26 luglio al 10 agosto la fase finale del progetto internazionale promosso da Astràgali Teatro Roads and desires-theatre overcomes frontiers, unico progetto sostenuto in Italia dal Programma Cultura 2007-2013-Cooperazione con i paesi terzi dell’Unione Europea.
Il progetto intrapreso lo scorso novembre si è sviluppato tra Giordania, Italia, Palestina e Spagna. Il Salento per venti giorni diventa centro di attività culturali con una residenza artistica, diretta da Fabio Tolledi, che si svolgerà presso il Teatro Paisiello e presso Astràgali Teatro, cui prenderanno parte alcuni degli attori che hanno partecipato alle fasi precedenti, provenienti da Palestina, Cipro, Francia, Giordania, Malta, Spagna.
La residenza artistica inizierà il 26 luglio e culminerà venerdì 6 agosto con la presentazione a Lecce al Teatro Romano (inizio ore 21) dello spettacolo internazionale Lysistrata – primo studio sull’oscenità del potere, per la regia di Fabio Tolledi, a cui prenderanno parte tutti gli artisti della residenza. Domenica 8 agosto alle ore 21, invece, sarà presentato vicino al mare, a Frigole (località nei pressi di Lecce), lo spettacolo internazionale Persae, regia di Fabio Tolledi, che attraverso I Persiani di Eschilo e Quattro ore a Chatila di Jean Genet, attualizza il destino del naufragio e della frontiera. Lunedì 9 agosto alle ore 18, infine, si terrà un Meeting internazionale, presso il Teatro Paisiello, che si svilupperà intorno al tema Le forme del comico nel Mediterraneo, partendo da una riflessione su Lysistrata e sulla comicità nella contemporaneità, con la partecipazione di studiosi e registi provenienti da Francia, Italia e Gran Bretagna.
Alcune delle azioni di Roads and desires sono supportate dalla Fundaciòn Tres Culturas di Siviglia (Spagna) e dal progetto di residenza teatrale Teatri abitati – una rete del contemporaneo, sostenuto dalla Regione Puglia e dal Teatro Pubblico Pugliese, e realizzato in collaborazione con il Comune di Lecce.
L’hanno portato via l’hanno portato
chi l’aveva una volta mai l’amata
se non a mo’ di tazza sul comò
tepida oscena dura a mo’ di smalto
busto tronco sensuato ‘me di bambola
educato ‘n androide sì così
si sta in così ecce femina ch’è no
Voce mia tua chissà chiamare questo
Mia tua chissà la voce che chiamare
ventilato è suonar che ne discorre
in che pensar diciamo e siamo detti
vani smarriti soffi rauchi versi
prescritti da un voler che non si sa
disvoluto e alla mano intima incisi
segni qui divertiti disattesi
sensi descritti testi
d’altri che morti fiati
dimentichi ‘n mia tua chissà la voce
Noi non ci apparteniamo E’ il mal de’ fiori
Tutto sfiorisce in questo andar ch’è star
inavvenir
Nel sogno che non sai che ti sognare
tutto è passato senza incominciare
‘me in quest’andar ch’è stato
l mal de’ fiori. Poema di Carmelo Bene
Presentazione di Sergio Fava, Edizioni Bompiani
“‘l mal de’ fiori”.
Conversazione con Carmelo Bene
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it – giugno 2005:
“Prima di questo ‘L mal de’ fiori non mi ero mai imbattuto in una nostalgia delle cose che non furono mai in nessuna produzione artistica (letteratura, poesia, musica). Sono da sempre stato privo d’ogni vocazione poetica intesa come mimesi elegiaca della vita come ricordo, rimpianto degli affetti-paesaggi, mai scaldato dalla ‘povertà dell’amore’, sempre nei versi del poema ridimensionato nella sua funzione di ‘amor facchino’, cortese o no. Riscattato dall’o-sceno demotivato, divino, svuotato una volta per tutte dell’affanno erotico nel suo ossessivo ripetersi senza ritorno
Come mani senza dita
le mie parole prensili
addette alla banchina della vita
e occhi per guardare quanto passa o resta
farne ricordo, di quanto non è stato
“Basta cogliersi in un gesto o pensare un istante a ciò che si sta dicendo, ripensarlo e sorge la parodia.”
“Io cito cose che potrebbero essere mie. Solamente per ragioni di sintesi dico l’ha detto tizio; così per confortarvi perché non sia sempre io a parlare.” Carmelo Bene
Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna. Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai. Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla. San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.
I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a
“Un modo speciale di r-esistere lo ha trovato Silvia Rosa nel suo esordio poetico che riferisce del tentativo inesauribile di rimanere appigliata a terrestri radici di senso/ incerta nostalgia di un Altrove, percorrendo il baratro per raccontarcelo, lucidamente. Si tratta di un languore originario che si fa domanda poetica immedicabile e muta promessa. Così i versi di Silvia Rosa sono una cronaca del giorno a venire, della conta dei passi che servono per uscire dal fondo di sé per farsi Sola Voce. Il verso chiama una profonda cura del dettaglio e dello stile così come una parola piena, contundente e circolare che si fa carne nuda: il mio Corpo cede peso all’Anima/ e cambia di significato e di sostanza/ nello spazio del discorso/ si appunta come un segno nero/ a margine. Ecco che la nudità diventa la possibilità di decifrare con la pelle la scrittura e il segno del mondo: resta come un coagulo che si distingue dall’anima e accede al Senso.” Alessandra Pigliaru
(NELL’) ASSEDIO
Il battito asciutto della fuga
quando restavo immobile,
l’attrito con cui di trasparenze
innocue in una farsa
(mi) sprofondavi
nella culla -fredda- del mio nome,