21 ottobre 1975: dopo aver tenuto nella mattinata a Lecce la lezione-dibattito “Volgar’ eloquio”, Pasolini partecipa nel pomeriggio con Piromalli, Buratti e i docenti corsisti alla visita di studio a Calimera, paese di lingua e cultura grecanica (ove egli era stato già nel 1959-60 per curare i testi del documentario “Stendalì”). Scopo della visita è l’ascolto dei tradizionali canti popolari salentini in lingua “grika”, fra cui i canti funebri detti “moroloja”, lamenti cantati dalle prefiche in presenza del defunto.
sulla collaborazione tra Cecilia Mangini e Pasolini:
http://www.pasolini.net/centroBO_INIZCeciliaMangini.htm
“La recitazione del lamento o, come con felicissima intuizione poetica ebbe a dire Euripide nell’Ecuba, del “canto del pianto”, era legata a determinate occasioni, si svolgeva con una mimica formalizzata e con una melopea tradizionale, costituiva un obbligo religioso, era indirizzata ad una figura mitica del morto con il quale si entrava in dialogo come fosse vivo ed evocava, infine, figure tipiche del mondo di là. Tutto ciò manifesta in modo chiaro la ritualità della pratica. Durante la fase di “passaggio” del cadavere dalla condizione dei vivi a quella dei morti, dal mondo di qua al mondo sotterraneo, fase in cui il morto si avvia a morire definitivamente, si inseriva il complesso rituale del periodo di lutto. Se i riti non venivano eseguiti a dovere e il cadavere rimaneva senza sepoltura, senza pianti e lamenti, il morto non raggiungeva l’oltretomba e per questo, diventato maligno e cattivo, cominciava a minacciare in modo ossessivo i vivi che dovevano difendersi da lui isolandolo, alzando cioè delle barriere fra il proprio mondo e la sua sfera di azione.”
Brizio Montinaro, Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento, Bompiani.












